Sully: le dinamiche ombra di un nuovo successo cinematrografico

di Gianmaria Busatta


La mattina del 15 gennaio 2009 decolla un aereo dall’aeroporto La Guardia di New York. Il capitano è Chesley “Sully” Sullenberger, ex pilota dell’Air Force, che, di esperienza, ne ha acquisita parecchia. Dopo qualche istante l’aereo entra in collisione con uno stormo di uccelli che provoca una grave avaria ad entrambi i motori.

Sully grazie ad una manovra estrema (e non autorizzata) riesce a fare un ammarraggio sul fiume Hudson con i 155 passeggeri incolumi. Mentre l’impresa viene acclamata dai media di tutto il mondo come miracolosa, la compagnia aerea e quella assicurativa mettono in dubbio il fatto, sostenendo che il pilota possedeva il tempo necessario per atterrare in una delle due piste di atterraggio della zona, senza, quindi, mettere in pericolo la vita di 155 persone e causare la distruzione dell’aereo.

Oggetto di un’esposizione mediatica morbosa e celebrante, Sully è costretto a fronteggiare la commissione d’inchiesta, combattuto dai dubbi sull’avversità del rischio e su ciò che la coscienza gli imponeva come necessario.

Sappiamo già com’è andata a finire, eppure il film riesce a catturare lo spettatore per tutta la sua ora e mezza di durata. Eastwood racconta infatti la vicenda del pilota Sullenberger non in modo lineare né cronologico, bensì cambiando i punti di vista della narrazione ed inserendo flashback.

L’equilibrio narrativo raggiunto è davvero sofisticato e sagace. Nonostante la regia sia molto asciutta e meticolosa, non mancano i momenti di pathosed emozione, in quanto lo spettatore è portato ad immedesimarsi nel protagonista, a lottare con lui contro l’inchiesta, contro quello scetticismo che non demorde.

A differenza del cecchino Chris Kyle nello straordinario American Sniper, qui Eastwood porta alla luce un eroismo differente: Sully è un americano del ceto medio, che non possiede doti straordinarie o particolari, ma che si distingue per una forte umanità.

L’eroismo, secondo Eastwood, è anche questo: sfidare un sistema che semplifica il concetto di uomo, e che lo svaluta. Un sistema che considera le simulazioni automatizzate una base determinante per dimostrare una disobbedienza.

E Sully ne uscirà vincente. Non per gloria, orgoglio, vanità o pienezza di sé. Ma per trasparenza ed umiltà. Un eroe, quindi, che ha a che fare con la dimostrazione della responsabilità delle sue azioni, del proprio senso del dovere e del rispetto della propria dignitas.

Dopo un’interpretazione di certo non indimenticabile in Inferno di Ron Howard, Tom Hanks regala una delle sue prestazioni più riuscite, mostrando nello sguardo e nelle espressioni di Sully i conflitti interiori e i pesanti squilibri derivanti sia da sfarzose gratitudini sia da gravose accuse.

Sully è un film intenso. Racconta una storia esemplare, facendo trasparire quei valori forti appartenenti a chi sa essere umile e umano.

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