Neocolonialismo: un grande problema sottovalutato

di Lorenzo Angelini

“Tendenza delle potenze estromesse in seguito ai moti indipendentistici dal governo delle colonie a mantenervi la loro influenza politica o almeno a continuarne lo sfruttamento economico, facendo leva sulle necessità tecnologiche e finanziarie dei nuovi governi.”
Questo è ciò che leggi quando si va sul dizionario alla voce “NEOCOLONIALISMO”, un fenomeno complesso, ad oggi sottovalutato e raramente dibattuto, eppure reale e molto vicino a noi.

Il colonialismo puro ebbe fine con la Seconda Guerra Mondiale quando le potenze europee, a causa dell’incapacità di mantenere sotto un controllo stabile territori lontani per i danni subiti in guerra, furono costrette a lasciare le proprie colonie asiatiche e africane, ciò nonostante il termine neocolonialismo compare subito nei primi anni ’50 per definire le forme di dipendenza sociale, politica, culturale, ma soprattutto economica che gli ex stati coloniali riuscirono ad esercitare sui propri ex possedimenti territoriali.
Un esempio tipico può essere quello della Gran Bretagna che, uscita fortemente debilitata dal secondo conflitto bellico, usò le strutture commerciali e finanziarie delle sue colonie per pagare i debiti ottenuti durante la guerra.
Questo fenomeno, tuttavia, è ancora molto attuale ed è alla causa della debolezza economica di molti paesi, sopratutto del territorio africano e non solo.
Basti pensare ai continui tentativi, spesso riusciti, degli Stati Uniti di intervenire sulla politica di Paesi del medio oriente e dell’Africa per esercitare il controllo sulle loro istituzioni e per trarne un vantaggio commerciale ed economico.

Il Franco CFA


Un altro esempio molto importante è quello dell’ormai noto Franco CFA – dove CFA una volta era l’acronimo di Colonie Francesi d’Africa ed oggi invece sta per Comunità Finanziaria Africana – con la quale la Francia controlla il sistema finanziario di ben 14 ex colonie africane (Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger,
Senegal, Togo) che per poter utilizzare questa moneta sono costrette a versare alle casse dello stato francese la metà delle loro riserve economiche.
Una dimostrazione di questo sistema è quello che riguarda il caso della Costa d’Avorio, stato facente parte della “zona CFA”, dove società francesi controllano il commercio del cacao, di cui la Costa d’Avorio è il più grande produttore mondiale. Di questa produzione ai piccoli produttori spetta solamente il 5% del prodotto conclusivo.
La Libia, uno degli stati più ricchi dell’Africa, iniziò le trattative per creare una moneta africana unica e nel 2011 fu vigliaccamente bombardata dagli aerei francesi ed oggi è un paese fantasma da cui ogni giorno partono centinaia di immigrati verso le coste italiane con il vero colpevole di questa situazione che si disinteressa e anzi, giudica negativamente i tentativi del Governo italiano di dare più ordine a questo fenomeno.


In molti dei paesi sopracitati, inoltre, la lingua ufficiale è il francese, anche per quanto riguarda gli atti ufficiali delle loro istituzioni.
Questi sono solo alcuni esempi dello sfruttamento e del dominio che alcune potenze ancora esercitano su questi territori.
Il partito Fratelli d’Italia, dopo aver organizzato un convegno sul tema del Franco CFA dove hanno partecipato anche alcuni esponenti delle associazioni africane, è riuscita a far approvare, con la collaborazione di Forza Italia e del Movimento 5 Stelle, una mozione per impegnare il Governo italiano a porre il problema del neocolonialismo francese all’attenzione delle istituzioni europee.

Certo si ha la sensazione di aver appena iniziato a grattare la punta dell’iceberg ma resta comunque una importantissima vittoria per la libertà di questi Paesi oggi tristemente sfruttati.

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