Addio Ciliegi in Fiore

di Franz Camillo Bertagnolli

L’Ultimo viaggio della corazzata Yamato

La corazzata Yamato, insieme ala gemella Musashi, è, è stata e sarà la nave da guerra più grande e poderosa mai creata.
Rappresenta il limite estremo dello sviluppo della nave corazzata in grandezza ed in potenza di fuoco.

Con la sua enorme stazza di 73.000 tonnellate a pieno carico, con i suoi 9 cannoni da 460 mm., con i suoi giganteschi motori a turbina da 150.000 cavalli vapore rappresenta il non plus ultra dello sviluppo bellico della corazzata.

La sua potenza doveva metterla in grado di affondare qualsiasi nave e di resistere a qualunque attacco aereo.

Entrò in servizio appena dopo l’attacco di Pearl Harbor e combattè da nave ammiraglia della Marina Imperiale in tutte le battaglie navali più significative della Seconda Guerra Mondiale (dalla battaglia navale delle Midway, passando per la battaglia navale di Santa Cruz, per la battaglia navale delle Marianne, per la battaglia navale di Leyte, fino ad arrivare al suo “canto del cigno” con la battaglia navale di Okinawa).

Una nave quindi che rappresentò il suo Paese (lo Yamato è infatti lo spirito stesso del Giappone), combattè per esso e si immolò andando al martirio tentando di salvare le truppe giapponesi asserragliate nel disperato tentativo di difendere l’isola di Okinawa.

La Battaglia di Okinawa è stata:

il “Canto del Cigno” della flotta imperiale giapponese;
l’ultimo atto bellico combattuto da una corazzata;
l’ultima battaglia navale della Seconda Guerra Mondiale.

Per questo motivo, pur non essendo stata decisiva come Midway o poderosa come Leyte assume un significato simbolico enorme nella storia delle battaglie navali. E’ stata la definitiva dimostrazione della superiorità della forza aerea su quella navale. Come contrappasso ricorda gli attacchi decisivi giapponesi che affondarono il 10 dicembre 1941 al largo di Kuantan (Malesia) l’orgoglio della marina britannica, cioè la corazzata Prince of Walles e l’incrociatore da battaglia Repulse.

Da questo momento si era infatti capito che qualunque nave, anche la più corazzata e poderosa, non poteva durare a lungo se, priva di protezione aerea, veniva attaccata dall’aria. Questa consapevolezza di andare verso il massacro certo era ben conscia negli animi dei marinai e dei comandanti della flotta della Yamato e ben dimostra quanto lo spirito di sacrificio per la patria fosse radicato nell’animo nipponico.

Dal punto di vista tattico e strategico l’operazione non aveva alcun senso poiché la Yamato aveva il compito di diventare una postazione di artiglieria da spiaggia atta ad aiutare le truppe giapponesi che difendevano fino alla morte, metro per metro, il suolo di Okinawa. Solo la disperazione e la sensazione di impotenza che regnava tra gli alti comandi nipponici a metà del 1945 può spiegare questa missione.

La campagna di Okinawa, cui questa battaglia appartiene di diritto, fu la più sanguinosa e crudele di tutta la guerra del Pacifico. Dal 26 marzo al 21 giugno 1945 i giapponesi difesero con coraggio spinto fino al suicidio ogni metro quadrato di quest’isola causando ben 12.000 morti e 38.000 feriti tra gli americani, perdendo al contempo circa 100.000 uomini!

Sul piano navale i giapponesi affondarono, grazie ai kamikaze, ben 36 navi e ne misero fuori combattimento addirittura 368. Gli aerei perduti dagli americani ammontarono a 768. In mezzo a questa follia distruttiva il sacrificio della corazzata Yamato assume la forma del tentativo disperato di un popolo sconfitto che, conscio di essere ormai battutp, getta nella mischia la sua nave più gloriosa con il solo scopo di immolarla e farla entrare nella storia navale.

La Yamato era infatti, non solo la corazzata più grande e meglio armata di tutti i tempi, ma soprattutto era il simbolo e l’ammiraglia dell’intera marina giapponese. Lo stesso nome Yamato è quello che anticamente aveva il Giappone.


La Battaglia

Alle 12.20 il radar della Yamato individuò i primi aerei americani alla distanza di 30.000 metri, su 35 gradi a sinistra. Le nuvole erano basse e non si scorgeva nulla al di sopra dei 1500 metri; si trattava delle condizioni peggiori, perchè i cannonieri sarebbero stati certamente colti di sorpresa e avrebbero potuto sparare soltanto a vista. I radar giapponesi, essendo esclusivamente strumenti di ricerca e non di regolazione del tiro, non potevano essere impiegati come guida dell’artiglieria. Fu una vedetta dello Yahagi a dare l’allarme alle 12.30. Il comandante dello Yahagi guardò nella direzione segnalata e vide non 2, ma 20 40, 100 aerei che si avvicinavano velocissimi. Alle 12.32 i cannoni giapponesi aprirono il fuoco. Contrariamente a quanto accadeva di solito, gli apparecchi americani non attaccarono immediatamente, ma effettuarono ampi giri subito al di sotto dello strato nuvoloso. Gli aviatori americani procedevano con calma e si suddividevano metodicamente gli obiettivi, come se avessero preso parte a un’esercitazione. Quella giostra era esasperante per i giapponesi, e fare fuoco non serviva, per il momento, a niente.

