Merce bianca: il traffico tra guadagno e debolezze

di Pietro Tidei


È uno dei mali maggiori dei nostri tempi, passata dall’identificare l’appartenenza ad un’elevata classe sociale, all’ essere alla portata di tutti: dipendenza per eccellenza della contemporaneità, inalata, iniettata, fumata. L’ UNODC, Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, ha stilato un rapporto in cui è stato dichiarato che, nel 2012, oltre 243 milioni di persone di età compresa tra i 15 e 64 anni hanno assunto, almeno una volta, sostanze stupefacenti. Tra queste, un riferimento particolare va alla cocaina, la “merce” più redditizia della ‘ndrangheta.

Il format

Inizialmente, sodalizi criminali come l’Onorata Società si mantenevano grazie ad un’economia di carattere redistributivo: il capitale passava direttamente dal commerciante-vittima al criminale-protettore. Con l’avvento della droga, le mafie hanno abbracciato le logiche di mercato monopolistiche basate sulla massimizzazione del guadagno e del profitto e la minimizzazione dei costi. Il bilancio annuo delle entrate della ‘ndrangheta in seguito all’esportazione di queste merci nere dall’America Latina all’Africa, e poi dall’ Africa in Europa, è pari a 45 miliardi di euro: la voce più consistente del suo arricchimento.

L’operazione “Ossessione”


Tra i fatti recenti relativi al narcotraffico della ‘ndrangheta, va menzionata l’operazione “Ossessione”, frutto di un intenso lavoro investigativo durato due anni, con cui è stato rivelato il coinvolgimento di potenti famiglie atte alla compravendita di partite di cocaina non indifferenti con il Sud America e l’Olanda. All’operazione hanno preso parte i finanzieri della Sezione Goa del Nucleo Pef/Gico, lo Scico della Guardia di Finanza e la DCSA, Direzione Centrale per i Servizi Antidroga di Roma. Tutti loro hanno effettuato un’immersione nelle abitudini e nei luoghi dei narcotrafficanti, al fine di capirne al meglio le modalità d’azione, il modus operandi. L’ultima inchiesta, datata al febbraio scorso, ha inflitto gravi danni economici alle organizzazioni, sia per i capitali investiti che per i mancati guadagni. Tutto ciò dimostra come la ‘ndrangheta abbia accresciuto il suo potere, evolvendosi da mero gruppo criminale rurale che operava per estorsioni alla gestione di una vera e propria holding del crimine.

L’operazione “Buena Ventura”


Un altro duro colpo è stato inferto alla ‘ndragheta durante l’operazione “Buena Ventura” terminata nel gennaio 2017, con l’arresto di 18 individui come culmine del duro lavoro coordinato dalla DDA di Reggio Calabria, supportata dalle Squadre Mobili delle Questure di Milano, Napoli, Bologna e Pescara. Anche in questo caso è stata sgominata l’esistenza di un ingente traffico di stupefacenti, gestito da un gruppo con base operativa a Reggio Calabria e articolazioni in varie regione d’Italia, in particolare Abruzzo, Campania, Emilia Romagna e Lombardia. Il sodalizio, di matrice transnazionale, operava sia su territorio nazionale che in alcuni stati esteri – Colombia, Perù, Repubblica Dominicana, Spagna – ed aveva rapporti con l’organizzazione narcoparamilitare colombiana Aquilas Negras. I soggetti monitorati si riferivano alle trattative illecite con lo pseudonimo spagnolo di “Buena Ventura”, da cui il nome del piano.

Ma dove nasce la sostanza?


