Il Giappone si Prepara ad Entrare nell’Era Reiwa

Di Leonardo Rivalenti

Nella presente data (1 Aprile, 2019), è giunto dal Palazzo Imperiale di Tokyo l’annuncio del nome della Nuova Era Imperiale, che dovrà iniziare esattamente tra un mese, il 1 Maggio, con l’ascesa al Trono del Crisantemo di S.A.I. il Principe Naruhito. La proclamazione delle ere imperiali, in Giappone, è un’eredità diretta dei più di 2000 anni di monarchia Giapponese e di una weltanschauung tradizionale, fondata sullo Shintoismo e tutt’ora presente nell’Impero del Sol Levante. Così, in 30 giorni a partire da oggi, il Sol Levante si lascerà alle spalle l’Era Heisei (Pace Ovunque), con l’abdicazione dell’Imperatore Hirohito, ed entrerà nell’Era Reiwa (Ordine/Comando e Armonia/Pace).

La scelta del nome dell’Era Imperiale, diversamente da qualsiasi liturgia o rito seguito in molte monarchie europee, non è una semplice reminiscenza di un passato glorioso, ma è invece l’espressione delle aspirazioni e delle necessità dell’impero più antico al mondo. Infatti come vedremo, se l’Impero del Giappone si trova ora ad un punto di svolta, la scelta di questo nome indica esattamente la direzione di questa svolta.

La prima cosa che si deve osservare in merito a questo nome è la sua origine. Negli ultimi 1300 anni, i nomi delle Ere Imperiali erano ispirati dai classici della letteratura cinese, più esattamente dallo Shiki e dallo Shokyo, a dimostrazione di uno storico vincolo tra la cultura e le tradizioni dell’Impero del Centro e dell’Ottuplice Recinto (uno degli antichi nomi del Giappone). Tuttavia, questa tradizione è stata spezzata, qualcosa non osato neanche tra le Ere Meiji e Showa, periodi di massimo risveglio nazionalista Giapponese. Invece, questa volta il nome Reiwa è stato preso dal Manyoshu, un’opera poetica Giapponese risalente al VI secolo d.C..

Solo da una simile scelta si può già dedurre che la nuova era sarà una era di risveglio nazionale, una nuova era Meiji? Forse. Rompere con 1300 anni di vincolo con la letteratura cinese, può anche essere vista come l’ulteriore affermazione dello Shintoismo sul Buddhismo Zen. Tale tendenza già presente nel culto imperiale Giapponese (qui parlare di religione laica sarebbe un’assurdità), con questa affermazione di supremazia delle tradizioni autoctone nipponiche sulle influenze cinesi verrebbe quindi ad essere rinforzata, anche a dispetto della secolarizzazione (imposta) dello Stato. La scelta potrebbe essere quindi interpretata, senza esagerazione come un primo tentativo di reintroduzione del concetto del sacro, parzialmente svanito dopo l’invasione Americana del 1945.

Veniamo quindi al nome in se, composto da Rei e Wa, che come anticipato, si tradurrebbero in ordine/comando e armonia/pace. L’Era che sta per chiudersi si traduceva in “Pace Ovunque”, come detto in precedenza, vi si può quindi identificare una certa continuità. L’Era precedente doveva raggiungere la pace sia interna che esterna, obiettivo sicuramente raggiunto internamente (almeno materialmente, forse meno spiritualmente), ma forse meno esternamente, dove il Giappone, in nome di questa sua missione pacificatrice, si sta dovendo riarmare e rientrare l’arena della geopolitica mondiale. La nuova Era invece, vuole raccogliere quel legato, assicurarlo con il comando e l’ordine e completarlo (o forse relativizzarlo?) con il concetto dell’armonia.

Internamente, l’Ordine/Comando potrebbe essere interpretato come il risorgere di un’autorità forte, forse proveniente dall’Imperatore o dal Primo Ministro nazionalista Shinzo Abe (o dai suoi successori), nonostante il Giappone non abbia mai avuto, nella sua storia recente, problemi di vuoti di potere o assenza di autorità, diversamente da altri paesi. Ciò nonostante, non sarebbe irrealistico aspettarsi delle riforme nelle regole che reggono la Casa Imperiale, in particolar modo nelle leggi di successione. Si potrebbe, forse più ragionevolmente, interpretare il termine nella chiave del riarmo dell’Impero del Sol Levante. Obbligato dagli USA al disarmo dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha potuto riarmarsi durante la Guerra Fredda tramite le Forze di Autodifesa, le quali però, oltre a non godere dello status di Forze Armate (come erano l’Imperiale Esercito, la Marina e l’Aeronautica), hanno un campo d’azione limitato alla difesa territoriale, come forza ausiliaria degli USA. Se il dibattito sul cambiamento dello status di queste forze (ormai tra le più potenti del mondo, a dispetto del loro status, ridotto a mera formalità) è già in atto da diversi anni, si potrebbe finalmente essere ad un punto di svolta.

