L’Italia e la Partita per la Quarta Sponda

di Leonardo Rivalenti

Durante gli scorsi giorni la Libia, dal 2011 sprofondata in una guerra civile, è tornata al centro dell’attenzione nazionale ed internazionale. La ragione di ciò è la potenziale svolta a cui si potrebbe stare assistendo proprio in questi giorni (e in queste ore), con l’ultima offensiva lanciata dal Generale Khalifa Haftar, capo del governo di Bengasi, contro le forze del Presidente Fayez al-Serraj, capo del governo di Tripoli, riconosciuto dall’Italia.

Più di una una guerra civile


Quella della Libia è molto più di una semplice guerra civile però: si tratta un’importante partita che vede contrapporsi gli interessi Russi, Francesi, Arabi (Sauditi ed Emirati), in scala minore Americani ed Italiani, con il nostro paese pericolosamente isolato.
La radice del conflitto deve essere trovata nel 2011, anno in cui il Rais Muammar al-Qaddafi, italianizzato in Gheddafi, è stato deposto dalle forze ribelli, le quali hanno ricevuto un decisivo appoggio della NATO, trascinata nel conflitto principalmente in funzione degli interessi Francesi.
In quella situazione, l’Italia guidata da Silvio Berlusconi, si è trovata impossibilitata ad agire in contrasto con la propria alleanza militare, vedendosi così forzata ad aderire alla coalizione per rovesciare un governo che, pur non potendo essere considerato amico, era sicuramente funzionale a parte dei nostri interessi. A seguito della caduta del Rais, in quella che è stata la Quarta Sponda d’Italia, ha preso piede una sanguinosa guerra civile, che ha visto contrapporsi le fazioni precedentemente menzionate.

Il governo Bengasi

Da una parte, il governo di Bengasi ha avuto internamente il sostegno della Camera dei Rappresentanti e delle Forze Armate, mentre esternamente ha ricevuto il sostegno Francese, Russo, Egiziano e degli Emirati Arabi Uniti. Recentemente, nei giorni precedenti all’offensiva, una visita interessi sono molto chiari è l’Egitto, per il quale il governo si Haftar rappresentava innanzitutto una garanzia di sicurezza, visto il lungo e difficilmente controllabile confine tra Egitto e Libia, oltre che la fazione più capacitata a combattere i fondamentalisti islamici. All’equazione, si deve poi aggiungere il rapido riemergere dell’Egitto come potenza regionale, dopo una lunga fase di stagnazione iniziata nel 1981, con la morte di Anwar Al-Sadat ed il declino del socialismo Arabo.
Di lì un naturale interesse nello stabilire una nuova sfera d’influenza. Infine, per quanto riguarda gli Emirati Arabi, si potrebbe supporre che si tratti di interessi prevalentemente economici, come indica il fatto che a fine 2018 gli Emirati abbiano iniziato ad investire nel settore petrolifero libico. Veniamo quindi all’Italia. Dalla caduta di Gheddafi in poi, la linea tenuta dai governi Italiani (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) è stata quella di sostenere il governo di Tripoli. Naturalmente era la decisione più prevedibile, in virtù dell’ideologia internazionalista e multilateralista così consolidata negli ambienti diplomatici italiani dal dopoguerra che non poteva che vederci allineati alle decisioni dell’ONU. Ciò nonostante non si può dire che tale scelta fosse di per sé contraria all’interesse nazionale, come hanno sostenuto diverse parti. Innanzitutto perché una Libia non troppo forte e non troppo <> può convenire all’Italia.
Questo perché se il paese restasse in una situazione simile, magari anche evolvendo verso un frozen conflict, con il paese diviso tra due governi e uno stato controllabile di tensione, significherebbe che la Libia si troverebbe sempre in una situazione di svantaggio, sul piano diplomatico, mentre uno dei due governi sarebbe sempre costretto a fare ricorso all’Italia come suo protettore, mentre l’altro come interlocutore.

