“Buio in sala”: Anomalisa. “Che vuol dire essere umani?”

di Gianmaria Busatta

Michael Stone si reca a Cincinnati per tenere una conferenza a un congresso di professionisti del servizio-clienti sul suo best seller “Come posso aiutarti ad aiutarli?”. Alloggia nell’hotel Fregoli e condivide un brevissimo momento con una donna con cui ha condiviso una relazione anni prima. Il casuale incontro con Lisa Hesselman scuote la piatta monotonia di Micheal e tra i due scatta una fulminea attrazione e una travolgente passione.

Charlie Kaufman, il regista di Synecdoche, New York, lo sceneggiatore di Essere John Malkovich e di Eternal sunshine of the spotless mind (evitiamo l’orrenda traduzione “Se mi lasci, ti cancello”) realizza una perla della settima arte: Anomalisa è un film d’animazione girato in stop-motion, ovvero medianti dei pupazzi che vengono animati fotogramma dopo fotogramma. Il risultato è un’ora e mezza di puro cinema.
Nonostante la trama del film sia esile e semplice, la sceneggiatura di Kaufman induce lo spettatore a compiere un’immedesimazione nel protagonista e a svolgere un’analisi di autocritica e introspezione. I dialoghi risultano verbosi e inconsistenti, esageratamente lunghi, vuoti; ma è questa la realtà percepita da Micheal Stone: sempre tediosa, piatta.

Nemmeno le persone riescono a rendergli più dinamica la realtà: per lui (e per noi che guardiamo il film) tutti gli altri personaggi hanno la stessa voce (quella dell’attore Tom Noonan), che siano bambini o adulti, maschi o femmine. Tutti eccetto Lisa (doppiata nella versione originale da Jennifer Jason Leigh, la prigioniera di The hateful eight), la cui voce è inconfondibile ed impagabile, un’anomalia della deprimente realtà, l’unica persona con cui Micheal non si sente un oggetto.

Quel genio di Kaufman ci costringe a fare una lettura ironica e allo stesso tempo tragica del film: tutti i personaggi, in realtà, sono degli oggetti, dei pupazzi da muovere, e ogni pupazzo presenta delle giunture sul volto, come se indossasse una maschera, come se ogni espressione fosse meccanica. Non casuale è la scelta del nome dell’hotel, il Fregoli: si fa riferimento, infatti, a una sindrome in cui il malato si vede costantemente inseguito da uno stesso individuo che si sostituisce alle altre persone e non lo abbandona mai.

Che vuol dire essere umani
Si chiede Micheal durante il suo convegno, ma non dà alcuna risposta. Non esiste domanda più profonda in un periodo come il nostro. Stacchiamoci dalla nostra quotidiana vita frenetica, mettiamo da parte il nostro smartphone, liberiamoci delle insensatezze, cerchiamo il silenzio, proviamo a rispondere alla domanda.
Ben vengano film come Anomalisa, ben vengano tutte quelle occasioni che ci permettono di riflettere e pensare.





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