Littoria e l’identità perduta

Di Luca Palmegiani

L’Italia post-unitaria, ancora fortemente frammentata e divisa nell’alta borghesia del nord (in piena espansione post-rivoluzione industriale) e nei ricchi baroni meridionali (che tenevano le redini di una società contadina e rurale), dovrà attendere il primo conflitto mondiale affinché possa intravedere una prima forma di unione “sociale” della sua popolazione. Nelle fangose e sanguinarie trincee si ritrovarono infatti genti provenienti d’ogni parte della penisola, uniti dal sentimento di battaglia al nemico di una terra comune.

Dopo l’orrore e la devastazione della Grande Guerra sorse però la questione relativa all’incapacità di poter riassorbire l’enorme manodopera di ritorno dalle trincee. Ci fu’ un periodo di grande instabilità politica, economica e sociale che venne interrotto dalla “Marcia su Roma”, portando poi alla formazione del “Governo Mussolini”. Ebbe così inizio la storia del ventennio fascista, con vari tentativi di riorganizzare e ristrutturare un paese ormai moribondo. “Quota 90”, la realizzazione di enormi opere pubbliche, “la battaglia del grano” sono solo alcune delle riforme messe in atto per tentare di risolvere la questione economica italiana.

Proprio la battaglia del grano portò il DVCE a pianificare la creazione di un nuovo polo agricolo a sud della provincia di Roma, iniziò la Bonifica della pianura pontina dalla quale, nel 1932, nacquero i comuni di Littoria, Sabaudia e Aprilia. In questi territori vennero insediati coloni provenienti da numerose zone d’Italia, ex soldati affamati, in cerca di lavoro e riscatto sociale.

Borgo Piave, Borgo Grappa, Borgo Sabotino, Borgo Carso sono solo alcuni di questi centri rurali sorti nell’ex palude pontina che richiamavano a luoghi significativi del fronte italo-austriaco. Littoria voleva simboleggiare quindi il riscatto italiano nel periodo grigio del dopoguerra omaggiando i soldati ricollocati in queste aree agricole e risaltando il senso della vittoria contro il nemico comune, cercando quindi di unire tutte le diverse culture che nei fanghi del fronte avevano trovato finalmente un’identità nazionale.

Con la fine della guerra però si ebbe un radicale rinnovamento del comune dell’agro pontino. Quello che doveva essere un centro rurale e agricolo si stava trasformando in una grande città, il nome, Littoria, fu cambiato in Latina poiché il primo era troppo vicino ad un passato che si stava cercando di cancellare. Latina era e rimane tutt’oggi un simbolo vivente del riscatto sociale e economico dell’Italia fascista, con i suoi grandi palazzi marmorei, la sua planimetria precisa e razionale e con il suo immenso patrimonio artistico e culturale legato indissolubilmente al passato.

Quello che però si è perso nel tempo è l’identità di un borgo contadino divenuto città per caso, un luogo d’incontro per i diversi usi e costumi degli abitanti che provenivano da varie regioni d’Italia, emblema di un paese nuovo ma legato alla gloria passata e alla vittoria della Grande Guerra.

Latina divenne il simbolo di quell’Italia post secondo conflitto mondiale che non sapeva più definirsi e imporsi e che ancora oggi, grazie alla sinistra italiana con le sue politiche di accoglienza e sottomissione all’Europa delle banche, prende sempre più forma come una creatura incolore e trasportata dalle influenze esterne, un’Italia sempre più senza identità, un’Italia sempre meno Italia.

Chissà però se il vento della nuova destra, caratterizzata appunto dalla ricerca di quei valori di identità e sovranità che segnarono il passato, non possa ridare all’Italia una sua precisa connotazione nazionale e “recuperare” città come Latina, lasciate in disgrazia e degrado dopo le crisi economiche e politiche che hanno contraddistinto la recente storia mondiale, simbolo di un passato fatto di orgoglio, tradizione e cultura nazionale.

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