Spazio vuoto per un nuovo Gheddafi

Si consideri anche che all’Italia non serve (e non interessa) un nuovo Gheddafi, le basta che il governo che protegge sia in grado di controllare e minimizzare il flusso migratorio e che protegga e permetta l’espansione dell’ENI e degli altri investimenti italiani nel paese. Questo era quello che si sarebbe potuto ottenere durante gli anni trascorsi, se solo i nostri governanti avessero mostrato una maggiore proattività nell’occuparsi della questione. Certo, si sarebbe potuto anche optare per un ruolo esclusivamente intermediario, ma allora sarebbe stato necessario seguire una linea coerente con questa politica.
Sicuramente, sostenere una fazione e poi non volersi coinvolgere nel conflitto non poteva (e non può) che essere controproducente sotto qualsiasi aspetto. Schierandosi con Serraj quindi, l’Italia avrebbe dovuto far seguire le parole ai fatti.
Ciò si sarebbe dato mediante l’assicurazione del sostegno americano, a prescindere dall’opinione della nostra sinistra (al governo fino allo scorso anno) su Trump in primis e quindi mediante un attivo sostegno al governo Tripolitano. Attivo sostegno si sarebbe dovuto tradurre in supporto non solo politico, come anche militare, mediante la fornitura di equipaggiamenti militari (effettuata solo parzialmente con le motovedette), l’addestramento delle forze armate (questo effettuato almeno per quanto riguarda gli ufficiali) e se necessario anche un limitato sostegno militare (come avrebbero potuto essere raid aerei e iniziative simili). Tutto ciò sarebbe stato facilmente giustificabile sul piani legale, con il sostegno al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite contro quella che è considerata alla stregua di una fazione ribelle. Tutto ciò con buona pace dei pacifisti e delle loro campagne contrarie agli interessi della nazione. Naturalmente, ciò non è stato. L’Italia ha preferito rimanere immobile.

Cronostoria diplomatica

Riconoscere Serraj, rifiutarsi di dialogare con Haftar ma allo stesso tempo fare solo il minimo possibile per sostenere il governo che riconosceva. Parte della ragione per un simile approccio va trovata nella difficile situazione economica dell’Italia in quel periodo, che ha visto i governi che si sono succeduti concentrarsi principalmente sul riequilibrio del bilancio. Purtroppo questo ha portato ad una maggiore negligenza della politica estera e della sicurezza e così ad una marginalizzazione del ruolo Italiano il Libia. Altro importante fattore è stato il Caso Regeni, avvenuto a Gennaio 2016. Qui, il Governo Renzi, in risposta alla mai chiarita uccisione dello studente, ha preferito agire in funzione della politica interna e a scapito di quella esterna, osteggiando il Cairo. Il raffreddamento delle relazioni bilaterali tra il nostro paese e l’Egitto ha quindi contribuito ad impedire un efficiente coordinamento nella gestione della crisi Libica, portando alla situazione attuale. Dalla nostra negligenza e da quella di altri attori è risultata l’avanzata del Governo di Bengasi, attivamente sostenuto da altre potenze interessate alla Libia. Al suo arrivo al Governo, durante la Primavera del 2018, il Premier Giuseppe Conte ha potuto molto poco per ribaltare una situazione che volgeva già a nostro vantaggio.
Vi è stato comunque il notevole progresso, di fronte all’insistenza ormai giustificabile a non volere un diretto coinvolgimento italiano, dell’apertura al governo di Haftar. Questa politica sembrava destinata a rivelarsi un successo, il particolar modo a seguito del Summit di Palermo, in cui l’Italia sembrava ora sul punto di assumere un ruolo di guida nella pacificazione della sua ex colonia. Situazione che sembrava aiutata anche dall’espansione degli investimenti dell’ENI nella regione, la quale, in quello stesso periodo, aveva anche acquisito i pozzi della British Petroleum, aumentando la propria presenza in Libia. Purtroppo, l’offensiva portata avanti negli ultimi giorni sembra minacciare di abbattere la fragile costruzione geopolitica italiana nel territorio. Infatti l’ultima offensiva ha portato le forze del Generale Haftar a circa 40 Km da Tripoli, dopo che si sono già assicurare il controllo della maggior parte del territorio, entroterra incluso e con esso i pozzi di petrolio. Se aggiungiamo a ciò il fatto che le truppe a disposizione del governo di Tripoli siano inferiori sia in numero che in mezzi a quelle di Bengasi, allora non è affatto irrealistico ipotizzare un’eventuale vittoria di Haftar, che così consoliderebbe la Libia nelle sue mani. A questo punto, le carte ancora in mano all’Italia sono poche, ma ve ne sono ancora.

