False denunce, quelle violenze troppo spesso taciute.

di Alessio Valente

La casa è vuota e al suo interno c’è solo Amy che, sacca di sangue alla mano, sta spargendo tutto il salone con quelle che saranno le tracce del suo omicidio. Non è l’incipit, ma un colpo di scena di un famoso film, di cui non facciamo il nome per via dei dettagli rivelati, che parla di un fenomeno spesso taciuto ma molto drammatico: quello della falsa accusa e della falsa denuncia.

In questi giorni si è parlato molto, nelle aule istituzionali, di violenza sulle donne. Un aspetto molto crudele della nostra, e delle altre, società, che è diventato uno degli argomenti più discussi e onnipresenti sui mezzi di comunicazione. Anche a seguito di campagne, come quella del “Metoo”, e di fatti eclatanti, il tema della violenza sul genere femminile è sempre più sentito dai cittadini. Ma c’è anche un altro aspetto collegato, che è quello della menzogna, che sta lentamente emergendo, dagli organi di informazione. Un argomento importante quanto preoccupante a cui, però, non sono ancora dedicate le giuste riflessioni.

L’episodio più recente è quello che ha attirato l’attenzione delle cronache già da qualche tempo, ovvero lo stupro avvenuto, ad opera di tre giovani, nell’ascensore della circumvesiuvana, la metropolitana di Napoli. Dopo mesi di indagini i giudici arrivano alla conclusione che l’atto non si è verificato, o almeno non si è verificato nelle modalità descritte dalla ragazza. I video analizzati, i referti medici e la condizione psichica della ragazza hanno portato, infatti, a escludere ogni tipo di violenza denunciata dalla stessa.
Il tutto, però, arriva dopo mesi di scandalo e di gogna mediatica per i tre. Certamente, una ulteriore riflessione potrebbe aversi anche se lo stupro fosse definitivamente scartato come ipotesi: quella relativa a che tipo di società sia quella in cui quattro ragazzi facciano sesso negli ascensori di un luogo pubblico come se nulla fosse.

Ancora, due anni fa, un pizzaiolo romano sconta cinque giorni di carcere, più quarantadue ai domiciliari, per aver molestato una cameriera, collega di lavoro. “Mi ha tirato indietro, si è poggiato a me, ero bloccata”, queste le accuse della ragazza che, spietatamente sapiente, ricalcava il classico racconto di abuso. Ancora una volta però, è un video di una telecamera a circuito chiuso, che descrive tutta un’altra scena, quella classica di un approccio normalissimo fra due giovani attratti, com’è normale che sia, l’uno dall’altro: esaminato il video, scarcerazione immediata. Ma un danno è stato fatto, morale, psicologico, diffamatorio.

Ancora più eclatante, il servizio de Le Iene a cura di Veronica Ruggeri. Il titolo è già di per sé eloquente: “A quindici anni si inventa uno stupro e manda l’ex in carcere”. Il servizio è tutta una sequela di accuse e contro accuse, in contraddizione coi fatti, che portano la giornalista ad intervistare la ragazza che, messa al muro, scoppia in un pianto confessando la sua colpevolezza. Il tutto si chiude, paradossalmente, quasi con la comprensione per una ragazza apparsa psichicamente disturbata, come del resto qualsiasi soggetto che cede alla devianza.

In un articolo apparso su Il giornale, appare che su 55mila casi di denuncia, solo 5mila si risolvono con una effettiva condanna. Un fenomeno senz’altro preoccupante, che dovrebbe far riflettere chi, forca alla mano, parla di castrazione chimica o inasprimento delle pene forse con troppa leggerezza. Mentre il dato, forse più preoccupante di tutti, non viene analizzato per timore di sollevare un tappeto che nasconde troppa polvere: quello della diffidenza fra i sessi e dell’ iper-individualismo, che porta uomini e donne a compiere atti di violenza, fisica, verbale o psicologica, l’uno sull’altro.

Quella disgregazione di una società allo stadio terminale che porta tre matrimoni su quattro a fallire, mentre sta crescendo una generazione allevata da madri e padri separati, bombardata quotidianamente da una cultura libertina in cui, ormai, la morale non ha più posto.

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