17 Marzo, una data per ridisegnare i confini dello Stato

di Manuel Berardinucci

Con la legge 17 marzo 1861, n. 4761, presentata al Senato dall’allora Presidente del Consiglio, Camillo Benso Conte di Cavour, Vittorio Emanuele II, già Sovrano del Regno di Sardegna, sancì la nascita del Regno d’Italia e il titolo di Re d’Italia per sé e per i suoi successori. Dopo anni di lotte e battaglie, e definitivamente in seguito alla Seconda Guerra d’Indipendenza e alla celebre spedizione dei mille, guidata dall’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, la penisola italiana si era finalmente unita e poco dopo divenne Stato, per legge. Un’unità, quella italiana, difficile, senza ombra di dubbio, con mille problemi, differenze territoriali e ingiustizie, ma pur sempre una grande conquista.

Una Nazione a questa Patria


L’Italia, dopo che Dante, Foscolo e Leopardi l’avevano tanto sperato, era divenuta Nazione, libera dall’oppressore straniero. Sarà la Grande Guerra ad unire, per la prima volta, sotto un’unica bandiera, i figli d’Italia, al fronte non c’erano italiani del Nord o del Sud, e sarà poi il Fascismo ad enfatizzare tale aspetto, dando per la prima volta al popolo, il senso di appartenenza ad una Patria. Arriviamo ad oggi, ad una generazione per cui, nella stragrande maggioranza dei casi, il 17 Marzo è il giorno di San Patrizio, ad una politica sempre più propensa a distruggere quell’Unità Nazionale faticosamente raggiunta, stavolta non più in favore di minuscoli Statarelli, ma di un grande organismo sovrannazionale.
E infine di una Repubblica che santifica giornate come il 25 Aprile e il 2 Giugno e dimentica il sacrificio dei tanti Patrioti Italiani del Risorgimento.

L’importanza dei confini

E’ evidente che, checché ne dicano radical-chic vari, una Nazione per essere tale deve essere delimitata da dei confini, non solo territoriali o economici, ma anche e soprattutto valoriali. E’ altresì evidente che quei confini, li delimita ciò a cui si sceglie di dare maggiore rilevanza. Se il nostro Stato ritiene di dover enfatizzare, rispetto ad altro (penso alla giornata di oggi o al 4 novembre), la liberazione dalla dittatura fascista e il risultato referendario (su cui pure emergono sempre più ombre e dubbi) che decretò la forma Repubblicana dello Stato, significa che quei confini sono politico-ideologici. Inaccettabile a mio parere. Inaccettabile perché quando ci sono dei confini, c’è anche, giustamente, chi sta dentro e chi sta fuori. Con l’attuale assetto e ordine di importanza delle cose, sta dentro chi non si sente figlio d’Italia, chi vorrebbe tornare sotto l’Impero Austroungarico 2.0, chi bercia contro i Savoia non per il loro operato, talvolta deprecabile, ma in nome di un insano nostalgismo borbonico.

Feste che devono unire


Sono fuori i fascisti, i monarchici, gli scettici (compreso il sottoscritto) sulla regolarità di quanto accadde il 2 Giugno e tutti coloro che non si riconoscono nell’antifascismo e nella forma Repubblicana. Comportamento ingiustificato, a mio parere, per un Paese che voglia essere democratico nel senso profondo del termine. Il discrimine dev’essere il sentirsi parte della Comunità Nazionale Italiana e non l’accettarne supinamente l’ideologia dominante e la forma. Festività fondate sull’ideologia dividono, le feste Nazionali dovrebbero invece unire. Ecco perché auspico un giorno in cui sarà il 17 Marzo il giorno più sentito in Patria e in cui, quando si dovrà pensare ad un momento glorioso ed eroico per la nostra storia, non si penserà alla sanguinosa guerra tra fratelli che fu la Resistenza, ma la mente correrà agli eroi risorgimentali. Viva l’Italia Unita.

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