Sostegno a Serraj


Il sostegno a Serraj continua ad essere ribadito anche tramite dimostrazioni pratiche, come la manutenzione dei contingenti Italiani a Tripoli e Misurata, allo stesso tempo in cui il Premier Conte ha incontrato Haftar. Un intervento diretto a questo punto è impensabile, come anche dichiarato dal Governo Italiano, mentre Al-Serraj, impegnato nella difesa della sua capitale, corre ai ripari cercando di assicurare l’asse con l’Italia. In questo contesto, sicuramente la tattica migliore è quella di continuare a tutelare il governo di Tripoli, come si sta facendo, mentre comunque si apre a quello di Bengasi, come Roma si è mossa negli ultimi mesi. Con ciò, gli scenari che profilano per l’Italia sono due: il primo, in questi giorni apparentemente più probabile, sarebbe la vittoria di Haftar, il secondo invece, sarebbe il fallimento dell’offensiva. Nel primo caso, in cui Haftar dovesse entrare a Tripoli, il governo di Al-Serraj sarebbe destinato a crollare nel giro di alcuni giorni, forse settimane, ammesso che non crollasse subito. In questo caso l’Italia dovrebbe cercare di trarre vantaggio dalla transizione e prepararsi a riconoscere Haftar.

Quale futuro?

La priorità sarebbe quindi garantire che il nuovo governo dia continuità agli accordi Italo-Libici in materia di migrazioni e assicurare che l’ENI possa riprendere le proprie operazioni nel paese. Vi sarebbe quindi da cercare di cavalcare dei possibili attriti tra le altre potenze interessate nella Libia (Russia, Francia etc) per cercare di riguadagnare influenza nella politica locale. Nel secondo caso, in cui l’offensiva dovesse fallire, l’Italia avrebbe il ruolo di cercare di assicurare rapidamente un cessate il fuoco tra le parti. In uno scenario particolarmente ottimista, Serraj potrebbe tentare una controffensiva, riprendendo il controllo di parte del territorio perduto, e potendo quindi sedere ad un tavolo delle trattative in condizioni più vantaggiose. A prescindere da ciò, il successo nell’ottenere una tregua porterebbe ad un congelamento anche solo temporaneo del conflitto, che potrebbe giocare a vantaggio dell’Italia sia per le ragioni già menzionate, che per concedere al nostro paese più spazio per potersi muovere sullo scacchiere libico. La partita per la Quarta Sponda non è ancora chiusa, anzi, è lungi dal chiudersi. Qualunque sia l’esito della controffensiva che sta prendendo luogo in questi giorni e qualunque sia il futuro del governo di Tripoli, il gioco di interessi che sta avendo luogo e del quale il nostro paese è parte è destinato a proseguire. Da parte nostra non sono mancati errori, alcuni anche gravi e che rischiamo di pagare a caro prezzo, tuttavia la situazione non è disperata anzi, come detto in precedenza, Roma ha ancora delle carte da potersi giocare. Tuttavia, l’epoca degli errori perdonabili è finita. L’Italia, erede di grandi imperi Mediterranei, gioca in Libia il suo ruolo in quello che i nostri avi chiamavano Mare Nostrum



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