Giorgia Meloni alla conquista degli USA

di Manuel Massimiliano La Placa.

Unica esponente della politica italiana coinvolta, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è intervenuta sabato scorso a Washington, di fronte a quasi seimila persone, alla Conservative Political Action Conference, convention annuale organizzata dalla Conservative American Union, ala del Partito Repubblicano che esprime il Presidente Trump alla guida della Stati Uniti d’America. In un inglese fluente e mai impacciato, nemmeno lontanamente paragonabile al tormentone dello shish di renziana memoria, la Meloni espone a viso aperto le questioni più spinose che non soltanto l’Europa, ma il mondo intero si troveranno ad affrontare nel prossimo futuro e lo fa declinando apertamente l’immediato cammino del proprio movimento politico.

Già, perché è in primo luogo la trasformazione in atto all’interno (e pure all’esterno) di FdI che si rifletterà sullo scenario politico italiano nei prossimi mesi. A partire da Atreju 2018 la leader dei patrioti era stata chiarissima sulle proprie intenzioni: impegnarsi, anche superando la propria creatura se necessario, per costruire un nuovo soggetto politico capace di affiancarsi, ma anche di sorpassare nel lungo periodo, la Lega a trazione nazionale di Matteo Salvini, allargando la propria base di consensi senza dimenticare i propri cavalli di battaglia, rinnovandosi negli esponenti senza replicare una mera fusione a freddo, un ”travaso” da Forza Italia in FdI visto l’epilogo dell’esperienza del PdL ed implementando i propri effettivi con singoli esponenti di valore, leggasi tra le righe, ad esempio, l’ottimo Giovanni Toti.

Ed ecco che tale progetto prende forma, passando dall’adesione all’Alleanza dei conservatori e dei riformisti in Europa (ACRE) in vista delle prossime europee e, successivamente, proprio dalla grande occasione di Washington. Il discorso della Meloni è netto ed inequivocabile: in Venezuela è imprescindibile rinvigorire l’appoggio a Guaidò contro la dittatura di Maduro, mentre non manca una stoccata al Governo gialloverde incapace di prendere una posizione univoca su un tema così rilevante, dipinto quindi come ostaggio dell’ala sinistra del M5S.

Ma è sui temi europei che si concentra maggiormente l’intervento dell’esponente di FdI, che non ha paura di precisare come le radici dell’Europa, oltreché cristiane, siano prima di tutto romane e greche ed affondino negli ideali di democrazia e libertà. Durissimo, quindi, l’attacco all’attuale sistema UE ed al progetto degli Stati Uniti d’Europa, in opposizione al quale viene rimarcata la volontà di costruire un’Europa unita ma composta da Stati nazionali, che invertano la rotta rispetto alla cessione di sovranità verso istituzioni comunitarie sovranazionali i cui esponenti non rappresentano la volontà popolare degli europei. Si sviluppa ulteriormente, quindi, il filo intessuto a partire dal settembre scorso all’Isola Tiberina, intitolato Europa contro Europa, due modelli in aperto conflitto e ormai destinati a scontrarsi: da un lato, appunto, la tecnocrazia dell’austerità che punta agli U.S.E e che è targata Merkel e Macron, dall’altro la difesa della sovranità nazionale, dei valori fondanti condivisi da tutti i popoli europei, della lotta contro una immigrazione incontrollabile che rischia di far collassare l’Europa stessa, anziché sostenerne le fondamenta.

Il guanto di una sfida non certo semplice è stato lanciato con fermezza, così come è ormai entrata nel vivo la corsa alle elezioni europee di maggio: saranno le prossime scelte del movimento dei patrioti a stabilire se potrà nascere un nuovo progetto, incarnato in una Destra occidentale, moderna, al passo con i tempi e, soprattutto, forte nel rinnovamento, negli uomini e nelle idee, sventando così il rischio di una mera, inefficace, copia carbone di ormai sorpassate reunion di emergenza dettate dallo strapotere dell’asso pigliatutto Salvini.

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