Il futuro dei Conservatori fra aspirazioni sovraniste e necessità storiche

di Pasquale Ferraro

Non esiste atto più rivoluzionario nella società contemporanea che definirsi conservatori.
Il richiamarsi a questo profondo e puro ideale, deve intendersi come un atto di rottura verso la società contemporanea e la cultura dominante talmente tanto perentorio quanto energico.
Mai amaro come nel nostro paese è stato il destino dei conservatori: se in genere la diaspora è l’ultimo atto di una crisi e l’esito definitivo, il destino di una dissoluzione, per i conservatori fu l’opposto! Nella diaspora v’è l’origine, la fucina di un idea autentica.


Oggi nel momento più cupo e più nefasto per la nostra cultura, per la nostra società, per tutto ciò in cui crediamo e ci riconosciamo, la necessità che si costituisca un pensiero politico conservatore strutturato e organizzato risulta necessario quanto urgente.
In queste ultimi tempi in ogni nazione della “vecchia Europa”, ma anche oltre oceano si è sollevato un atto di netta opposizione ai dettami e alle dottrine della cultura dominante: quello che comunemente viene chiamato sovranismo, in cui alla difesa delle prerogative statuali si aggiunge de relato la difesa dell’identità, della cultura, di valori e tradizioni che costituiscono l’anima di un popolo contro l’appiattimento e l’egualitarismo antistorico che viene sempre più intensamente profilato.
Non si tratta di un moto di mera opposizione politica, di strategia elettorale, di ricerca di un segmento di consenso in quelle aree più restie della società, ma di un atto sincero e spontaneo di difesa della propria esistenza collettiva come nazione, come popolo.

In questo contesto il ruolo e la solidità del pensiero conservatore ricopre un ruolo centrale, sia dal punto di vista meramente culturale che politico nel senso più stretto del termine. Nel nostro paese però il primo passo deve necessariamente esserci la riorganizzazione sistematica del conservatorismo, la riorganizzazione politica e la sintesi in unico contenitore politico. La nuova destra che è evidentemente evocata, non deve possedere una “novità” intesa nel suo significato commerciale, ma deve essere “novitas” in senso controrivoluzionario, deve possedere una profondità culturale e una forza intellettuale tale da affrontare una battaglia che va oltre quella politica stricto sensu, ma che si combatte su un terreno più ampio, un terreno in cui per molto tempo si è faticato molto nella lotta.


Se nella storia travagliata del pensiero conservatore nel nostro paese per diverso tempo esso è vissuto principalmente nell’opera e nelle azioni di pochi “profeti”, oggi non è più il tempo delle crociate solitarie, ma dell’unione, dell’unità di intenti e di azioni.
In un momento cosi complesso, la forza di un pensiero con la solidità “intellettuale” del pensiero conservatore appare come l’unica soluzione politico-culturale alla evidente desertificazione della nostra coscienza identitaria.
Non è possibile concepire su base scientifica in senso marxiano o “marxista” il pensiero conservatore, il quale non è il frutto di un lotta, non ha nella rivoluzione o in eventi di rottura il suo fine e le sue aspirazioni, ma nella costruzione del futuro fondata sulla consapevolezza di chi ha alle spalle una storia; una tradizione; e quella tradizione non è un ostacolo ma un punto di forza, una base solida.
Il movimento dei conservatore non può e non deve esimersi dall’affermare a gran voce il suo ruolo nella rinascita italiana, come primo focolaio di una rinascita europea dei valori e delle tradizioni. Qui dove il conservatorismo ha conosciuto le sue maggiori difficoltà, proprio qui il pensiero conservatore ha la maturità di azione per contrastare il morbo dominante.
Il conservatorismo deve essere il punto centrale in cui le istanze sovraniste devono trovare una sintesi, devono essere riassorbite in un progetto più ampio, più determinato.


Ma allora dobbiamo chiederci quale sia il futuro dei conservatori? Deve inevitabilmente essere una partita giocata all’attacco, come un’azione rampante, culturalmente forte e politicamente vorace. Nella mente dei Conservatori deve risuonare quel passo di Isaia che recita: “Quid noctis custos?”, i conservatori che si rammenteranno di questo ammonimento sapranno sempre quale deve essere il fine delle loro azioni.
Occorre però avere un progetto politico chiaro, una linearità negli obiettivi e una stretta coniugazione delle finalità politico-culturali. L’azione culturale deve inevitabilmente essere l’azione principale, perché la forza di un pensiero politico non può riassumersi unicamente nelle manifestazioni politiche tou court, ma deve poggiare su solide basi culturali.
Sono molteplici le necessità politiche e le riforme di cui necessità il nostro paese. Dalle riforme istituzionali, a quelle economiche fino alla definitiva risoluzione della questione federalista.

L’approccio a queste innovazioni nel nostro sistema non possono che partire da una valutazione culturale, da una ratio che deve essere compresa e spiegata affondo. La partita culturale sarà la partita determinate in quanto in questi anni l’azione culturale delle sinistre è riuscita ad ostacolare ampiamente ogni tentativo di rigenerare il nostro paese.
La cultura conservatrice dovrà compiere un azione di fusione e di analisi delle istanze sociali e culturali, confrontarsi con le istanze sovraniste, riassorbirle e organizzarle in un manifesto politico che guardi alla contemporanea con un accenno critico di chi ha la consapevolezza del passato e con l’atteggiamento propositivo di chi su quel passato vuole costruire un grande futuro.

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