REPUBBLICA PRESIDENZIALE: UN SOGNO ITALIANO TRA UTOPIA E REALTA’

di Manuel Massimiliano La Placa

Il nostro sistema costituzionale si sviluppa su un Parlamento bicamerale cd.perfetto poiché la nostra Camera dei deputati ed il nostro Senato hanno le medesime funzioni, mentre le differenze sono ridotte a minimi dettagli, eccezion fatta per la vocazione fortemente territoriale del predetto Senato.

Ciascuna delle Camere dell’ordinamento italiano può, infatti, concedere o ritirare la propria fiducia al Governo, mentre l’iter di formazione ed approvazione delle leggi necessita di una approfondita deliberazione per ciascun ramo parlamentare, fermo il medesimo testo che deve esserne oggetto, con un netto appesantimento del complessivo procedimento decisionale.

Nel particolare, nel caso italiano ci troviamo di fronte ad un dualismo basato su una debole razionalizzazione, in cui la necessaria esistenza di un rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo svolge un ruolo imprescindibile per la durata e la tenuta degli esecutivi chiamati alla guida dello Stato a seguito delle varie tornate elettorali.

Coerentemente con l’intento ispiratore dei padri costituenti, volto a scongiurare il ripristino di regimi autoritari attraverso lo sfruttamento di eventuali falle nell’equilibrio dei poteri istituzionali, la nostra Costituzione attualmente non prevede l’elezione diretta del Capo dello Stato, che assume un ruolo di garanzia ed è diretta emanazione del Parlamento.

I rilievi critici che maggiormente sono stati eccepiti nel corso degli anni rispetto a tale sistema spaziano dalla ingovernabilità costituita dall’assenza di un efficace serie di strumenti volti a rafforzare il potere dell’Esecutivo, fino alla farraginosità dei meccanismi di approvazione delle norme giuridiche in senso stretto, condizione dalla quale ha preso piede l’abitudine dei governi di ”abusare” degli istituti del Decreto Legge e del Decreto Legislativo.

In parziale risposta a tale stato di fatto, da parecchie aree politiche è giunta nel corso degli anni la proposta per una riforma costituzionale, volta alla trasformazione in una Repubblica Presidenziale, eventualmente realizzabile attraverso l’apposito, ma per nulla semplice e agevole, meccanismo di revisione di cui all’art.138 Cost.

Tale modello, il cui massimo esempio si sublima negli Stati Uniti d’America, si caratterizza per la presenza di un Capo dello Stato eletto direttamente dal popolo, seppure attraverso un meccanismo ”mediato”, non sfiduciabile dal voto parlamentare in corsa, che dura per quattro anni con ineleggibilità dopo due mandati consecutivi.

Nel particolare, in occasione delle elezioni nazionali, in ogni Stato americano vengono eletti, in numero eguale, i cd.elettori presidenziali i quali a propria volta formano il cd.electoral college destinato a scegliere la figura del Presidente nonché del relativo Vice, seguendo le indicazioni già fornite dai partiti in corsa sui nominativi da selezionare, peraltro già fortemente rappresentativi in quanto prodotto ultimo delle ben note campagne politiche per la corsa alla Casa Bianca che si tengono prima delle effettive votazioni.

Il Presidente degli U.S.A., pertanto, controlla l’amministrazione dello Stato Federale e, nel nominare i Segretari di Stato in qualità di propri collaboratori forma il proprio Gabinetto, totalmente indipendente e scevro da rapporti con il Congresso (vale a dire il Parlamento).

Quest’ultimo, come nel nostro ordinamento, ha struttura bicamerale e detiene totalmente il potere legislativo, non può generalmente porre voto di sfiducia rispetto all’Esecutivo così come quest’ultimo non ha il potere, per mezzo del Presidente, di determinare lo scioglimento anticipato delle Camere.

Quanto ai meccanismi di garanzia, il Presidente detiene un potere di veto sulle leggi proposte dal Congresso il quale, per poterlo scavalcare, deve riportare in votazione i provvedimenti contestati con deliberazione dei 2/3 dei propri componenti; al contempo il Congresso, oltre a disporre dell’ormai noto istituto dell’impeachment, può valutare e controllare le nomine presidenziali, nonché gli atti politici del Presidente stesso.

Il Presidenzialismo, dunque, si caratterizza per una nettissima separazione dei poteri, condizione che ne consente un pressoché lineare esercizio fino alla conclusione del mandato.

Proprio tali caratteristiche, in ogni caso, possono determinare, al contempo, il fenomeno per il quale si può formare un Congresso composto in maggioranza da un partito, al quale può fare da contraltare un Presidente espressione di un partito diverso: generalmente, tale eterogeneità nel sistema statunitense non è foriera di conflitti, ciò grazie al forte bipartitismo ivi presente, nonché alla bassa ideologizzazione degli unici due movimenti (Democratico e Repubblicano) che attualmente dominano la scena politica americana, condizioni che consentono alle predette forze politiche di negoziare e dialogare agevolmente al fine di svolgere al meglio le funzioni demandate agli organi presieduti.

Va notato, peraltro, che proprio tale condizione potrebbe essere trasposta con non poche difficoltà in Italia qualora dovesse essere introdotto, eventualmente, un sistema Presidenziale, poiché l’attuale sistema politico italiano è ben lontano da un netto bipartitismo e, per larga parte, le ampie differenziazioni ideologiche radicate tra i movimenti presenti difficilmente consentirebbero un dialogo fruttuoso, costruttivo ed aperto agli essenziali negoziati per il mantenimento degli equilibri istituzionali nazionali.

Alla luce di un tanto, se da un lato gli aspetti positivi della forma presidenziale potrebbero contribuire al tanto agognato efficientamento della governabilità nazionale, d’altro canto il panorama politico del nostro ordinamento attualmente non sembra essere ancora sufficientemente maturo e disposto a semplificarsi, condizione necessaria in assenza della quale un approdo di una tale forma di governo entro il nostro sistema costituzionale rischierebbe di non funzionare degnamente, oltreché di perdere totalmente di senso.

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