Poi, tutto a un tratto, alle 12.38, l’attacco venne sferrato, fulmineamente. Da ogni parte, gruppi di aerei convergevano verso le navi giapponesi. Tutti i cannoni sparavano, anche i grossi calibri da 457 millimetri della Yamato. Il primo passaggio fallì, perché nessuna delle unità nipponiche venne colpita, ma i caccia Hellcat, che seguivano i primi Avenger, mitragliarono i ponti superiori e uccisero molti serventi ai pezzi di piccolo calibro e alle mitragliatrici.
Tutte le navi giapponesi compivano evoluzioni frenetiche, in ogni direzione, per schivare i pericolosi siluri che stavano arrivando. Il mare già tempestoso a causa del maltempo, veniva sollevato da enormi zampilli, tra i quali gli enormi baffi di spuma delle prue si aprivano una strada errabonda. Alcuni Avenger passarono ad appena poche decine di metri sopra le unità nipponiche, con un rombo infernale. I primi siluri colpirono i bersagli.

Alle 12.46 lo Yahagi fu colpito e si fermò immediatamente. Anche l’Asashimo, più a nord, venne colpito. Il cacciatorpediniere Hamakaze fu investito da almeno due ordigni e si vide per un attimo la sua carena rossa uscire dall’acqua, poi scomparire in un vortice. Vi fu un momento di tregua, ma, alle 13.30, una nuova ondata d’attacco entrò in scena.
L’incrociatore Yahagi, immobilizzato, costituiva un bersaglio ideale e fu colpito da altri 6 siluri e da altre 12 bombe; cominciò ad affondare di poppa. La Yamato divenne naturalmente l’obiettivo principale dell’attacco e, in pochi minuti, fu centrata da 5 siluri e da parecchie bombe. A bordo di tutte le navi giapponesi vi fu una vera e propria carneficina. Il frastuono spaventoso delle esplosioni e dei colpi d’artiglieria soffocava le grida degli uomini e il rombo, per quanto potente, degli aerei che si avvicinavano. Uno scenario di nuvole basse e di fumate nere e oleose copriva l’intero orizzonte, nascondendo, di volta in volta, le navi e gli aerei. Gli americani avevano capito che certamente non vi sarebbe stata mai più una battaglia del genere; e pertanto si scatenarono con impeto, esponendosi a rischi, ma senza lasciare alcuna probabilità di scampo alle unità nemiche. La grande Yamato era già ferita gravemente e lo sbandamento sulla sinistra stava diventando preoccupante. Il comandante, l’ammiraglio Ariga, ordinò di allagare il locale macchine di dritta per raddrizzare la nave, ma i numerosi uomini che vi si trovavano non poterono essere avvertiti tempestivamente e pertanto toccò loro una morte spaventosa. La Yamato si raddrizzò di qualche grado, ma ormai avanzava molto adagio e i ponti, coperti da un caos spaventoso di ferraglia contorta, grondavano sangue. Ogni nuovo colpo si ripercuoteva con un fremito nell’enorme scafo, facendo saltare le chiodature e provocando nuovi danni.

I marinai giapponesi non avevano mai assistito a una scena cosi apocalittica.

Verso le 14 si ebbe un quinto attacco e i giapponesi superstiti si resero conto chiaramente che quegli ultimi aviatori americani erano venuti a dare il colpo di grazia. Il numero delle bombe giunte al segno raddoppiò, la Yamato sbandò di 35 gradi e le eliche di dritta apparvero fuori dell’acqua. L’ammiraglio Ito strinse la mano agli ufficiali e andò a chiudersi nella propria cabina; non fu più rivisto. Il contrammiraglio Ariga voleva salvare il tradizionale ritratto dell’imperatore, ma rimase ucciso proprio in quel momento. Esplosioni interne scossero di nuovo la Yamato, che si capovolse adagio, da grande signora dei mari, scomparve, alle 14.23, in un risucchio enorme.

Non lontano da quel punto, lo Yahagi era già stato colato a picco e i cacciatorpediniere Isokaze, Hamakaze, Asashimo e Kasumi stavano affondando inesorabilmente nelle profondità del Mar Cinese orientale.

Il caccia torpediniere Suzutsuki aveva la prua strappata di netto, emetteva torrenti di fumo nero, ma riuscì, procedendo a marcia indietro, accompagnato dalle navi della stessa classe Fuyutsuki e Yukikaze, a tornare nell’arsenale di Sasebo.

Soltanto il cacciatorpediniere Hatsushimo usci praticamente indenne dalla battaglia e rimase per parecchie ore nel punto in cui era avvenuta allo scopo di trarre in salvo i naufraghi. Tutti i marinai giapponesi avevano intuito che con la Yamato era scomparso il simbolo stesso della flotta imperiale e che ormai non si potevano più nutrire dubbi sulle sorti della guerra. Gli americani avevano fatto decollare 376 apparecchi imbarcati, perdendone soltanto 10. Complessivamente, 12 aviatori americani perdettero la vita nel corso della battaglia; si tratta di perdite limitatissime che lasciano capire quanto fu schiacciante questa sensazionale vittoria statunitense. Tanto i giapponesi quanto gli americani sapevano che si era appena svolta l’ultima battaglia aeronavale della guerra del Pacifico.

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