Catilina: eroe o traditore?

di Federica Ciampa e Pasquale Ferraro

Come sempre accade – così ci insegna l’esperienza – la storia la scrivono i vincitori. Tuttavia, le opinioni condizionate non omettono né gli interrogativi, né il fascino per gli sconfitti, per i diseredati dalla gloria e per gli estromessi dalla storia.
Lucio Sergio Catilina, l’uomo che osò sfidare Cicerone, ordirne l’atroce assassinio fallito e progettare la distruzione della Repubblica romana, non fu da meno. Solo questo basterebbe a giustificare le parole di Sallustio, il quale disse: “ego memorabile existimo sceleris atque periculi novitate”, in quanto egli fu il primo e l’unico a progettare la decapitazione della res publica, assassinando i Consoli; un atto tanto empio, quanto spregiudicato, aggettivo che si adatta perfettamente al personaggio in questione. Ma non sono forse gli spregiudicati a lasciare un segno indelebile nell’affresco della storia? Chi era in Catilina? A cosa ambiva? Il ritratto che ne possediamo non è certo il frutto di oggettività storica; e non poco incise il giudizio del suo avversario e vincitore Cicerone, il quale lo etichettò e lo consegnò alla storia con il ritratto che ben tutti conosciamo, ossia quello del golpista, del rivoluzionario. Di certo Roma tremò, attraversata dal timore che l’uomo dell’Urbe – il patrizio a capo della plebe – potesse prendere il potere. Catilina, infatti, tentò di conquistarlo e di raggiungere il consolato seguendo la normale procedura: tuttavia, per ben due volte, egli venne bocciato da quello stesso popolo, di cui si era reso campione e difensore.
La scelta di percorrere la via del sangue come ultima ratio fu causata dalla rassegnata consapevolezza di essere al termine di ogni possibilità. Catilina dovette scegliere, lo fece, ardì e fallì, ma con lui di sicuro non morì la convinzione che la Repubblica fosse al termine di una fase storica, da cui cogliered un significato. Non si tratta qui di enfatizzare la figura di Catilina, ma di considerarla per quello che fu: un sintomo, un segnale tangibile, una campana vibrante di verità, di una verità soltanto rimandata.
La fine, dunque, di Catilina rappresentò la chiusura di un’era e l’inizio di quella fase storica che tutti conosciamo come la fine della res pubblica, costituita, fino a quel momento, dal triumvirato, dalle guerre civili, dal dualismo e dalla rivalità fra Cesare e Pompeo, campioni anch’essi delle due polarità che dominarono Roma ancora in embrione, ma risvegliate dall’ardire di Catilina. Perché, se è vero che un grande ardire nasconde sempre un grande terrore, ciò che più di tutto temette Catilina fu la sua irrilevanza. Dunque, tentò con l’inganno e con la forza di compiere ciò che gli fu negato dai suoi contemporanei e dalle macchinazioni dei suoi avversari. Tutto il castello che egli si costruì crollò dinanzi alle parole di Cicerone, davanti alle sue roboanti accuse, alle grida, all’ astio di quel Senato che lo additò come mostro, come capro espiatorio delle proprie colpe.
Catilina morì combattendo, assassinato dai Romani, tradito dai barbari suoi alleati. Morì da romano, come quella parte di Roma, che ha negli sconfitti la sua origine, in Remo il suo capostipite, nel fratricidio il suo fato.
Cicerone vinse, vinse nello spazio, vinse nel tempo, tracciando per sempre ed erga omnes il ritratto di quest’uomo e consegnandone il giudizio – il proprio – ai posteri. Questa storia è una storia di sangue, ed il sangue fu da sempre il denominatore di Roma, la quale venne fondata, crebbe e morì nel sangue. Catilina non fu il primo e non fu l’ultimo, ma fu il primo a tentare l’inaudito, sebbene fallì. La storia di Lucio Sergio Catilina termina a Pistoia, ma la leggenda lo ricorderà come colui che “abusò della pazienza” del Senato, colui che osò, ma fu immolato sull’altare dell’immortalità di Roma.

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