100 Anni dall’Idea che cambiò la storia d’Italia

di Manuel Berardinucci.

Esattamente 100 anni fa, il 23 Marzo del 1919, come annunciato già il 9 dello stesso mese dal giornale “Popolo d’Italia”, vennero fondati, in Piazza Sansepolcro, i Fasci Italiani di Combattimento, guidati da Benito Mussolini. Fu l’inizio di una lunga storia che, bene o male, ha ridisegnato il volto della Patria, che, bene o male, cambiò il destino dell’Italia e dell’Europa, che, bene o male, ispirò governi e partiti di mezza Europa e che, bene o male, a cent’anni dalla sua nascita e a più di settanta dalla sua morte, continua a far discutere ed accendere gli animi. Una storia che, spesso, è stata raccontata in maniera distorta, limitandola ai vent’anni di governo mussoliniano che, pur rivestendo evidente importanza e centralità, non costituiscono l’essenza del pensiero del fascista. Procediamo per ordine. Mussolini e i suoi sostenitori, che verranno poi chiamati “sanseplocristi”, si riuniscono in Piazza San Sepolcro a Milano. La riunione, prese avvio con l’intervento del Presidente dell’assemblea, Ferruccio Vecchi (Ardito della Prima guerra mondiale). Il suo intervento fu seguito da quello di Enzo Agnelli, fondatore dei Fasci di Milano e da quello tanto atteso di Benito Mussolini. Il futuro Duce d’Italia porrà le basi ideali del pensiero sansepolcrista, evidenziandone la natura antimperialista, la vicinanza ai combattenti della Grande Guerra, delusi, furiosi, disoccupati, infermi malati ecc. e la volontà di porre una “terza via” come alternativa al bolscevismo e al capitalismo. Non a caso il programma di San Sepolcro tentò di congiungere le istanze sociali espresse durante il biennio rosso dalle masse operaie, ad un forte sentimento nazionalista ed irredentista (era infatti ritenuto prioritario rivendicare Fiume e la Dalmazia). Queste posizioni gli porteranno le simpatie di diversi ed eterogenei gruppi politici e sociali, dagli interventisti di sinistra, ai futuristi, agli arditi, fino ai sindacalisti rivoluzionari. Suffragio universale, forma Repubblicana dello Stato, l’istituzione di una Camera con potere legislativo che rappresentasse le professioni e i mestieri (posizione ripresa nell’Italia Repubblicana dal Movimento Sociale Italiano), giornata lavorativa di otto ore, paga minima, tassazione progressiva sulle grandi ricchezze… queste alcune delle proposte più radicali e rivoluzionarie di quel programma.

Trovandosi tuttavia, in una situazione sociale estremamente delicata, i Fasci Italiani di Combattimento, individuarono il principale nemico nel pericolo di una rivoluzione bolscevica, che scongiurarono attraverso una forte azione di opposizione agli scioperi e alle manifestazioni rosse. Questo portò il movimento fascista ad un progressivo avvicinamento ai ceti medi e conservatori che poi portò, il 10 Novembre del 1921 alla nascita del Partito Nazionale Fascista e all’abbandono dell’anticlericalismo (abbandono palesato nel 1929 con i Patti Lateranensi), del repubblicanesimo e delle posizioni più di “sinistra”. Rimase tuttavia una forte sensibilità per le tematiche sociali che, seppur in un contesto di sovranità limitata, divenne nuovamente centrale durante la Repubblica Sociale Italiana.

Non si può davvero comprendere il fenomeno fascista senza conoscerne le origini, le istanza primigenie, che vedevano la necessità di una valida alternativa al collassato modello liberale che non fosse la dittatura del proletariato. Oggi del fascismo rimane niente, è una storia finita, grandiosa e tragica, che merita di essere rammentata per altro, oltre che per l’omicidio Matteotti o le leggi razziali (che pure ne costituiscono un’onta incancellabile). Dovremmo parlare di più d fascismo, non nei salotti politici, poiché non c’entra più nulla col mondo politico, ma tra studiosi, storici e semplici appassionati della cultura, per cercare di fare finalmente luce sul ventennio più controverso della nostra storia nazionale, senza più divisioni dettate da proclami di partito e con la democratica convinzione che si tratta di qualcosa di irrepetibile.

Del fascismo, restano solo gli “anti”, a far la guerra contro i mulini a vento.

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