Un caffè con… Andrea Ruggieri

Deputato di Forza Italia, Avvocato, Giornalista

La giornata è piacevole a Roma, un tranquillo weekend primaverile, la temperatura consente di aggirarsi lungo il Tevere in abiti leggeri. Mi siedo ad un tavolino del bar Side, in attesa dell’ospite di questa decima edizione di “Un caffè con…”, che non tarda ad arrivare, puntuale come un orologio svizzero.

Onorevole, buongiorno e ben arrivato, ordiniamo un caffè o passiamo prima alle domande?

Ordiniamo il caffè e passiamo alle domande, vai.

1. Onorevole, lei è al primo mandato alla Camera, in un momento storico non facile per chi appartiene alla cosiddetta “ala moderata”. Quali sono, secondo lei, le difficoltà che attanagliano quell’area politica del Paese che ha sempre rappresentato la sua naturale essenza e che oggi invece stenta a riscuotere consensi?

Anzitutto, le difficoltà, quelli bravi, le superano. Nella vita non si fanno solo cose facili.

Però basta con la storia dei moderati. Noi siamo incazzati, pratici e concreti. Gente che vuole meno Stato, che vuole sfruttare la modernità per far recuperare agli italiani il terreno perso durante la crisi economica, e creare nuove opportunità di lavoro e ricchezza, specialmente per chi non nasce ricco. I nostri problemi sono evidenti: appariamo vecchi, non consoliamo tutti, e non abbiamo il coraggio – e in alcuni casi la capacità – di parlare chiaro, diretto alla gente.

Dobbiamo saper essere più verticali, e meno ‘educati’, se serve. E dobbiamo rinnovarci.

Io voglio una nazione che sfrutti al massimo il suo talento, in cui ai ragazzi si tolga un anno di liceo e uno di università per favorire che trovino prima un lavoro, o se ne possano inventare uno, guadagnare meglio e diventare grandi, fare figli confidando sulle proprie capacità e sul fatto che verranno premiate; una nazione dove si paghino molte meno tasse, e dove perciò le paghino tutti; uno Stato che faccia meno cose, ma le faccia meglio. Tra queste, la sicurezza e il contrasto all’immigrazione clandestina.

Ma l’Italia oggi fa 400 milioni di export; devono diventare 800. Per questo noi avremo fatto subito la Flat Tax. Il suo turismo è fermo a 50 milioni di visitatori all’anno, gli stessi che fa, da sola, Manhattan. Quindi, quando torneremo al Governo, dopo il ‘decreto spazzacazzate’ con cui rimetteremo i grillini al loro posto, dite ‘ciao ciao’ al Turismo (non) gestito dalle Regioni: faremo un ministero del Turismo con portafogli che dovrà fare della nostra inclinazione naturale un’industria vera e propria, capace di distribuire soldi freschi e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Dichiareremo guerra alla burocrazia che scoraggia dal fare chi non nasce ricco: non ci possono volere 74 autorizzazioni da chiedere in 26 uffici diversi per chi vuole aprire un parrucchiere, un bar, o un’officina.

Chi non ha di che mantenersi non può permettersi il lusso di attendere.

Allo stesso tempo, chi non ha voglia di fare nulla, per me può anche morire di fame.

L’Italia deve diventare un paese facile, che punisce chi sbaglia e premia chi merita. Una nazione dove ci sia più ambizione e meno redistribuzione. Quanto alle difficoltà di Forza Italia, derivano molto dal pregiudizio tipo: “Avete già governato, fateci provare altro”. Comprensibile, ma sbagliato. Anche io ogni tanto allo stadio urlo ‘pippa’ a un calciatore di serie A, ma se mi metti al suo posto di sicuro faccio peggio.

2. Lei nasce avvocato, diventa poi giornalista e collabora, come autore ed inviato, a moltissimi programmi televisivi. Oggi, dei parlamentari di Forza Italia, è uno dei più esposti sulle reti social. Quanto è importante ad oggi per un politico essere presente nella quotidianità virtuale dei cittadini?

Non si può più fare politica se non si sa comunicare. Un tempo, la comunicazione era forma. Oggi è sostanza. E diffidate di chi considera superficiale questo ragionamento.

