Gli attuali profili della “Questione Meridionale” – Approfondimento –

Di Federica Ciampa e William Grandonico


L’approfondimento della “Questione Meridionale” da parte di Federica Ciampa e Grandonico William.

«Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale.»

Così Giustino Fortunato – uno dei precursori della cosiddetta “Questione Meridionale” – ne “Il Mezzogiorno e lo stato italiano” (1892).

In un’epoca come quella odierna, prostrata dalla crisi economica e dalla disoccupazione, è fondamentale capire quanto la suddetta affermazione sia o meno ancora attuale. Infatti, sebbene rispetto alla drammaticità delle condizioni sociali ed economiche delle Regioni meridionali nei decenni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, oggi le condizioni complessive del Mezzogiorno sono nettamente migliorate. Tuttavia, tra Nord e Sud d’Italia permangono ancora delle notevole differenze soprattutto in relazione ai tassi di disoccupazione: dunque, ad essere cambiati sono, innanzitutto, i termini e le forme con le quali oggi si manifesta la “Questione meridionale”: dalla sottoccupazione contadina e ai notevoli problemi di sussistenza economica si è passati alla disoccupazione urbana dei giovani diplomati e laureati. Dati ISTAT alla mano, nella media del 2017 il tasso di disoccupazione è sceso di 0,5 punti percentuali: in un anno è passato dall’11,7% all’11,2%. Si tratta del terzo calo consecutivo e del livello più basso dal 2013, ovvero da quattro anni. Il numero delle persone in cerca di un lavoro si riduce di oltre 100 mila unità (-105 mila, -3,5%). Il tasso di disoccupazione si riduce in tutte le aree territoriali del Paese ma “i divari rimangono accentuati: nel Mezzogiorno (19,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%)”.

Un altro problema tutt’altro che secondario sta nell’emigrazione dei giovani meridionali. Difatti, secondo ultimo rapporto Svimez, nel 2016 la Sicilia ha perso 9.300 residenti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900. Inoltre, negli ultimi quindici anni, sono andati via in 500mila, di cui 200mila laureati: giovani che si formano Sud, ma che vanno a lavorare al Nord. In alcuni casi, peraltro, la qualità di alcune facoltà universitarie meridionali è eccellente: tuttavia, tenendo conto del costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, la perdita netta in termini finanziari per il Sud ammonta a circa 30 miliardi – sempre stando ai calcoli Svimez – ossia a quasi 2 punti di PIL nazionale.

La problematica legata alla perdita di popolazione del Mezzogiorno è, appunto, una conseguenza della decisione dei giovani diplomati di intraprendere un percorso di istruzione universitaria negli atenei del Nord Italia. Stando a un rapporto biennale di ANVUR – l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca – si può constatare che l’incremento degli studenti che decidono di iscriversi in un liceo e non in una scuola tecnica o professionale è in aumento. Di conseguenza, il futuro sarà proiettato alla scelta di seguire una formazione accademica.

Gli Atenei italiani in crescita sono quelli delle regioni del Nord: prima fra tutte la Regione Trentino Alto Adige, a seguire l’Emilia Romagna. La Lombardia, peraltro, cresce di oltre il 13%. I dati fanno riferimento al rapporto di immatricolati nella Regione di residenza e non residenti, appunto emigrati da diverse regioni d’Italia. La riflessione finora fatta, trova le sue risposte nella lettura dei dati in merito agli Atenei meno attrattivi: infatti, la Basilicata e la Calabria vedono un crollo di oltre il 50% del rapporto residenti e non.

Le spiegazioni più plausibili a questo fenomeno si trovano nell’occupazione post laurea e nella capacità delle Università del Nord di offrire corsi e specializzazioni più internazionalizzati, rispetto ad altri atenei del Centro e del sud Italia.

Dati di nuovo alla mano, il nord Italia si mostra sempre più attrattivo per gli studenti del Sud e delle Isole e meno per gli studenti stranieri. L’internazionalizzazione degli Atenei italiani, seppur aumentata nell’anno 2017/2018, si mostra poco allettante per gli studenti stranieri: ad esempio, per quelli in Erasmus. Nell’ultimo biennio – sempre secondo i dati ANVUR – si registra un aumento dei corsi totalmente o parzialmente in lingua inglese. Di conseguenza, vi è un aumento dell’offerta formativa anche per gli studenti nazionali. L’aumento dei corsi erogati parzialmente in lingua inglese passano dall’1.4% dell’a.a. 2015/16 al 3.5% del 2017/18 e di quelli erogati totalmente in lingua inglese che passano dal 5.5% al 7.3%.

Portano in alto la bandiera dell’efficienza e della volontà di crescita gli atenei presenti al Nord Italia – che batte di 5 corsi attivi con atenei stranieri il mezzogiorno 26 a 21 e di 12 punti – gli Atenei del Centro: in crescita lenta, ma costante, è l’Università Federico II di Napoli e le Università del Lazio.

I problemi fondamentali, legati alle migrazioni degli studenti, dal Sud al Nord, sono molto simili alle migrazioni della popolazione del Mezzogiorno, che cerca cure e plessi ospedalieri nel settentrione: un’altra grave piaga quella della migrazione sanitaria.

L’Università italiana che non cresce di studenti stranieri, bensì di quelli del suo stesso territorio sta perdendo tanto. Perde perché gli studenti dovrebbero avere le stesse possibilità essendo cittadini dello stesso Stato e perde anche in materia di crescita internazionale e accademica. Le Università italiane pur essendo formative e al passo con i tempi, sono fortemente penalizzate dal suddetto discorso dell’internazionalizzazione, battaglia a favore della quale tanto ci si batte, ma ancora troppo poco si fa.

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