Il filo di sangue lasciato dall’omicidio Moro: quello che non sapremo mai

di Roberto Capra


Il 9 maggio del 1978, una telefonata è pronta a sconvolgere l’Italia intera. Il signor Tritto solleva la cornetta
e dall’altra parte un uomo esordisce:
«E’ lei il professor Franco Tritto?»
«Sì, chi parla?»
«…Brigate Rosse.»
«Eh.»
«Va bene? Ha capito?»
«Sì.»
«Adempiamo alle ultime volontà del Presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’Onorevole Aldo Moro. […] Lo troveranno in via Caetani. […] Lì c’è una Renault 4 rossa, i primi numeri di targa sono N5.»

Il respiro del professor Tritto comincia a farsi affannoso, il tono della sua voce riflette tutta la disperazione di quegli attimi convulsi.

Egli, assistente di Moro, ha appena ricevuto la notizia che il Presidente della
Democrazia Cristiana è morto.
L’uomo che ne annuncia le sorti al telefono è Valerio Morucci, brigatista
partecipe dell’agguato di Via Fani e del successivo sequestro.

Quello che sappiamo

Aldo Moro muore dopo 55 giorni di prigionia, condannato a morte al termine del “Processo Popolare” messo in atto dalle Brigate Rosse.
Con il comunicato n.9, le Br dichiarano che la decisione è stata presa
dopo il tramonto definitivo dell’ipotesi di una mediazione. In cambio del rilascio di Moro, infatti, essi chiedevano la messa in libertà di “tredici combattenti comunisti imprigionati nei lager dello Stato Imperialista”.

La prospettiva di uno scambio di prigionieri aveva coinvolto l’intera politica italiana e, in maniera ancor più diretta, il partito della DC. Tuttavia, il “fronte della fermezza”, ostile all’accordo con i brigatisti, emerse progressivamente come linea dominante nella disputa tra Stato e Brigate Rosse.
La trattativa, quindi, non ha inizio. L’appello di Paolo VI, che invita a liberare Moro senza alcuna condizione, nelle parole di Mario Moretti è «il sigillo di una decisione che non si sarebbe più mossa».
Quest’ultimo, esponente di spicco del comitato esecutivo delle Br, aggiungerà: «Con la lettera del Papa, il problema politico venne completamente ignorato. Lì, Moro si sentì perduto».

La “mentalità brigatista”


Alessandro Orsini, nel suo libro “Anatomia delle Brigate Rosse”, spiega: «La mentalità brigatista è elementare, istintiva, brutale nella sua immediatezza. […] Si tratta di una mentalità a codice binario. […]

Essa consiste nel ridurre anche i fenomeni più complessi a due sole categorie: bene/male, amico/nemico, sfruttati/sfruttatori, innocenti/colpevoli. La mentalità a codice binario è un meccanismo di semplificazione della realtà, che favorisce il dispiegamento della violenza politica».
Lo stesso Mario Moretti, incalzato dal giornalista Sergio Zavoli, affermerà tempo dopo: «Eleonora Moro? Avrà trovato la spiegazione di ciò che è accaduto nel fatto che suo marito era il Presidente della Democrazia
cristiana».
Nella logica perversa dei brigatisti, Moro è ritenuto colpevole in quanto rappresentante illustre del “sistema”. Egli viene identificato come “lo stratega”, il garante del compromesso storico, il simbolo della controrivoluzione imperialista e delle forze reazionarie mondiali.

Le Br si autoproclamano combattenti in guerra per il comunismo e, in tale prospettiva, Moro non è che la personificazione ideale del nemico da
distruggere. Il Presidente della Dc viene spogliato della propria individualità, che assume rilevanza solo in virtù del ruolo e della funzione politica in cui essa si manifesta.
È qui che si raccoglie il frutto marcio di un’ideologia cieca e totalizzante, capace di disumanizzare il ‘bersaglio’ e poi annientarlo brutalmente.

Quello che non sapremo mai

L’”affaire Moro” si inserisce a pieno titolo nella stanza oscura dei misteri italiani, perchè la luce della verità stenta a raggiungere quest’angolo buio della nostra storia.
Riavvolgendo il nastro di questa pellicola, non possiamo che coglierne le ambiguità, le stranezze, la mancanza di attendibilità generale che soffoca la verità nell’intreccio fra intrighi, cospirazioni e depistaggi.

Non a caso, l’assassinio di Aldo Moro pare essere una vicenda che riguarda tutti e che non riguarda nessuno: Paesi stranieri, servizi segreti, loggia P2, mafia e persino Banda della Magliana.
Immaginiamo, a tal proposito, di fare un viaggio in quel lontano 1978. Il nostro è un itinerario sottotraccia che parte da oltreoceano, prosegue per Via Gradoli, indugia sulle sponde del lago della Duchessa e termina
in un appartamento di Via Monte Nevoso, a Milano.


Ma questa (forse) è un’altra storia

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