Quattrocchi, “Vi faccio vedere come muore un italiano”

di Manuel Berardinucci.

Fabrizio Quattrocchi è stato un coraggioso italiano, impegnato nel conflitto in Iraq e morto perché rapito e ucciso nel 2004, insieme ad altri tre suoi colleghi (lasciati vivere), da un gruppo di fanatici noti col nome di Falangi Verdi di Maometto. Il movente, che avrebbe spinto gli estremisti islamici a rapire Quattrocchi e gli altri, sarebbe la richiesta al governo italiano, il ritiro delle truppe dall’Iraq e delle scuse per alcune frasi che avrebbero urtato la sensibilità islamica (i fondamentalisti del politicamente corretto). Quattrocchi fu preso in ostaggio a Baghdad il 13 aprile 2004 e il 14 è stato giustiziato. La sua morte, in un atto di macabra spettacolarizzazione, è stata filmata dai suoi rapitori, finendo per porre il giustiziato, da vittima umiliata, come nell’intento dei suoi aguzzini, a fiero eroe che dedica il suo ultimo desiderio, quello di essere liberato dalla kefiah che gli avvolgeva il capo e oscurava il volto, ad un’orgogliosa esternazione di coraggiosa italianità: “Posso levarmela? Così vi faccio vedere come muore un italiano”. Pochi istanti dopo uno dei sequestratori spara alcuni colpi e lo colpisce al petto e alla testa. Nella Patria della discordia, incapace di quell’Unità Nazionale che si addice a certe situazioni, ci si è ovviamente scontrati anche sul ricordo di un italiano morto oltre i confini nazionali. Da un lato, vi è stato il conferimento, da parte del Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, su proposta del ministro degli interni Pisanu, della Medaglia d’oro al valor civile, l’intitolazione di vie e ponti in alcune città, da Milano ad Assisi, Castellabate, Brugnato ecc., la dedica da parte di Oriana Fallaci, nel suo libro La Forza della Ragione (“a Fabrizio Quattrocchi e agli Italiani ammazzati dal Dio-Misericordioso-e-Iracondo”) e l’erezione di una scultura marmorea in suo onore presso il comune di Vagli Sotto. Sempre la libera Oriana Fallaci, merita una menzione d’onore. Nel suo libro “Oriana Fallaci intervista sé stessa” scrisse che teneva il tricolore italiano appeso alla finestra perché ce lo mise “la notte in cui seppi che Fabrizio Quattrocchi era stato ucciso. Dio che notte. Faceva un freddo invernale, qui in Toscana (…) Così non potevo neppure scendere dal letto. Potevo stringere i denti e basta. Però appena seppi che Quattrocchi era stato ucciso, mi alzai. Presi il tricolore che tenevo nel cassettone, mi trascinai alla finestra e bagnandomi tutta, prendendomi schiaffi di vento, lo fissai alla griglia del balcone con gli spilli da balia”.

Non tutta la Patria si unì al ricordo però. Vi furono i congiunti dei militari morti a Nassirya, che, come se una cosa escludesse l’altra, protestarono contro i conferimenti a Quattrocchi, poiché i loro morti non ne erano stati omaggiati. Vi fu la negazione dei funerali di Stato e dichiarazioni infelici di alcuni esponenti politici della Sinistra livorosa e animata, in piena continuazione con la tradizione comunista, dalla convinzione che, come nel gioco della morra cinese sasso batte forbici e carta batte sasso, nella loro scala valoriale, appartenenza ideologica batte quella nazionale.  E così si ritrovarono a descrivere Quattrocchi come un disoccupato in cerca di lavoro nella migliore delle ipotesi e un vile mercenario nella peggiore.

Non meritano di essere citati, i loro nomi sono destinati a scomparire nell’oblio della storia, mentre quello di Fabrizio rimarrà eternamente nella mente e nel cuore di coloro che, come ci insegna un altro grande patriota, Nazario Sauro, si sentono “sempre, ovunque e prima di tutto Italiani!”.

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