Esternamente, “Ordine” (ma anche “Armonia”) potrebbe anche essere indicativo del nuovo ruolo che Giappone ambirebbe ad occupare. Non più nazione subalterna, che preferisce delegare al socio di maggioranza Americano la propria sicurezza, ma potenza regionale, disposta a difendere i propri interessi nella regione con una delle flotte più potenti del mondo, erede di quella stessa flotta che tra il 1941 e il ‘45 tenne in scacco le flotte Alleate nel Pacifico. Per il Giappone, questa è una scelta obbligata, determinata sia dalle crescenti incertezze provenienti da Washington D.C. che dal pericoloso risveglio dell’Impero del Centro (la Cina), il quale, pur essendo una potenza prevalentemente continentale, punta a proiettare la sua influenza anche sul mare. Il Giappone resterà per ciò una potenza alleata del blocco occidentale, non vi ricaverebbe alcun beneficio facendo altrimenti. Dovrà però tornare ad agire da potenza imperiale, o più correttamente sub-imperiale, assicurando l’ordine e l’armonia nella regione dell’Asia-Pacifico onde contenere l’espansione dei rivali continentali. Siamo nel reame delle possibilità, è ovvio, ma la geopolitica dell’Asia Orientale, se si vuole parlare di “Ordine e Armonia”, non si apre a una grande varietà di interpretazioni.

Veniamo quindi all’Armonia (forse più plausibile che “Pace”). Se sul piano esterno, va a completare quanto detto nel precedente paragrafo, su quello interno potrebbe assumere una valenza diversa. Data la presente configurazione della società Giapponese ed in particolar modo il contrasto tra una cultura segnata dalla abnegazione e dal senso del dovere da un lato e dall’altro da uno stile di vita sempre meno sostenibile che sta avendo un impatto negativo sulla stessa demografia Giapponese, si potrebbe presumere che questa sarà una delle sfide a cui si cercherà maggiormente di rispondere. Il basso tasso di natalità dei Giapponesi, è infatti largamente causato da uno stile di vita centrato sul lavoro e combinato con il metodo di produzione toyotista, che dal Dopoguerra in poi ha sempre di più ridotto il ruolo dell’individuo nella società a mero produttore di ricchezza, minimizzandone qualsiasi altra dimensione slegata da quella professionale. Se per alcuni questa è un’estremizzazione dell’etica tradizionale del Giappone, non si può fare a meno di osservare come però tale mentalità lavorativa risalga alla seconda metà del XIX Secolo, quando l’industrializzazione ha avuto inizio. Ironicamente, uno dei fattori che ha contribuito maggiormente allo sviluppo del Giappone, potrebbe causarne ora la rovina, dal momento in cui la demografia è la base della potenza di un paese e una nazione composta da anziani non può sostenersi. Armonizzare quindi le diverse (non solo questa) contraddizioni sociali e culturali che caratterizzano l’Impero del Sol Levante, questa sarà probabilmente una delle più grandi sfide dell’Era Reiwa, forse la più grande.

Come detto all’inizio, il nome delle Ere Imperiali Giapponesi è un riflesso delle sfide che l’Impero deve affrontare sotto la nuova guida e indica l’approccio che il nuovo Imperatore adotterà. Qui si è cercato di dare un’interpretazione al nome sulla base della configurazione esterna ed interna del Sol Levante e sicuramente, l’evolversi dei fatti durante i prossimi anni confermerà o smentirà la presente analisi. Per concludere però, penso valga la pena riflettere su un aspetto che rimane sempre evidente durante lo studio della storia e della geopolitica Giapponese: l’idea di continuità, garantita sia dall’Imperatore che da una forte base spirituale, probabilmente vero fondamento della grandezza nipponica e purtroppo grande assente dall’immaginario collettivo italiano.

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