Io resto convinto dello strapotere della televisione, benedico di essermi sempre potuto confrontare con mio zio, Bruno Vespa, di aver lavorato con Giuliano Ferrara, Nicola Porro, ma anche con altri ben peggiori di loro. Si impara sempre. I social li uso da un annetto scarso. Sono pieni di bufale, ma offrono anche un’opportunità. Io li uso in maniera leggera, per dire la verità, scherzando. D’altronde, la vita è troppo breve per passarla sempre arrabbiati, e cosi facendo spero di non annoiare nessuno.

E poi, se insieme al mio barista, su Instagram, sbeffeggiamo il Reddito di Cittadinanza, la gente si diverte e lo ascolta più volentieri. Intanto, tratteggiamo una paradossale verità: il Governo Lega-Cinquestelle privilegia il parcheggiatore abusivo a cui riconosce il Reddito di Cittadinanza, rispetto a chi non solo si fa il mazzo, ma è pure richiesto di pagare il Reddito con ancora più tasse. E se a dirlo è uno che si sveglia ogni mattina alle 5 e si fa un’ora di autobus, viene a lavorare per 1200 euro al mese, e paga -sia lui, sia chi lo assume- tantissime tasse senza avere nulla in cambio… Ecco a cosa servono i social, nel mio caso. A mostrare storie paradigmatiche su cui incide una politica di sole chiacchiere, e di fatti ostili a chi tutti i giorni è in campo a lavorare e fatturare per l’Italia, e a chi non c’è ma vorrebbe esserci, per migliorare la propria condizione.

3. Forza Italia è alla ricerca di un leader e forse, ancor prima, di una seria strutturazione partitica locale. Come mai è venuto meno, oggi, qualsiasi forma di comunicazione tra la base nei comuni e nelle città e l’apice? Quale è la soluzione che darebbe l’Onorevole Ruggeri?

Il leader di Forza Italia si chiama Silvio Berlusconi, e che Dio ce lo conservi. È un genio con due palle così. Ha una storia personale incredibile, che parla per lui, e la mentalità giusta per l’Italia che dovremmo essere. È un fuoriclasse assoluto. E io i fuoriclasse li vorrei sempre in campo. Dicono che è vecchio: anche Roger Federer e Mick Jagger lo sono, eppure gli stadi li riempie solo Federer e ai concerti dei Rolling Stones la stella è sempre Jagger.

Dopo di che, ci sono i dirigenti di Forza Italia, dei quali magari parliamo tra poco, che sono ahimè molto diversi da lui.

Io però non sono convinto che la politica moderna vada verso il territorio. Per volere degli italiani: non vanno più a informarsi nelle sezioni, non esprimono il voto di preferenza quando gli è concesso di farlo, non votano nelle elezioni suppletive di collegio quando ci sono (vedi a Cagliari). Credo anzi che le elezioni siano sempre più dominate dal voto d’opinione. E per intercettarlo servono facce nuove e fresche, idee moderne e capacità di comunicarle. Certo, però, queste facce nuove dovrebbero essere selezionate tra gli emergenti locali. Non paracadutando a destra e manca, un po’ a caso. Detto ciò, se chi sceglie di fare politica, lo fa per smettere di frequentare la società anziché rappresentarla, il link tra elettore e partito sul territorio salta. Altra cosa che andrebbe fatta è pagare il triplo chi fa il Sindaco. Questo, forse, aiuterebbe chi fa il mestiere più delicato di tutti, cioè il primo cittadino, a rendersi più disponibile e vicino.

4. Lei fa parte, come l’On. Cattaneo, l’On. Carfagna, l’On. Gelmini ed altri, della “generazione ’70”. Non crede anche Lei che è dalla vostra generazione, under 50 e cosciente della realtà sociale dei millennials, che dovrebbe arrivare una risposta decisa nei confronti di chi svuota di senso l’ideale di centrodestra, dando modo alla platea elettorale di fare l’assioma “liberali = parrucconi? Essere liberali, secondo uno dei padri del liberalismo italiano, Antonio Martino, non significa assolutamente appiattirsi su posizioni di comodo ma essere sempre alla ricerca di nuove sfide. Non le pare?