La regina delle droghe nasce nel verde dell’Amazzonia, che gode di una superficie pari a circa 643.000 km2. La vastità e la densità della foresta equatoriale contribuiscono all’occultamento di laboratori clandestini dediti alla produzione dello stupefacente. La coca viene coltivata dai granjeros, caratterizzata dal sapore aspro e dal colore verde brillante. Una volta raggiunta una certa altezza, la pianta viene potata ed il raccolto è distribuito nei vari laboratori per la lavorazione. È durante il processo di sintetizzazione che la pianta è trasformata in un vero e proprio veleno. Le foglie prima vengono immerse in una miscela di candeggina e cemento diluito con acqua, per poi esser imbevute nella benzina o nel cherosene, dove restano per alcune ore, così da poter trasferire gli alcaloidi contenuti nella foglie al liquido solvente. Il risultato è un liquido oleoso, sottoposto ad un ulteriore processo chimico ed infine filtrato. Si ottiene così la pasta base de cocaína.

I narcos

Finito il lavoro dei cocineros, i maghi del laboratorio, inizia quello dei narcos. Senza i narcos, la coca non sarebbe che polvere; grazie a loro, si trasforma in mercato. Ai granjeros restano solo poche briciole dell’introito totale prodotto dalla vendita di questo “oro bianco”. Basti pensare che, da un chilo di cocaina pura, se ne possono produrre fino a quattro, con un grado di purezza di circa il 30%. In strada, il prezzo di un grammo di coca può arrivare a 70 euro, arrecando così un guadagno maggiore di circa 250 volte rispetto al prezzo iniziale. Ma ai narcos non bastano le maggiori piazze del continente sudamericano, come quelle di Bogotà, Sucre, Lima e Tijuana. I narcos agiscono come una vera e propria multinazionale, facendo del proprio export il principale oggetto di guadagno. Ad un grossista americano, un chilogrammo di coca costa 25 mila dollari; ad uno europeo, invece, circa 33 mila euro. Per i narcotrafficanti, i principali obiettivi sono, infatti, l’Europa ed il Nord America: dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con il boom economico e l’evoluzione consumistica, nei due continenti si respira aria di benessere da oltre 70 anni ed è con l’avvento di Escobar che cominciano ad essere importanti nuove e larghe vedute di mercato nei loro confronti.

Raggiungere l’Europa


L’Europa è raggiungibile per via marittima o aerea; la prima viene utilizzata sfruttando porti venezuelani, caraibici e peruviani, da dove i carichi partono per poi arrivare nei porti spagnoli, olandesi e belgi. I porti del l’Europa settentrionale rappresentano le maggiori vie d’ingresso della coca nel continente, essendo la zona mediterranea ben controllata. I mezzi utilizzati sono vari: la ‘ndrangheta predilige i container, contenenti frutta esotica, cacao o caffè, ma possono essere utilizzati anche altri mezzi, come gli chassis dei camion, autocisterne con doppio fondo o fusti di benzina vuoti. Sembra essere molto efficace anche la via aerea, dove i muli – i corrieri della droga – ingeriscono o introducono nel proprio corpo panetti di coca. In altri casi, invece, i corrieri cercano la complicità di piloti o personale di bordo, o, più semplicemente, coinvolgono il personale di terra facendo viaggiare la sostanza in semplici bagagli.

Economia e droga


In ogni caso, per i capitalisti della cocaina, qualsiasi modalità di aggregazione formale codificata costituisce una sorta di paradosso, in quanto il rapporto tra associati potrebbe sfociare in periodi di crisi identitaria, abbracciando in tal modo mezzi di evasione sociale che portano all’alienazione dell’individuo. Nell’era del capitalismo la droga inizia, infatti, ad essere considerata una “merce particolare”, assumendo crescente importanza rispetto al passato.
Le droghe esistono da sempre, nel loro senso più intrinseco, ed è proprio dell’uomo farne un uso spregiudicato. Nell’età antica esse venivano utilizzate come cure mediche dalle élite della società o venivano distribuite ai soldati prima di morire in battaglia affinché la percezione di essere invincibili potesse sovrastare la paura. È nel Medioevo che ci fu una svolta nei confronti delle sostanze psicotrope, considerate dalla Chiesa la “merce del diavolo”.

