Gabriele D’Annunzio, l’uomo che vinse nel tempo

di Vanessa Combattelli

Che m’importa d’esser vinto nello spazio, se io vincerò nel tempo.
Diceva così Gabriele D’Annunzio, figlio d’arte dell’Abruzzo e personaggio emblematico tutto italiano: politica, poesia, letteratura, guerra e leadership.
Parliamo, insomma, di un uomo che sapeva fare tutto.
Piegava i lettori ai suoi bellissimi versi e paragrafi, convinceva le masse a seguirlo, pronto ad ogni azione di eroica o semplicemente di sensazionale sostanza.
D’Annunzio non era solo un poeta, ma raggiungeva con la sua semplice esistenza il connubio del superuomo, nonostante tutte le sue debolezze relazionali e amorose.
Eppure, si sa, i grandi sono spesso incapaci di definire la propria vita privata, nonostante il successo e l’apoteosi di quella pubblica.
Numerosi furono gli amori di D’Annunzio, tra questi ricordiamo la celebre Eleonora Duse, la quale – come tutte le altre in fondo, nient’altro era che ispirazione creativa, forza motrice da cui ricavare opere d’arte o l’energia sufficiente per affrontare il tutto.
Ci lasciava proprio il 1 marzo 1938 l’uomo dalle mie sfaccettature, abruzzese di sangue ma stanziato Roma per gli studi – anche questi inconcludenti e spesso dispersivi, la vita trascorsa tra le grandi città, con l’ansia della precarietà alternata ai momenti di fastosa dolcevita.
Desiderato ed odiato, amato oltre ogni misura ma forse mai davvero compreso, il poeta-soldato fu sicuramente lo spirito del suo tempo più fedele e ben riuscito.

Chi, infatti, poteva incarnare al meglio le contraddizioni e l’anima di un’epoca come quella senza lasciarsi assorbire totalmente dalle fragilità che la stessa emanava?
D’Annunzio brillava di luce propria e questo lo sapevano tutti: lo stesso Mussolini lo ammirava e temeva, era consapevole che Gabriele poteva essere più bravo di lui nel coinvolgere le masse, e forse lo era.
Fautore di un’Italia senza limiti e patriottica, amante del tricolore a tal punto di invadere pacificamente Vienna a suon di volantini, e continuamente legato alla sua terra madre, riconoscendone con affetto il dialetto buono e l’accento abruzzese inconfondibile ovunque andasse.
Grazie, D’Annunzio.

«Io ho quel che ho donato.»

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