Riflessioni notturne – Il tedio esistenziale

di Manuel Berardinucci


Charles Baudelaire, il primo poeta maledetto, maestro involontario di una generazione alla ricerca dell’introvabile in società dominata dai valori della borghesia più meschina, nel suo pensiero poneva l’artista come un essere beato, perché dotato di una rara sensibilità e dannato, poiché proprio quest’ultima lo gettava in quel turbine di sensazioni racchiudibili nel termine “spleen”. La parola deriva dal greco e significa milza, infatti nella medicina antica era opinione diffusa che l’umore dipendesse dalla produzione di bile nera, da parte, per l’appunto, della milza, che sarebbe stata, dunque, causa di malessere e tedio. Quel tedio esistenziale che assillava Baudelaire e i poeti decadenti, i quali si sentivano esuli e impotenti in una società di cui disconoscevano i gretti valori, era riservato ad una ristretta cerchia di spiccate personalità artistiche. Ho, tuttavia, ragione di ritenere, che a distanza di poco più di un secolo, quello stato d’animo possa trovare nuove vestigia nella società moderna. Non in animi nobili ed elevati, sempre più rari o nascosti, e neanche con la pretesa di portare poi a quelle opere straordinarie, che tutt’oggi amiamo, ma nella diffusa frenesia esistenziale. Quasi sempre, nel mondo e nella storia, un’esagerazione in un determinato senso, è figlia, sorellastra o madre del suo opposto. La società di oggi è, infatti, alla costante ricerca del superamento di sé stessa. E’ incapace di farlo col divino e lo spirituale, entrambi archiviati nell’oscuro baule della storia, si getta sul materiale e lo scientifico. L’ossessiva ricerca del divertimento a tutti i costi, anche aldilà del buonsenso, era comune ai poeti maledetti come lo è a molti ragazzi di oggi. I secondi, però, a differenza dei primi, sono vittime inconsapevoli del turbine in cui si stanno gettando e delle cause che li spingono a simili atteggiamenti. Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé compivano quelle scelte in cosciente rifiuto di una linea valoriale. I ragazzacci odierni no. Loro si fanno le canne perché “fa fighi”, bevono per divertirsi a modo loro e poi, una volta entrati in questo circolo vizioso non ne escono più, arrivando a catastrofiche conseguenze. Sebbene i diretti interessati non siano consapevoli delle concause coinvolte e, spesso, abbiano una gran dose di responsabilità personale, non possiamo fingere che non vi siano motivazioni più profonde. Anche perché, ho citato i giovani, ma potrei scrivere della “rivoluzione dei quarantenni” che inondano le discoteche, della chirurgia plastica, dei tentativi di clonazione, delle prime forme di ibernazione, della ludopatia e potrei continuare. Tentativi questi,diversi tra di loro, tutti volti a cercare qualcosa oltre ciò che siamo e abbiamo, poiché non è più sufficiente. E non è sufficiente, non perché l’essere umano, che è per natura straordinario, non sia in grado di completarsi senza ricorrere a mezzi esterni, ma per il semplice motivo che ha deciso di optare per l’oblio di tutto ciò che gli consentiva di farlo. Nobili valori per cui battersi, alti ideali in cui credere, senso di appartenenza ad una comunità famigliare, locale e nazionale per cui spendersi e sacrificarsi, un Dio, un’etica, una morale ai quali rispondere del proprio operato in terra. L’amore per la bellezza. Abbiamo perso il senso stesso del termine, figurarsi l’amore. Non è facile definirla, la risposta è dentro ognuno di noi e terribilmente soggettiva, ma abbiamo smesso di cercarla, abituati come siamo alle brutture che ci circondano. La bellezza, per me, sta in un castello diroccato le cui pietre raccontano storie e antiche gesta, nella vita che nasce in un bambino o in fiore, nelle rughe di un’antica signora che, come le pietre del castello, sono pagine di vita che non si meritano di essere estirpate da un moderno attrezzo tecnologico e si trova anche nella disperazione della tragedia.
L’essere umano deve tornare a completarsi autonomamente. Mi chiedo se non sia già troppo tardi.

“E’ ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare.”  C. Baudelaire

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