D’Annunzio, il primo italiano nel Novecento

di Andriy Galtieri

Cabiria, “la”automobile, Memento Audere Semper, Schifamondo, Stanza del Mascheraio, le radiose giornate di maggio queste alcune dei vocaboli, invenzioni o nomi afferenti a ciò che ad ogni dannunziano dovrebbe – per così dire – stuzzicare l’appetito. D’Annunzio fu Uomo poliedrico, dalle mille vite, artista della vita, della bella vita, dannata e disperata, “una vita come Steve Mc Queen” avrebbe cantato Vasco quattro lustri dopo la sua morte sopraggiunta il 1 marzo 1938.
Gabriele D’Annunzio diviso, niccianamente, tra apollineo e dionisiaco, tra morigeratezza e lussuria ostentata, quest’ultima per il padre degli esteti italiani non era da considerarsi un problema “cinque le dita, cinque le peccate” recita un’inscrizione al Vittoriale degli Italiani, suo residence – “ritiro di vecchiaia”.
Vecchiaia tra virgolette, una personalità come quella dell’Immaginifico non può avere la caratteristica dell’invecchiamento, visto che si è sempre rinnovato ad ogni stagione letteraria e culturale, fu sempre e comunque moda, tendenza e stile, se “la moda passa e lo stile resta”, D’annunzio riusciva sempre a lasciare ad ogni lustro una parte di sé per riprendersene una dal lustro successivo. Si veda dagli esordi veristi, poi abbandonati per i romanzi – più celebri ed immortali – nei quali ricalcando Oscar Wilde diventa l’istrione esteta di cui è archetipo, “Il Piacere” in primis, dalle sommarie letture di Friedrich Nietzsche partorisce sul finire dell’Ottocento una cultura impregnata del superomismo e del trionfo della volontà dell’essere umano che oltrepassa i propri confini “umani troppo umani” per diventare Altro.
Poi i debiti, gli amori, le illusioni, le poesie, il teatro, insomma fece della propria vita un’opera d’arte in cui – e di cui – era pittore e dipinto, poeta e soggetto, regista ed attore. Oggi diremmo che si trova a suo agio sia dietro sia davanti alla telecamera, e, in effetti, ebbe anche delle esperienze cinematografiche – le prime della storia del cinema, nemmeno a dirlo fu lui il primo più grande sperimentatore e innovatore della cultura italiana in piena Belle Époque.
Possiamo oggi affermare che portò il Novecento in Italia, il teatro insieme al suo più grande ‘flirt’ – Eleonora Duse – la comunicazione di massa, con le radiose giornate di maggio, durante le quali cominciò, per l’Italia, la grande stagione politica delle piazze durata circa un secolo – terminata solo con l’avvento dei social. La cura per l’immagine, pubblica, privata, l’attenzione a dare sempre scandalo appositamente, espedienti ‘di forma’ per dar da parlare di sé agli altri e farsi pubblicità, tutti elementi importati nel Belpaese dal Nostro.
“Piccolo spazio pubblicità”, la raccolta “Primo vere”, raccolta di poesie scritte dal Poeta all’età di sedici anni e pubblicizzate – con un espediente che oggi non esiteremmo a definire “fake news” – con la notizia della morte dell’Autore successivamente ad una caduta da cavallo.
Creare scandalo, fare scandalo ed essere lo scandalo in questo possiamo intravedere D’Annunzio come la figura primitiva della rockstar d’inizio secolo, una creatura dello spettacolo e dell’opinione fuori dal comune con metodi non convenzionali, ricca di momenti di pura immagine spettacolare e grandi contenuti, ad esempio il Volo su Vienna: lui, sessantenne, che vola in piena guerra mondiale sulla capitale austro-ungarica ed invece di sganciare centinaia di bombe ed arrecare un danno materiale al nemico mina la credibilità dei governanti davanti al proprio stesso popolo. Uno smacco, un colpo d’occhio impensabile, centinaia di volantini che vìolano psicologicamente gli abitanti di Vienna esortati dal poeta-soldato alla ribellione.
D’Annunzio fu anche questo, padre dei Ribelli, artefice non del ribellismo spicciolo e conformista di chi spacca le vetrine in manifestazione, ma di chi, dopo varie ferite di guerra, decide di porsi alla testa di 1.200 uomini e marciare alla volta di Fiume, conquistarla – per l’Italia – e, successivamente, renderla città-Stato, la Reggenza Italiana del Carnaro. Ideologicamente “non proprio” di destra, più “un’isola che non c’è”, un porto-franco per pirati, in cui si esaltava la libertà assoluta e dissoluta, nelle forme terrestri di omosessualità libera e uso indistinto di droghe – leggere o pesanti che fossero, diremmo oggi. Libertà, dissolutezza, “vacanza e lavoro” – a Fiume si poteva – il concetto di ferie pagate, in Italia deriva da questa costituzione che studiata nei dettagli sarebbe veramente la più bella del mondo.
Del resto questo succede solo quando gli intellettuali, l’immaginazione e la fantasia vanno al Potere.

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