Non gridare più contro gli anni di Piombo: sono nel tuo DNA

di Vanessa Combattelli


L’italiano ha un vizio: l’italiano deve sapere.
C’è questa nostra tendenza che ricerca un ordine disperato nelle ragioni di passioni e stravolgimenti, dobbiamo trovare un nesso logico tra quanto è stato e quanto sarà.
Eppure l’italiano si ostacola anche in questo, perché c’è una verità che fatica ad accettare completamente: si copre gli occhi con le ideologie e gli slogan – sia a destra che a sinistra, per dirsi che alcune risposte non hanno logica, vanno accettate così come si presentano.

Tra queste lunghe sequele storiche tipicamente nostrane, c’è uno dei periodi che più di tutti ha agito nella profondità del DNA italiano.
Ciò che capisce una figlia guardandosi allo specchio è che nelle sue fattezze vi sono anche quelle della madre e della nonna; ciò che lei è – e che sarà, ha già avuto modo di esprimersi in passato.
Non completamente però, sicché lei segnerà l’ultima e decisiva differenza, senza però potersi spogliare di ciò che il sangue le ha dato.
Lo stesso vale per l’Italia contemporanea, questa Italia.
La nostra nazione spaccata e amata non sarebbe la stessa se non vi fosse stata l’esplosione di ideologie e sangue, il silenzio alternato ai rumori dei proiettili, alle urla seguitavano sempre periodi di forte ombreggiatura, tutt’ora poco chiari.


Ma come la figlia fatica ad accettare tante volte se stessa, così fa l’Italia: rigetta quel periodo, si nasconde, tenta di allontanarlo da sé, si fissa con altri miti e altre storie, eppure non può nascondere che è sangue del suo sangue.
Gli anni di piombo rappresentarono completamente la rivolta di una generazione e il risveglio delle armi lasciate nascoste dopo la guerra, come se i figli obbligati ad essere diversi riprendessero i fantasmi dei nonni e dei padri per distruggerli, renderli più brutti, caricaturali.
Se il secondo Novecento viene definito da molti il momento dell’incomunicabilità, l’Italia ha espresso senza parole la voce della sua sofferenza e noia nel contesto decadente e luccicante degli anni ’70.
Cominciò così l’esplosione di ciò che prima era stato taciuto, la contrapposizione ideologica e violenta tra i poli, i morti ammazzati per un’idea, una persona, un conto.
Non ci si poteva spiegare come mai proprio quella generazione, la stessa concepita nel boom economico e nel benessere, indossasse come un profumo tutta quella violenza: la tragedia giornaliera di trovare un amico per strada, finito da un colpo di pistola o da una dose di eroina.
Eppure forse era proprio quel tutto luccicare a fare del male: c’era bisogno di capire il disagio dei figli – futuri dottori ed ingegneri.
E tutti quei libri rossi che ineggiavano al proletariato, la condizione di margine dei fascisti e l’equilibrio ipnotico dei democristiani, giovani e vecchi.


Non possiamo relegare quanto accadde ad una semplice parentesi storica dal momento che questa rappresentò lo stato d’animo di un’intera sequenza cronologica.
I figli si ribellavano ai padri per rivendicare autonomia, le donne combattevano per affermare una posizione nel mondo, ci si scambiava e mischiava per cambiare identità: i vecchi ruoli ripudiati, il potere doveva essere combattuto selvaggiamente e questo ogni volta assumeva sembianze differenti, contraddittorie.
Era il periodo delle sicurezze economiche, del lavoro fisso, del sogno americano oltreoceano, ma era anche quello delle morti violente, dello estendersi dell’HIV.
Tutto questo degenerato nel legame brutale con le droghe, una fuga per distruggersi senza essere assorbiti dalla stessa distruzione, finendo vittime di sè stessi e della propria disperazione opaca.
Sulla terra che oggi calpestiamo, c’è tutta l’eredità di quel sangue, perché sebbene sia una parentesi ritenuta così estranea dalle nuove generazioni – “cosa vuoi sia stato, un niente. ci si ammazzava, si scendeva in piazza, ma adesso è tutto finito. cosa vuoi sia stato, un niente” – è innegabile l’impatto che questo ha in realtà avuto con la coscienza stessa del nostro paese.
Il sistema Italia è figlio di quel periodo, gli “yes man” di oggi sono stati concepiti durante il momento di massimo pericolo ed esaltazione del XX secolo.
Chi è al potere sa di essere battezzato da quella macchia, e neanche nascondersi dietro le ideologie protegge, perché se l’italiano sente e cerca le ragioni dell’origine, deve affrontare quanto accadde.
La figlia una volta che è cresciuta si nota simile alla madre, – con le fattezze della nonna e la fronte ereditata da tutta quella serie di donne che hanno concepito altri prima di concepire lei – non può cancellarlo in alcun modo: è sangue, e quando l’asfalto non ha più nessuno che lo macchia, il sangue è tutto ciò che c’è stato.

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