Utero in affitto: pratica di compravendita della vita

di Liz D. Sanchez

Ogni giorno assistiamo a travolgimenti inconsueti della normalità, talvolta accolti con entusiasmo sebbene caratterizzati da elementi di forte innovazione, talvolta inammissibili sotto molteplici punti di vista.
Ultimamente ci siamo confrontati con un fatto di cronaca pervenuto da oltreoceano concernente la cosiddetta pratica dell’utero in affitto, il quale ha sicuramente suscitato scalpore ai lettori di qualsivoglia testata giornalistica.

Nello specifico si tratta di una donna di sessantuno anni sottoposta volontariamente alla suddetta pratica affinché la bambina in questione venisse, al momento della nascita, affidata al figlio omosessuale Matthew ed al compagno Elliot.
L’embrione creatosi attraverso la fecondazione in vitro, ergo innaturalmente all’interno di un laboratorio americano, è l’unione del patrimonio genetico di ambedue le famiglie: il seme del figlio della gestante Matthew e l’ovulo della sorella del compagno Elliot.

A tal punto come definiamo il rapporto che intercorre tra i soggetti che hanno partecipato alla gestazione ed il nascituro, considerato che la nonna è colei che l’ha portata in grembo e la zia ed il fratello coloro che hanno offerto rispettivamente ovulo e seme?
La risposta al quesito che sicuramente in tanti si sono posti è facilmente riscontrabile in valori accantonati quando si decide di mettere in atto gestazioni che trascendono le possibilità ed i limiti dell’umano come la gestazione in questione.
Altrettanti hanno definito la vicenda come un gesto di profondo amore nei confronti della coppia desiderosa di diventare genitori, avvalendosi inoltre della maternità surrogata senza alcun accordo contrattuale che comprenda lo scambio di denaro.

Del vero “buonismo” da parte di coloro che ci offrono questa interpretazione perlopiù caritatevole.
Tuttavia, costoro tralasciano che un bambino non è un cane o un gatto da nutrire soltanto, affermava una grande scrittrice del 900, bensì un essere umano, un cittadino con diritti inalienabili ben più inalienabili dei presunti diritti di coppie di omosessuali con le smanie materne o paterne.
Attraverso pratiche di questo genere si corre l’alto rischio di convertire il bambino in un mero oggetto, “trasportato” per nove mesi, ceduto e talvolta, ancor più grave, acquistato.
Quest’ultimo, al contrario, è unito affettivamente alla madre sin dai primi momenti della gravidanza, addirittura riconoscendola e instaurando un rapporto con lei.
Togliere il bambino alla donna dopo averlo avuto in grembo per nove mesi e dopo averlo messo alla luce, significherebbe assistere alla rottura di un già solido legame affettivo che porterebbe conseguenze e ripercussioni fisiche e mentali nella futura vita dell’individuo.
Oltre alle considerazioni riguardanti la soggettività del bambino è necessario a tal proposito riflettere allo stesso modo sulla genitorialità non biologica della donna che si sottopone a simili gestazioni.
Avendo appurato il legame che si crea inevitabilmente con il bambino grazie alla preziosa funzione dell’utero, che contrariamente a quanto pensano alcuni non è una semplice scatola vuota, togliere la propria creatura dopo il parto, sebbene la donna sia consenziente, produce sofferenza immediata nonché voglia di ricercare il proprio figlio in futuro dopo che quest’ultimo ha già una famiglia altrove.

Cotante considerazioni non sono finalizzate alla diffusione né di disprezzo né di odio, tuttavia è necessario che si divulghi l’informazione senza permettere a futuri Legislatori di consentire tali pratiche tiranne ad oggi fortunatamente proibite nel nostro ordinamento.
Alla base di ciò persiste il rispetto nei confronti di coloro che esprimono Amore nella sua più profonda essenza, sotto qualsiasi forma.

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