L’America Latina nell’Impero di Washington: il Caso del Brasile

Di Leonardo Rivalenti

Dai tempi della Dottrina Monroe, l’America Latina ha sempre costituito un importante tassello nella costruzione della sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America. Partendo dalla detta dottrina, si può infatti osservare come gli Stati Uniti, tramite un processo non sempre lineare, abbiano gradualmente consolidato il loro potere sul Continente, fino a farne uno dei perni del proprio sistema imperiale (probabilmente quello sotto più stretto controllo).

Alcuni episodi durante il XIX secolo che esemplificano questa progressione sono dati dall’appoggio ai ribelli Messicani a partire dal 1866 nella loro lotta contro la monarchia di Massimiliano I e gli alleati francesi, dall’intervento in Brasile nel 1891, a difesa del regime militare contro i monarchici insorti, o ancora dalla guerra contro la Spagna, nel 1898. Si può quindi affermare che durante il XIX la priorità sia stata la rimozione delle ultime influenze europee dal Nuovo Mondo. Dalla Presidenza di Theodore Roosevelt in poi, invece, con l’adozione della Big Stick Policy, si è vista la consolidazione di un vero e proprio sistema imperiale, in cui gli U.S.A. sono passati a gestire il loro vicinato meridionale da potenza egemone, non solo opponendosi ad influenze esterne, ma anche assicurandosi governi allineati ad essi. Esempio di tale politica sono stati gli interventi militari americani in America Centrale durante la prima metà del XX secolo, così come i golpe militari tra gli anni ‘60 e ‘70.
A partire dalla fine degli anni ‘90 e l’inizio del XXI secolo, però, l’ascesa di una serie di governi di sinistra nell’America Meridionale sembrava poter mettere in scacco tale egemonia. Infatti, questi governi, pur se in misura diversa, hanno cercato di mettere in atto politiche per limitare l’influenza statunitense. Paesi come la Bolivia e il Venezuela sono arrivati al punto di portare a capo nazionalizzazioni e politiche di avvicinamento diplomatico a potenze non allineate con gli U.S.A., altri come il Brasile, agendo in maniera più moderata, hanno preferito mantenere le collaborazioni già in atto con gli ma aprendosi anche a nuovi partners, tramite strumenti come il BRICS e le cooperazioni Sud-Sud.
Dal punto di vista Americano, però, l’America Meridionale è una regione che non può essere persa, pena l’incertezza di tutto il sistema imperiale centrato su Washington D.C.. Infatti, qualora vi fosse una potenza rivale degli U.S.A. capace di affermarsi nella regione, sia essa interna o esterna, la strategia geopolitica degli Stati Uniti dovrebbe essere riformulata, considerando la necessità di doversi difendere nel proprio vicinato più immediato. Questo per spiegare tanto le ragioni dell’ingerenza negli Stati Uniti nella regione, senza ignorare, naturalmente, la questione economica, che rende l’America Latina non solo un mercato considerevole per gli U.S.A., ma anche un importante esportatore di materie prime e commodities.
Nel contesto geopolitico del XXI secolo, naturalmente, gli Stati Uniti potrebbero più intervenire in America Latina come erano intervenuti durante la Guerra Fredda, molto meno tramite interventi diretti come invece era avvenuto in America Centrale durante la prima metà dello scorso secolo o anche solo a Panama negli anni ‘80. Tuttavia, come si è potuto osservare anche recentemente con il caso del Venezuela, essi non hanno rinunciato a sostenere politici e burocrati allineati con i loro disegni geopolitici, cercando così di vedere i governi che si erano stabiliti sostituiti.
Per illustrare meglio questo processo, si può citare il caso del Brasile, dove il governo di centro-sinistra di Dilma Rousseff è stato oggetto di una graduale destabilizzazione, iniziata nel 2013 e che in ultima analisi è andata a beneficiare la politica estera Americana, pur non essendo stata (necessariamente) architettata dagli Stati Uniti. Sarebbe più corretto parlare di coincidenza di interessi tra una certa classe dirigente fortemente atlantista e lo U.S. State Department. La prima cosa da osservare è come i gruppi che hanno guidato il processo di impeachment, dalle proteste fino alle investigazioni, fossero o di formazione americana o abbiano comunque vincoli con gli Stati Uniti. Ad esempio, il Giudice Sérgio Moro, coordinatore dell’Operazione Lava Jato, non solo aveva ricevuto una preparazione speciale ad Harvard nel campo dell’anticorruzione (che di per sé non proverebbe molto), ma ha coordinato l’operazione in collaborazione con il Dipartimento di Giustizia degli U.S.A.. Va tenuto presente che la suddetta operazione, nel nome dell’anticorruzione, è stata anche responsabile per bloccare la costruzione di sommergibili nucleari e per la crisi della PETROBRAS, la petrolifera statale Brasiliana, andando così a colpire settori strategici chiave della sovranità nazionale Brasiliana.
A seguito delle dimissioni della Presidente Rousseff, il nuovo Presidente Michel Temer ha immediatamente portato a capo una serie di privatizzazioni, in particolar modo nell’ambito dell’estrazione petrolifera. Qui infatti, a beneficiare della politica di privatizzazioni, sono stati i consorzi stranieri, come la Shell, la EXXON Mobil e altre multinazionali di quel settore, attori non statali, ma non per questo dissociati dalla politica estera a stelle e strisce. Pur non essendo ancora chiaro fino a che punto vi sia stato il coinvolgimento di simili lobbies in questo processo di graduale erosione della sovranità nazionale, si tratta di un’ipotesi che non può affatto essere scartata con leggerezza.
Si può invece dubitare di un coinvolgimento diretto Statunitense nell’elezione di Jair Bolsonaro, per la semplice ragione che questo non è stato minimamente necessario. Sicuramente, i tweet di Donald Trump sono serviti ad aumentare il carisma di Jair Bolsonaro, un candidato servile, che nonostante la sua carriera da militare, aveva già dato chiari segnali di come avrebbe riconfigurato la politica estera Brasiliana, minandone l’indipendenza che tradizionalmente ha mantenuto, anche in momenti come il regime militare.
Non è quindi da sorprendersi che non appena entrato alla Presidenza, dopo essersi assicurato il via libera di Washington D.C., diventando immune da qualsiasi attacco interno, il Presidente Bolsonaro stia ora procedendo con la privatizzazione di tutti i settori strategici del paese. Prima fra tutti l’Embraer, il colosso dell’industria aeronautica, fino ad ora gestito dalle Forze Armate e che ora diventerà una joint venture, fondendosi con la Boeing. Altra ancora più oltraggiosa cessione di sovranità è stata invece la concessione della base di Alcantara, usata per il lancio di missili, alle Forze Armate Americane, che passeranno così, per la prima volta dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ad avere una presenza militare in territorio Brasiliano.
Il caso del Brasile, rappresenta quindi un esempio di combinazione di soft power attori non statali per i fini della politica imperiale degli Stati Uniti. Naturalmente, non è intenzione dell’articolo produrre una valutazione di stampo etico o morale sulla questione: è nel carattere naturale delle nazioni disputare sfere di influenza e cercare la supremazia, è semplicemente un fatto. Era invece mia intenzione, dimostrare in primo luogo l’importanza dell’America Meridionale nella strategia geopolitica degli U.S.A. ed in secondo luogo, alcuni mezzi, almeno i più espliciti attraverso i quali questi continuano ad assicurarsi il controllo sulla regione.

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