Sovranità e indipendenza

di Antonella Di Marsico


L’odierno intervento del Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha richiamato l’attenzione degli addetti ai lavori su un tema che è oggigiorno di grande attualità nel nostro Paese. Infatti, in Italia le recenti elezioni politiche hanno portato alla ribalta partiti dalla dialettica tipicamente populista, che hanno fatto dell’idea della sovranità nazionale il proprio cavallo di battaglia. E’ pertanto opportuno chiarire questi due fondamentali concetti che, spesso, nell’immaginario collettivo, coincidono, ma che, in realtà, divergono profondamente. 
Il concetto di indipendenza non è cristallizzato a livello giuridico, ma è stato definito nel corso degli anni dalla dottrina giuridica e politica come la capacità di un gruppo di persone, accomunate da lingua, usi e tradizioni comuni,di dotarsi di un governo volto a regolare in maniera autonoma (quindi, senza ingerenze di altre Potenze straniere) i propri rapporti giuridici. 
La sovranità, invece, è l’espressione più tangibile dell’indipendenza: essa rappresenta il potere di uno Stato di governare un dato territorio secondo le proprie leggi, decise in base alla volontà del popolo. Lo Stato, quindi, nell’attività legislativa, non conosce altro limite se non quello della superiore volontà dei suoi cittadini, cristallizzata in quella che la dottrina più attenta è solita definire “la madre di tutte le leggi”, ovverosia la Costituzione. I principi sanciti in una Carta Costituzionale sono l’espressone più profonda dell’anima e delle ideologie di un popolo e possono essere mutate solo se si verifica un cambiamento radicale e duraturo di queste concezioni (esempio, il passaggio da una forma monarchica ad una forma repubblicana). In tal modo, il Diritto Internazionale ha riconosciuto uno dei capisaldi dei rapporti tra gli Stati, cristallizzato nel brocardo latino “par in parem iurisdictionem non habet”. La sovranità, quindi, è quell’attività dello Stato che permette alla Pubblica Amministrazione di applicare le leggi, senza che altri Stati possano sindacare tale attività.  
Quando viene violata l’indipendenza di uno Stato? Ciò accade se persone terze intervengono nel procedimento legiferativo, imponendo dei limiti al potere decisionale di un altro Stato con la forza o con altri mezzi coercitivi. Ovviamente, le cose cambiano se il popolo – direttamente o tramite il Parlamento liberamente eletto – cede ad organismi sovranazionali parte della propria sovranità, in cambio di una serie di privilegi e/o vantaggi. 
La cessione della sovranità si è registrata più volte nel corso della Storia: basti pensare, ad esempio, a re Ludovico di Baviera, che “vendette la sovranità” al Bismarck per poter far fronte agli immensi debiti contratti. 
Fatta questa premessa, è allora corretto parlare di perdita della sovranità del governo italiano a seguito delle polemiche sorte in seno all’Unione Europea relativamente all’ultima legge di bilancio?
Ovviamente, le cose non stanno così come i populisti di M5S e Lega vogliono farci credere, e questo per una serie di ovvie ragioni: 
1) la Republica Italiana, entrando a far parte della Comunità Europea prima e dell’Unione Europea dopo, ha chiaramente valutato l’opportunità di cedere parte della propria sovranità a favore di una Istituzione sovranazionale, in cambio di una serie di vantaggi che, nel corso degli ultimi 60 anni, hanno sicuramente contribuito alla crescita economica del nostro Paese. Non si tratta, quindi, di una ingerenza di un altro Stato di pari grado (come Di Maio & company vorrebbero far credere), ma di una istituzione che, per espressa volontà dei popoli euroipei (ivi incluso il popolo italiano) si è vista trasferire in maniera volontaria e democratica alcune attirbuzioni della sovranità, in cambio di una serie di vantaggi che, come detto, hanno garantito pace, sviluppo e prosperità. 
2) L’entrata nella CEE e nella UE ha comportato, però, non solo vantaggi, ma anche e soprattutto oneri. Anche qui, il vecchio ma sempre efficiente brocardo latino chiarisce in maniera sintetica la problematica: “pacta sunt servanda”. Gli accordi vanno rispettati. Chi di noi si sognerebbe di non rispettare un contratto debitamente sottoscritto? La risposta è più che scontata. ma, allora, per quale motivo la Repubblica Italiana, di colpo, dovrebbe semplicemente evitare di rispettare gli impegni assunti volontariamente e democraticamente con gli altri partner europei?
Le considerazioni su svolte bastano a smascherare le fandonie che questo Governo pubblicizza giornalmente per bocca dei suoi portavoce. La risoluzione dei problemi odierni non può passare dall’inottemperanza ad obblighi assunti, anzi proprio il rispetto di questi ultimi rappresenta una piena e completa espressione della sovranità e dell’indipendenza di uno Stato, per i motivi ampliamente esposti in precedenza. 
Non vogliamo negare che le regole della casa comune europee siano oggi inadeguate a dare risposte efficaci ai nuovi problemi, ma la soluzione non può essere la costruzione di muri in nome della tutela di un’indipendenza e di una sovranità che qualcuno, fino a qualche anno prima, ha volutamente calpestato creando il mito di una razza nobile e fiera, nata dalle “sacre” (!!!) acque del Po, successivamente sottomessa e colonizzata da burocrati latini con la toga! 
Il Presidente Mario Draghi, uomo di indubbia cultura e preparazione, ha oggi richiamato l’attenzione di tutti su questi concetti: uscire dall’Unione Europea porterebbe certamente a maggiore libertà di azione (anche in campo economico), ma priverebbe lo Stato uscente di una serie di protezioni economiche e politiche che solo le grandi unità sovranazionali possono garantire nell’odierno scacchiere internazionale. Chi garantirebbe l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano se si uscisse dall’Unione Europea: ci penserebbe forse il M5S? Di quante risorse avrebbe bisogno Bankitalia per difendere il tasso di cambio della nuova Lira di fronte agli attacchi della speculazione mondiale? Onestamente, non vi è chi non veda che un tale scenario sarebbe, a dir poco, apocalittico e creerebbe solo miseria e sottosviluppo. 
Oggi, un singolo Stato non conta più di tanto in questo pianeta globalizzato: adesso più che mai, il vecchio detto “l’unione fà la forza” sembra essere di una soncertante attualità. E’ forse il caso di tornare con la mente indietro agli anni della nostra istruzione primaria, quando nelle scuole veniva insegnata – a mo’ di favola – la storia romana. Chi non ricorda l’apologo di Menenio Agrippa, il senatore romano che con la sua dialettica pragmatica mise fine alle lotte intestine all’Urbe, utilizzando come paragone le membra del corpo umano? Così come un corpo non può vivere se le sue membra perseguono ognuna una propria finalità, così una comunità (di persone ma anche di soggetti di diritto internazionale) non potrà sopravvivere, se corrosa dagli egoismi e dalle lotte fratricide. 
I muri di divisione sono destinati a crollare sotto il peso dell’anelito di libertà dei popoli: crollò il limes germanicum dell’Impero Romano, crollò il muro di Berlino e crolleranno tutti gli altri muri che verranno eretti nel corso della storia (compreso quello che Trump vuole costruire al confine con il Messico), perchè la divisione non porta che povertà, rancore e guerra. 
Condivisione, dialogo e rispetto “inter pares” devono essere le chiavi con le quali riscrivere le regole della comune casa europea. 
Ma la domanda che ci assilla è una sola: sarà questo Governo in grado di mettere in atto una simile strategia politica? Per usare le parole di un grande poeta, “ai posteri l’ardua sentenza”. 

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