Vittorio Brasile: Fascistelli. Biografia di “uno tosto”

di Andriy Galtieri


“Ho un’anima post-romantica ed anti-borghese”, diceva Vittorio Brasile nel film “I fascistelli”, pellicola che ripropone le esperienze del classico ragazzo “di destra”, paesano, “convinto di essere carino” e che vuole diventare “un bastardo”, un “nero”, un “cattivo”.

Effettivamente questi pensieri, fino ad un certo punto fanno parte di ciò che ha in mente il ragazzino che si approccia ad una certa parte politica, soprattutto se più ideologica che politica. Poi, come succede anche al personaggio si comprende che tutto ciò che successe tempi addietro a noi vagamente conosciuti e non riconducibili sono stati frutto di “scelte di vita”, ad esempio i NAR: quattro ragazzi stufi di essere fucilati per le strade di Roma che si organizzano “armi in pugno per la strada” e ne combinano di cotte e di crude, ma poi gli arresti, il carcere, i processi e le condanne.

Tornando alle vicende molto real-life del ‘nostro’ fascistello, complicato è il rapporto che ha con l’amica che poi perderà a causa della sua testardaggine nel voler essere militante in tutti gli aspetti della vita, emblematico è lo sguardo evasivo di lei mentre parlano in autobus.
In tre scene questa ragazza riesce a rappresentare il rapporto personale che una persona “perde” schierandosi e scegliendo la militanza come vita. Ci sono momenti in cui ha ragione lei, per esempio sulla considerazione che si può avere sul sindaco democristiano, a lui avverso per questo motivo prettamente ideologico, ma che “ha fatto tante cose buone e giuste”. Ma lui, continuando per la sua strada, finisce per perderla, nonostante l’interesse che lei nutriva per lui. C’è, appunto, questo momento in autobus, in cui si potrebbe dire che si vede il suo distaccarsi dal suo ormai ex “amico” che non esiste più, ma solo in versione “militante politico integro all’Idea”.
Un altro fattore emblematico è la differenza tra il Vittorio Brasile in sezione di paese ed il Vittorio Brasile con i suoi camerati della scuola a Chieti, nella prima si pensa ai calcoli elettorali – sempre miseri e miserabili i componenti – alle poltrone, ai “lavoretti” ed alle poltrone, mentre con i suoi due amici di scuola sviluppa la passione per la politica di destra che l’ha portato al portone della sezione locale del MSI, passione che si sviluppa attraverso l’ascolto delle cassette dei 270 bis, le letture di Evola, Codreanu e Degrelle ed anche alcuni numeri de La Voce della Fogna. Ma, come spesso succede, tra politica ideale e politica reale c’è un abisso, un crepaccio che distanzia i due mondi in modo netto, secco e crudele – soprattutto per i ragazzi, messi in mano a dei poltronari che si servono del coraggio, delle palle e della pelle di chi si pone a servizio, perché, evidentemente, mancano come prerogative al poltronaro. Infatti come si vede, al ‘camerata’ candidato sindaco viene prima una crisi d’isteria al secondo voto ed ultimo voto ‘portato’ appunto dal nostro Vittorio e nel prosieguo del film vediamo lo stesso fare la “voce grossa” con il sindaco democristiano quando c’è da fare la coalizione – in clima post svolta di Fiuggi, correva l’anno 1995.
Poi, alle vicende politiche – fallimentari – del ‘fascistello’ si aggiungono e si intrecciano le vicende personali, i litigi con la madre e la morte del cugino, mandato a lavorare – a mo’ di premio – dal segretario di sezione in un nuovo cantiere creato con l’accordo dei democristiani, “piccolo problema” il lavoro era in nero e senza le dovute norme di sicurezza.

Dopo questo avvenimento Vittorio Brasile decide di abbandonare la politica, a cui si era approcciato pochi mesi prima per non farci più ritorno, vedendo che la realtà non era ciò che si immaginava e non erano i camerati senza macchia e senza paura, ma dei lascivi perditempo, ruffiani e nullafacenti che si coprivano del simbolo di partito e di tante fumose parole che non significano niente sommate tutte insieme.

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