Dio, Patria e Famiglia nell’arte

di Manuel Berardinucci


L’arte, sotto tutte le sue forme, può avere, a seconda dei casi, diversi scopi. Il suo obiettivo può essere quello di emozionare, di far riflettere, di scandalizzare, impressionare, divertire, irritare, denunciare, narrare eccetera, eccetera, eccetera. Ma di certo, alla base di essa, come spinta originaria che la precede, vi è la volontà di dar vita a qualcosa di eterno. Qualcosa che negli anni, nei secoli e nei millenni, potrà essere fisicamente scalfito, bruciato, rovinato, censurato, ma mai modificato nella sua essenza. Nulla, allora, come l’arte, ha un legame così stretto con la Triade Dio, Patria e Famiglia. Anch’essa eterna. L’uomo, a seconda delle epoche, dei suoi convincimenti, delle ideologie dominanti, potrà esaltare quei valori, portarli alla loro esasperazione, oscurarli, rinnegarli, sostituirli, ma mai modificarne l’essenza. L’arte vi si è infatti condensata attorno, pur non trattandoli sempre in maniera diretta. Dio è il più debole e il più forte dei tre. E’ il più forte perché è al centro di moltissime opere artistiche, quando è inteso nel senso più tradizionale e cattolico del termine. Penso alla Pietà di Michelangelo e al suo Giudizio Universale, i dipinti di Caravaggio, quelli di William Blake, la Divina Commedia, il Cantico delle Creature, le opere filosofiche di San Tommaso d’Aquino. Ma Dio è presente anche nella sua assenza. E questa è la sua debolezza, perché lo rende confondibile e, solo apparentemente sostituibile. C’è nella Divina Provvidenza dei Promessi Sposi, nel rapporto inquieto con la natura degli artisti romantici, c’è ovunque vi sia una tensione dell’uomo verso l’infinito, l’eterno e l’errante. Perché dopotutto, qual è l’ultimo punto di riferimento del viandante, se non Dio? Dio è con te, ovunque tu vada e in qualsiasi forma tu lo interpreti. Chi rinnega la Patria e la Famiglia, pur volendo, non può rinnegare Dio, perché nel momento più inaspettato sentirà la spinta che gli consentirà di proseguire e resistere: quello è Dio.
La Patria è, contemporaneamente, la Terra dei Padri, degli Eroi e dei Miti/lo spazio fisico nel quale nasce e cresce l’individuo/l’Eredità da lasciare ai propri figli. Essa nell’arte non è quasi mai, come invece accade con Dio, celebrativa e trionfante. Anzi, diventa protagonista quando è debole, ferita, moribonda. L’uomo infatti da per scontate le mura domestiche della Nazione e tende talvolta a viverle come carceri. Scrive Goethe nel suo “I dolori del giovane Werther”:
“Ma ahimè, quando accorriamo là, quando il quaggiù è diventato qui, è tutto come prima, ci ritroviamo nella nostra miseria, nella nostra limitatezza, e la nostra anima anela al conforto svanito.
Per questo anche il più irrequieto dei vagabondi prova alla fine nostalgia della patria, e nella sua capanna, al seno della sua sposa, in mezzo ai suoi figli, tra gli affanni per mantenerli, trova quel diletto che aveva inutilmente cercato nel vasto mondo.” 
E infatti troviamo la Patria nell’errabondanza di Ugo Foscolo che, in “A Zacinto”, descrive la sua tragica condizione di esule, destinato a morire in terra straniera. In “All’Italia” di Leopardi, non troviamo una enfatizzazione della Nazione, anzi, ne scaturisce una dura denuncia alla sua decadenza e un invito a reagire all’asservimento nel quale pare essere caduta. Anche Manzoni, narra di un’Italia schiacciata dallo stivale straniero (gli spagnoli in sostituzione allegorica degli austriaci). La Patria è come l’aria: L’avvertiamo quando ci manca.
Infine la Famiglia. La più intima della Triade, la più modesta e piccola, eppure quella più indistruttibile. I legami famigliari non si spezzano mai, nemmeno a volerlo. Ella fa da sfondo nell’arte, non è quasi mai protagonista. Essendo per l’appunto eterea e immancabile e presente in ogni ambito dell’esistenza, si trova in dipinti, in romanzi, in opere teatrali, fungendo sempre da appoggio, perché è quello che in fondo è. Il nostro ultimo appiglio, anche per chi la rifugge e la rinnega.

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