Certo che mi pare. Ma io non predico una cosa e razzolo l’opposto: io mi comporto così ogni giorno della mia vita da sempre. Lo ricordava lei, prima: avvocato a 26 anni, giornalista a 30, ora deputato, e prima cameriere in giro per il mondo. Ho cambiato quattro volte lavoro. E non ho mica finito. Antonio Martino per me è un mito assoluto, che ha rinunciato ad essere rieletto perché ha voluto lasciare il posto a un giovane. Chapeau. Un grandissimo. Il problema però è che nel frattempo Forza Italia ha tradito il proprio Dna garibaldino e liberale. Oggi è troppo conservativa e corporativa. Somiglia poco a Martino, ecco… e poi fa continue scelte al ribasso, demonizzando ed escludendo, anziché esaltando, le persone brillanti e promettenti… un po’ come si faceva nelle università baronali: affosso quello più bravo, e promuovo quello che mi parcheggia la macchina: così sono sicuro che comanderò sempre e solo io.

Quando si ragiona così, ovunque lo si faccia, per me è l’inizio della fine.

Forza Italia poi, anche al massimo livello, è lacerata da continui pettegolezzi e calunnie, il più delle volte inventate di sana pianta, al solo scopo di rallentare o uccidere nella culla gente promettente che magari ha la colpa di piacere al Presidente, il quale sui giovani brillanti ha invece sempre puntato (basti pensare al Governo Berlusconi 2008-2011, con Gelmini e Carfagna brillanti ministre).

Forza Italia ha infine alcuni big che devono farsi da parte e lasciare metri di campo ai giovani, specie in tv. Facce nuove, idee e linguaggio nuovi, e si riparte. Vogliamo tutti bene ai campioni del mondo del 1982 e del 2006, ma chi di noi li metterebbe in campo all’Europeo 2020..?

A livello locale, infine, il discorso non cambia: i dirigenti hanno spesso preferito, negli anni, persone di scarsa personalità purchè non costituissero una minaccia per il loro primeggiare, che in alcuni casi è scarsissimo. Anche dalle vostre parti ne sapete qualcosa, visto che sarebbe auspicabile un cambiamento o quantomeno un miglioramento dell’attuale situazione. Detto ciò, non si ferma il vento con le mani. Siamo alla vigilia, secondo me, di un inevitabile cambio generazionale che a Forza Italia farà molto bene. Per cui, chiunque abbia un curriculum, un’idea, e del coraggio, si tenga pronto…

5. Che prospettive per il movimento giovanile? Non ha paura che la mancanza di ricambio al vertice – tutti vogliamo bene al Presidente, ma bisogna pensare al domani – possa spingere molte delle giovani leve a perdere fiducia, svuotando la base partitica?

Dipende. Quando arrivai ad Arcore, la prima cosa che dissi al Presidente fu: “Bisogna rinnovare, nella maniera più rumorosa possibile. Chi è giovane vive di sogni sacrosanti. Se non gli mostriamo una possibile strada di crescita e visibilità, spegneremo quell’entusiasmo e il movimento perderà delle risorse”.

Per questo, in tv, dopo aver selezionato centinaia di profili e aver approfondito quelli secondo me migliori, puntai sul sindaco di Pietrasanta, Massimo Mallegni, sul Presidente di Municipio 7 di Milano, Marco Bestetti, sul capogruppo in consiglio comunale di Milano, Pietro Tatarella, sulla vicesindaco di Padova, Eleonora Mosco, sull’Assessore della Regione Veneto, Elena Donazzan, sul presidente del Consiglio comunale di Foggia, Luigi Miranda, e su tanti altri. I giovani li vedevano rappresentare (benissimo, secondo me) il partito in tv e si dicevano: ma allora qualcosa si muove, e un giorno potrebbe esserci una chance anche per me.

Ma è chiaro che se poi, anche nelle liste elettorali, non dai continuità a un progetto del genere, invii un segnale opposto, di scoraggiamento e immutabilità.

Per me poi, in ogni regione dovrebbe esserci un responsabile dei rapporti con i media, e un vice-coordinatore regionale che abbia delega esclusiva ai rapporti con le liste civiche e con la società civile, e cui siano riservate il 30% delle candidature. Così Forza Italia avrebbe un link continuo col mondo produttivo, delle professioni, e con l’Italia vera in generale. E scanserebbe il pericolo di opportunisti che pensano nella vita di fare solo politica. Per me se prima non si è lavorato, politica non la si può fare.

Ma, anche qui, torna lo stesso paradosso: Forza Italia nasce e si afferma discutendo lo status quo della politica di professione, riservata ai soliti noti, e non difendendolo come fa oggi, colpevolmente.

Per fortuna di molti però, io non sarò mai capo del partito. Altrimenti, sai che terremoto…

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