Prodotto redditizio

Con l’avvento del capitalismo, per via delle moderne logiche di mercato, la droga inizia ad essere considerata un prodotto particolarmente redditizio, sia da un punto di vista economico, assicurando enormi guadagni, sia da un punto di vista sociale, utilizzato come anestetico nei confronti della comunità e dei suoi mali o come mezzo di identificazione delle classi sociali – cocaina per i ceti alti, eroina per i ceti più bassi e emarginati. La società moderna si distingue sempre maggiormente per la presenza di un vuoto ideologico, riempito da piaceri materiali, apparenti e di consumo, gettando se stessa in uno stato di liquidità, come direbbe Zygmunt Bauman, di solitudine e incapacità di soddisfazione delle proprie aspirazioni, che provocano incertezza sui valori etici, morali e comunitari.

Benessere e droga

Ed è proprio l’aumento del benessere generale a favorire la dipendenza da droghe nella società dei consumi. Questo consumo è legato a diverse esigenze: la prima è quella derivante da situazioni di degrado, dove chi fa uso di droghe, non avendo più niente da perdere e da vivere, sentendosi appartenente ad una subcultura (segmento sociale che si differenzia dalla maggior parte della popolazione) emarginata, cerca in esse un appiglio per alleviare pene e dolori, nella speranza di poter condurre una vita apatica, priva di sentimenti, fatta di rinuncia totale e remissione. Il secondo aspetto riguarda, invece, un altro gruppo d’individui: l’élite della società. Vari ambienti, infatti, richiedono di prendere decisioni di un certo peso in tempi lampo; pertanto, alcuni pensano che un cervello meglio stimolato, quindi più reattivo, sia in grado di mantenersi più lucido e di essere maggiormente efficiente e produttivo.

Come un buon lavoro porta al consumo della droga

L’assunzione di droghe psicotrope come la cocaina da parte di imprenditori, manager, amministratori, politici e funzionari di Stato porta ad un uso della sostanza diverso da quello che ne è fatto dagli eroinomani o tossicodipendenti di basso rango. In questo caso, la droga non significa più apatia nei confronti di problematiche individuali o rinuncia, ma, al contrario, efficienza e maggiori capacità. L’ apparenza iniziale che tutto sia più facile, anche arrivare a complesse soluzioni in poco tempo, dura per poco, e le dosi si incrementano finché si arriva ad una dipendenza dalla sostanza. Il cervello è reso sempre meno efficiente dall’effetto eccitante del craving (desiderio impulsivo per una sostanza psicoattiva, per un cibo o per qualunque altro oggetto) che sarebbe prontamente stimolato da fattori previamente associati alla sostanza, i quali innescano un meccanismo di condizionamento e di associazioni di idee volte alla gratificazione ottenuta chimicamente nell’assunzione dello stupefacente. La criminalità e la droga sono strettamente correlate; esse rappresentano il binomio perfetto per la decadenza sociale.

L’insicurezza sociale

Grazie alle loro capacità subdole e penetranti, che sfruttano le debolezze dei più influenzabili ed insicuri, arrecano danni permanenti. Il nostro Paese occupa i primi posti per il consumo di sostanze stupefacenti, soprattutto tra i giovanissimi. Sodalizi criminali di vecchio stampo, ma anche nuovi che si stanno affermando, utilizzano questo ‘’anestetico’’ sociale per affermare la propria supremazia in una piazza o in un quartiere. ’’Questa è zona nostra’’: la frase più utilizzata da una gang o da un’organizzazione nei confronti di una comunità vittima costretta a subire o, in alcuni casi, tacita consenziente.

Il filone criminale

La criminalità, così come la droga, trova infatti un fertile terreno negli ambienti degradati, dove si propone come via di fuga ed è non semplicemente accettata, ma ricercata dalla popolazione. La droga e il crimine si affermano nei territori in cui lo Stato e il welfare sono assenti: molti sistemi socio-economici delle regioni più povere collasserebbero all’ istante, senza la solida rete di criminalità e traffici illeciti su cui si poggiano. Per questo, quanto lottare il narcotraffico, è importante migliorare le condizioni della comunità, al fine di eliminare ogni bisogno che influisca negativamente sull’individuo, come la droga, e che alimenti tali tipi di affari.


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