La retorica fine a se stessa sulla necessità di giovani in politica

di Vittoria Farnese

Si parla spesso, a vanvera in realtà, di giovani e politica: è l’apoteosi della bellezza retorica messa insieme ad una buona dose di sentimentalismo, la carica elettiva che riassume la tendenza al rinnovamento legata ai volti nuovi e freschi, pronti per essere consumati e sfruttati.

Eppure, diciamocelo, e guai a voi se non sarete onesti con quanto dico, parlare di giovani si tramuta il più delle volte nell’aspettarseli accomodanti e silenziosi, pronti ad ubbidire ma senza fin troppe interferenze nella vita politica vera e propria.

Stai buono, ragazzo. Sei ancora giovane, il tuo tempo non è ancora giunto. Ascolta, impara. Stai buono, ragazzo. Poco importa tu sia persino più bravo di me! Ma stai buono, ascolta e impara, ma non troppo, sennò diventi un pericolo e dovrò farti fuori, mi dispiacerebbe. Hai un viso così fresco.
Stai buono, ragazzo. Vai ad attaccare quei manifesti che mi ritraggono, fai i gazebo e stai buono.
Candidarti? Ma cosa dici? Sei ancora troppo giovane. Stai buono, devi ancora imparare, c’hai appena vent’anni e pensi di candidarti. Come? Ne hai venticinque? Sempre poco è, aspetta, non è ancora il tuo momento
.

Cantilena, accordi, strette di mano e sorrisi imbronciati: se questo non è il mondo politico giovanile incastrato a quello degli adulti, poco ci manca, perché è in realtà peggio, eppure io – persino io – non riesco ad essere tanto cinica dal dire che è soltanto questo.
No, infatti: non sono tutti così, qualcuno che ti dà credito deve per forza esserci, però sono mosche bianche, e come tutte le cose rare si incontrano poco.
Poi c’è chi si accontenta, chi dice: “Sì, signore. Sto buono, sto al mio posto. Sì, signore. Io vado ad attaccare i manifesti, faccio i gazebo perché mi piace parlare con la gente. Sì, signore, io sono bravo, studio, forse sono persino più bravo di te, ma non abbastanza. Io ti ascolto, sto buono. Sto al mio posto. Sì, signore, non farò l’errore di quello lì. Di quel diavolo che pensa di poter fare tutto da solo. No, signore, io ti ascolto, non faccio mai di testa mia.”

Tanti di questi ragazzi sono in buonafede, sia chiaro. Anche perché solitamente gli opportunisti fanno tutt’altra strada, non pensiamo davvero che all’interno di un contesto giovanile vi sia tutta bellezza: un giovane non è sempre rinnovamento, la competizione tra ragazzi della stessa specie c’è e se possibile alimentata persino da dinamiche più grandi di loro.
Togli un Cesare, cerca un Cesare, ma sono tutti Bruto e Cassio.
Affinché tu possa far carriera politica – se non sei molto fortunato e molto bravo, ma questi sono casi eccezionali – devi essere possibilmente sordo, accondiscendente, buono, silenzioso e non troppo sveglio.

Stai buono, ragazzo. Mi stai facendo agitare. Perché pensi di poter fare di testa tua? Non devi dire certe cose, non devi prendere certe posizioni. Sono di buon senso? Non mi interessa del tuo buon senso. Ascolta ed esegui, prima o poi arriverà anche il tuo momento.
Ma non dirmi che si muore per niente, non dirmi che la politica ti sta uccidendo un poco perché ci stai restando male.
Ragazzo, ma quanto sei ingenuo! Pensavi davvero che far politica significasse essere arditi e gridare in piazza? No? Pensavi bastasse essere bravi e fare i compiti a casa? Ingenuo e sciocco, la politica è questa qui, precisamente la mia, quella che ti piega se deve piegarti, ti pugnala se è necessario, ti neutralizza se sei un pericolo e ti mastica sino a ridurti al niente se sei troppo duro.
No, non fa politica chi non si piega. Devi piegarti, ragazzo. Quante volte ti ho detto che devi stare buono, non mi hai mai ascoltato, perciò adesso non sei buono neanche ad attaccare i manifesti, a fare la colla.
Dovevi restare la basso manovalanza, cosa ti è saltato in mente? Qualche discorso te lo faccio anche fare, non vedi che ti applaudo quando parli? Eppure tu hai voluto fare troppo, non si fa così, ragazzo. Si muore in politica se si fanno salti, e tu hai sbagliato.
Sei giovane, te lo concedo. Sei giovane ma è ora che impari che ogni gioco ha un prezzo e quello politico è il più costoso di tutti.

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