Le Idi di Marzo: storia di un tradimento

di Lorenzo Angelini


Idi di Marzo è il nome che è stato dato alla data del 15 marzo 44 a.C. in cui venne perpetrato quello che da molti viene chiamato il cesaricidio, e cioè, l’assassinio di Gaio Giulio Cesare, per opera di un gruppo di Senatori. Questi Senatori, spaventati dal potere e dalla fama acquisita da Giulio Cesare, ma anche dal fatto che lo stesso si volesse proclamare Re di Roma decisero, con la scusa di difendere i valori della Repubblica da un potere che consideravano autonomo e dispotico, si organizzarono in una congiura per uccidere il dittatore.

GLI ANTEFATTI

Prima di diventare dittatore Giulio Cesare aveva guidato trionfalmente le legioni romane tra il 58 e il 50 a.C. nella campagna di Gallia. In quel momento storico Cesare poteva vantare un’alleanza politica con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, che dovevano permettere al generale romano di poter portare a termine la sua campagna senza le interferenze del Senato.
Questa alleanza iniziò a scricchiolare quando, con la morte di Crasso a Parre, Pompeo cercò di togliere il potere delle legioni a Cesare per paura che i continui successi possano metterlo in ombra di fronte al popolo romano.
Nonostante vari tentativi di mediazione tra le due parti non si riuscì ad arrivare ad un accordo e Cesare, nel 10 gennaio del 49 a.C., scavalcò il Rubiconde in armi e diede inizio alla guerra civile. Le due fazioni romani si scontrarono varie volte, fino a quando, dopo la sconfitta di Farsalo, Pompeo fu costretto a rifugiarsi in Egitto dove fu ucciso dai sicari del faraone Tolomeo XIII. Arrivato in Egitto anche Cesare mise sul trono d’Egitto Cleopatra VII scatenando la guerra alessandrina che lo tenne impegnato qualche mese, giusto il tempo di far riorganizzare i suoi nemici a Roma, infatti continuò la sua campagna in Africa, dove sconfisse ancora il senatore Marco Poncio Catone.
Sconfitti quelli che erano i suoi nemici poté rientrare trionfalmente a Roma, dove rendendosi conto del livello di corruzione raggiunto dai vertici romani, iniziò una forte riforma della Repubblica, e dove si proclamò dittatore.

LA CONGIURA

Seppur a malincuore i Senatori accettarono questa situazione, Roma era una Repubblica da molto tempo e ovviamente loro vedevano con molta diffidenza il potere di Cesare che rischiava di oscurare in maniera definitiva il ruolo del Senato, ma dal momento in cui nessuno aveva abbastanza forza e coraggio per affrontare il dittatore allora accettarono lo stato delle cose, con l’idea che prima o poi Cesare avrebbe rinunciato al potere conquistato.
Tuttavia Cesare iniziò ad emanare una serie di riforme che non si limitavano solamente a consolidare il potere sulla sua figura, ma iniziò anche ad intervenire sulla sfera privata ed economica dei senatori stessi arrivando, ad esempio, ad abolire l’usura pratica molto in voga all’interno del Senato fino a quel momento. Vi sono racconti dell’epoca che testimoniano come il senatore Marco Giunio Bruto prestasse denaro ad intere città, famoso il caso della città greca di Salamina da cui pretendeva un tasso d’interesse del 48%. Come se non bastasse, Cesare, iniziò a presentarsi alle sedute in Senato con la toga purpurea, quella che un tempo apparteneva ai Re e iniziò a progettare l’invasione della Partia stato che, pochi anni prima, aveva sconfitto e ucciso il senatore Crasso.
Questo fece crescere ulteriormente il malcontento all’interno del Senato dove si cominciò a pensare che Cesare non avrebbe più lasciato il potere, ma al contrario, lo volesse consolidare con una nuova campagna militare. Così, il 15 Marzo 44 a.C., alcuni senatori circondarono il Divino Cesare e, armati di coltello, lo uccisero. Ecco come Svetonio descrive l’omicidio di Cesare: «Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico di dare il segnale, gli si fece più vicino, come per chiedergli un favore. Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa a un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: “Ma questa è violenza bell’e buona!” uno dei due Casca lo ferì, colpendolo poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con lo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, con anche la parte inferiore del corpo coperta.

“Anche tu, figlio?”


Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: “Anche tu, figlio?”. Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da tre schiavi.» Cesare non fu difeso in quanto fu lui stesso ad allontanare le sue personali guardie del corpo dal momento in cui ormai si sentiva intoccabile dato l’amore smisurato che il popolo provava nei suoi confronti e Marco Antonio, stretto collaboratore di Giulio Cesare e unico uomo che avrebbe fatto di tutto per evitare la sua morte, fu allontanato appositamente dal Senato.

GLI EFFETTI

La morte di Cesare diede vita ad un pesante vuoto di potere, dove i cesaricidi, per cercare di prendere il suo posto, si uccisero l’uno con l’altro con una serie di complotti e di vendette che portò ad una scia di sangue che si concluse quando nel 30 a.C. nessuno di loro rimase più in vita. Scoppiò un’altra guerra civile, questa volta tra Ottaviano, figlio adottivo del defunto dittatore, e Marco Antonio che, dopo esser stato sconfitto, scappò in Egitto e sposò Cleopatra Una volta vinta la guerra civile Ottaviano pose fine alla Repubblica ed instaurò il principato, dando così inizio alla gloriosa era degli imperatori. Dunque, i senatori uccisero Giulio Cesare con la scusa di salvare la Repubblica ma di fatto, proprio da quel momento, Roma una Repubblica non lo fu mai più.

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