GIANFRANCO FINI: LA STRANA PARABOLA DI UNA DESTRA SMARRITA

di Manuel Massimiliano La Placa

Se si vuol trovare, nel bel mezzo del 2019, una ferita ancora aperta e, forse, mai adeguatamente approfondita nel mondo della Destra, questa porta il nome ed il cognome di Gianfranco Fini ed è sufficiente parlare con gli storici elettori ed animatori del fu MSI e, soprattutto, della ormai defunta Alleanza Nazionale per capire che, anche al di fuori degli ‘’addetti ai lavori’’, il tema appare ancor oggi più vivo che agonizzante.

Questo può voler dire soltanto due cose: o la Destra, intesa come portato culturale, di valori e di visioni unitarie, dopo la dipartita del proprio delfino non ha ancora saputo ritrovarsi ed orientarsi nel suo complesso, in forma definitiva ed unica sentendosi perciò orfana nella sostanza e soffrendo di una sorta di nostalgia da abbandono, oppure il senso di verità svelata sul proprio ex leader ha innescato un complesso meccanismo di risentimento interno ed esterno teso quasi a rimettere in discussione tutto il processo politico avvenuto dal Movimento Sociale ad AN, sublimandosi nell’incapacità di perdonare a figure e avvenimenti del passato l’emergere nelle fila del partito di quella personalità che poi lo avrebbe portato rovinosamente alla fine.

In buona sostanza, Gianfranco Fini è la guida incompresa di una mancata Destra moderna, occidentale già profetizzata da Giorgio Almirante, oppure si tratta soltanto di quel lucido ed astrattista liquidatore di eredità politiche dedito ad improvvisi cambi di opinione a seconda del momento storico spesso descritto dalla stampa?

Un quesito per nulla semplice, che non può meritare risposte peregrine.

Un primo dato inequivocabile è che, senza dubbio, fu proprio la volontà di Giorgio Almirante a renderlo la guida di quel Movimento Sociale che già da qualche tempo iniziava a ragionare in un’ottica di Destra Nazionale, a partire dalla nomina a segretario del Fronte della Gioventù, per poi passare alla Segreteria del partito nel 1987. Non sapremo mai se Almirante si sia pentito o meno della scelta, eppure nella riservatezza delle sue meditazioni, lo storico segretario qualche cosa deve avere pur visto in quel giovane bolognese trapiantato a Roma: forse la segreta speranza che, come molti hanno ipotizzato, con la guida di una gioventù non più dipendente dall’ideologia e dagli schemi del fascismo, radicata in una società nuova che nel dopoguerra iniziava ad aprire gli occhi sul Partito Comunista e sull’esperienza sovietica, si sarebbe finalmente realizzato il progetto unitario di un contenitore di Destra occidentale, libero dalle discriminazioni dell’agone parlamentare, collettore di consensi, consapevole del proprio passato ma anche maturo a tal punto da poter finalmente guardare all’avvenire da prospettive nuove e con la propria testa, oppure, ma sarebbe quasi un affronto anche solo ipotizzarlo, la mera volontà di ostacolare la possibile avanzata della linea rautiana all’interno del partito, in un’ottica di mera sopravvivenza burocratica e non certo politica.

Quale che ne sia il giudizio soggettivo di ciascuno, di fronte ai fatti compiuti Fini fu per davvero, almeno per qualche tempo, la guida di una Destra che si approcciava in un modo completamente nuovo all’orizzonte politico, forte di una classe dirigente ormai matura e libera dai retaggi del secondo dopoguerra e dagli echi del sessantotto: fino al proprio scioglimento, infatti, Alleanza Nazionale ha sempre oscillato tra il 12 ed il 15% dei consensi, conquistando infine quella legittimazione a governare sempre negata allo storico predecessore.

Dando uno sguardo oggettivo, la principale caratteristica di Fini è sempre stata quella di voler, in qualche modo, cercare di anticipare i tempi e sviluppare una Destra sempre capace di distinguersi, nei temi e nelle proposte, da qualunque contendente, tanto a sinistra quanto nel centrodestra: si pensi ad esempio alle lunghe polemiche intercorse con i ‘’colleghi’’ della Lega Nord in tema di federalismo, cittadinanza e diritto di voto agli immigrati. A conti fatti, il Fini guida della Destra ha sempre dato l’impressione di volersi spingere più in là, quel tanto che bastava per poter plasmare un movimento capace di scrutare i tempi fin nei minimi particolari, di scandagliare le questioni minuziose per poi acquisire quel che serviva per fare da elemento trainante. Una caratteristica che, inevitabilmente, ne ha causato anche la fine politica laddove questa si è trovata a coincidere con errate valutazioni strategiche, incomprensioni comunicative e, forse, l’inconsapevole incapacità di leggere i tempi della politica stessa ma, soprattutto, dei propri sostenitori, non ancora pronti a seguirlo nei termini e nei modi di allora.

Come riconosciuto dallo stesso Fini, sciogliere AN per confluire nel PdL fu l’errore madornale, ciò non per l’ineluttabilità del concetto di partito o di valori che non dovevano essere messi in discussione, ma perché il prodotto della fusione a freddo del più grande partito liberale dell’epoca, Forza Italia, con una tradizione consolidata a Destra che era già completa, autonoma e che aveva geni diversi nel proprio DNA si è rivelato uno sforzo lodevole negli intenti – semplificare da Destra il panorama partitico, premessa per una vera riforma Presidenzialista – ma inefficace nei risultati e nella tenuta dei rapporti di forza interni. La deflagrazione di quel matrimonio ha lasciato ideologicamente orfano il mondo di quella Destra che tanti sforzi avevano contribuito a fondare e costruire, rendendola di fatto quasi una forzatura linguistica della quale oggi in molti, a torto o a ragione, cercano di sbarazzarsi per lasciar spazio ai più neutrali sovranismo e populismo. Ecco perché, in fin dei conti, la sconfitta del mondo guidato da Fini è ancor oggi, sopra ogni cosa, culturale.

Quanto alle ben note vicende legate e giunte successivamente all’espressione male assoluto, termine con il quale Fini definì le leggi razziali approvate dal PNF, da un punto di vista storico possono essere interpretate, in un certo senso, come una continuazione nel solco tracciato dallo stesso Almirante il quale non ha mai fatto mistero di desiderare, una volta per tutte, la pacificazione, anzi la riappacificazione nazionale tra tutti gli italiani e la paritaria ma definitiva sepoltura di vicende legate al passato. Gli anni della segreteria Almirante non erano maturi per un avvenimento di tale portata e, a conti fatti, non lo erano nemmeno quelli durante i quali la Destra vedeva Fini come propria guida, con la conseguenza che a Sinistra gli sforzi finiani non sono mai sembrati totalmente credibili e convincenti poiché non sostenuti dalla base, mentre a Destra sono stati interpretati come una abiura di valori, una deviazione quasi centrista non preventivamente concordata ed affrontata dall’interno, al netto della pressoché plebiscitaria adesione alla famosa svolta di Fiuggi.

L’impressione è che, per poter intravedere il rimarginarsi della ferita legata alla dipartita di Alleanza Nazionale ed all’eclissi del proprio leader, ci sia bisogno innanzitutto di comprendere appieno che AN non fu l’MSI e che, d’altro lato, Fini non è e non ha mai voluto essere il clone di Giorgio Almirante. Risolto questo primo, importante, scoglio sarà forse possibile, un giorno, affrontare la vera questione di  fondo, vale a dire se oggi in Italia possa rinascere o, all’opposto, se abbia ancora ragione di esistere una Destra occidentale, moderna e a vocazione Presidenzialista.

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