The Brink: seguire Bannon per capire il presente

di Alessio Valente

Non sono passati molti giorni da quando Giovani a Destra ha partecipato, con molto entusiasmo, alla proiezione del film The Brink organizzata da Wanted Cinema al cinema Farnese. Proiezione a cui è seguito un interessante dibattito fra noi e i ragazzi di Udu, sindacato studentesco di sinistra. Ed è proprio sfruttando questo dibattito che ci proponiamo di recensire un film decisamente molto importante sotto il profilo politico.

Prima che la pellicola inizi a scorrere, arriva la necessaria introduzione del critico cinematografico presente in sala. Il film, nella sua semplicità di documentario nudo e crudo, è molto complesso e preparare lo spettatore agli innumerevoli spunti di riflessione che riceverà è assolutamente necessario. Così, dopo aver ricevuto qualche consiglio circa le varie chiavi di lettura da adoperare, ha inizio la visione vera e propria.

Il documentario, come anticipato, non è altro che una sequenza di scene che ritraggono la vita quotidiana di Bannon, fra campagne, riunioni strategiche e incontri con i principali leader politici della destra europea. Una routine quotidiana decisamente fuori dal comune, che non annoia, ma che, anzi, procede a un ritmo quasi sincopato. L’intervento della regista, Alison Klayman, è praticamente nullo e limitato ad utilizzo sapiente del montaggio, unico strumento che utilizza per veicolare la sua lettura del fenomeno Bannon.

Assistiamo così ai dibattiti e alle cene che lo stratega americano organizza per mezzo del suo staff. E veniamo anche a conoscenza, appunto, delle persone che compongono la sua squadra. Seguiamo il gruppo in tutti i “dietro le quinte” della propria attività, girando mezza Europa e mezza America con loro, pianificando tattiche comunicative ed elettorali, in vista delle imminenti elezioni europee. Vivremo anche uno scorcio della notte elettorale Usa di mezzo mandato, ricevendo i primi risultati insieme ai protagonisti.

Come abbiamo anticipato, però, parleremo del film basandoci sul dibattito che ne è seguito, in modo da lasciar intendere quanto vasti siano gli argomenti e le riflessioni che può portare con sé, e che vanno ben oltre la semplici figura di Bannon o la destra europea e americana. Fra le prime domande che vengono poste, c’è quella, d’obbligo, che rimanda alla comunicazione politica. E’ una comunicazione vuota o esprime dei concetti ben delineati? E già, perché durante tutto il film possiamo assistere al ripetersi incessante di termini come establishment, populismo, razzismo, fascismo, e “ismi” vari.

Se da una parte si può comprendere come certi termini vengano utilizzati e proposti in continuazione per saturare il linguaggio politico e creare dei veri e propri fenomeni, dall’altra si capisce che il processo è assolutamente speculare anche per quelli che sono gli avversari di Bannon, o se vogliamo generalizzare, delle destre occidentali.
A un “establishment” buttato qua e là per screditare l’avversario, abbiamo quindi un “populista” per ribattere la palla alla propria controparte. E’ un processo e un livello del dibattito che, purtroppo, stiamo sperimentando da qualche anno anche qua in Italia. Basti pensare all’evergreen “analfabeta funzionale” come contraltare del “radical chic” in circolo già da tempo. O ancora, andando più in là nel tempo ed uscendo dallo scontro politico fra fazioni, al termine “casta” che ci ha unito tutti per molto tempo; unito contro un nemico comune, ovviamente, ossia la politica.

Dunque, alla fine della riflessione, parziale e priva del giusto tempo che occorrerebbe per trattare l’argomento, è emersa una realtà politica assolutamente povera di contenuti ma estremamente ricca nella strategia linguistica; una politica dei meme che riesce a far breccia nella massa utilizzando termini ripetuti a mo’ di mantra. Ma il tempo per il nostro dibattito non è moltissimo, perciò si fa largo, nell’argomentare, una nuova domanda: ha un futuro Bannon in Europa?
Pur senza divinare riguardo al futuro, la nostra risposta è negativa. Bannon non ha futuro. Perché? Perché rappresenta una realtà troppo distante e diversa da quella europea. Durante il film infatti, abbiamo potuto notare i caratteri distintivi della politica e della società americana: un forte manicheismo e una vocazione messianica alla divina provvidenza.
Facciamo presente come questi siano peculiarità insite nel popolo americano, che nasce proprio messianicamente, esaudendo l’aspettativa di una terra promessa.
E immaginiamo un qualsiasi leader europeo fare riferimento, come fa Bannon durante il film, alla divina provvidenza per spiegare, e spiegarsi, il succedere delle cose. Sebbene in Europa stiamo vivendo una fase decisamente radicalizzante dell’opinione politica, ci sembra comunque la realtà di Bannon troppo distante dal dna europeo per fare breccia nel vecchio continente.

Ed ora veniamo forse all’aspetto più inerente al film vero e proprio: Bannon crede in ciò che dice? Da parte nostra preferiamo rimanere dubbiosi, trattandosi di un quesito difficile da risolvere per qualsiasi uomo politico. Occorrerebbe essere nella sua testa, senz’altro, per fugare ogni dubbio. Abbiamo però degli elementi da poter analizzare, nonostante a volte contrastino fra di loro.
Se da una parte infatti Bannon si presenta come una sorta di venditore, che ripete spesso lo stesso tipo di frase anche a chi vuole semplicemente scattare una foto ricordo in compagnia del personaggio, dall’altra assistiamo a una sorta di esaltazione continua, dalla già citata divina provvidenza a un attenzione maniacale per l’approntamento della propria strategia.
Bannon è un uomo che dedica veramente la sua intera vita alla causa che persegue, senza soste e senza riposo. Ma, appunto, se il suo obiettivo sia il successo della sua visione politica o del suo ego, non è per nulla chiaro.

Altre domande si sono susseguite ed altre importanti riflessioni sono state stimolate. Non le riportiamo tutte, poiché come il tempo di un breve dibattito non è stato sufficiente ad esaurire tutte gli argomenti (che vanno oltre al nostro personaggio e toccano i temi più sensibili della contemporaneità), che il documentario tocca, non è sufficiente un articolo per riportare fedelmente le analisi emerse al termine della visione.

Ci limitiamo dunque a ribadire come The Brink non sia semplicemente un film sullo stratega americano, ne un film sulla destra in occidente. Piuttosto, ci è apparso come un documentario che quasi involontariamente, accende un piccolo riflettore sulla realtà politica e sociale odierna. La realtà dell’informazione virale e dell’opinione diffusa, della terminologia fine a sé stessa e di una lucidità difficile da recuperare mentre il mondo gira troppo velocemente.
Infine, forse il tema più interessante, un film su una comunicazione fine a sé stessa che assomiglia molto più a una pietra, in balia di sé stessa, che rotola giù da un pendio, piuttosto che un lucido strumento volto al raggiungimento di un obiettivo politico. Insomma, il mezzo che diventa fine, e viceversa.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *