Le radici del Terrorismo: la nascita, lo sviluppo e oggi

di Pietro Tidei da Cicuta

Quando nasce

Il termine terrorismo nasce con la Rivoluzione Francese, quando esponenti rivoluzionari come Robespierre, dopo aver abbattuto l’Ancien Régime, presero il potere, trasformando la Francia in un teatro di esecuzioni sistematiche nei confronti di tutti gli oppositori alle nuove guide politiche. Fu l’Inghilterra, acerrima nemica della Francia, ad accusarla di terrorismo per la sua brutalità nei confronti di civili che spesso venivano imputati ed uccisi sulla base di semplici supposizioni. In realtà, tale concetto ha origini storiche ancora più lontane; potremmo affermare che esso è nato con le prime forme di aggregazione sociale e si è evoluto parallelamente al processo comunitario, adattandosi alle modalità pratiche. Oggi con terrorismo si intende l’uso di violenza illegittima finalizzata ad incutere timore ad un gruppo di persone, affinché si arrivi alla destabilizzazione o alla costruzione di un nuovo ordine sociale.

I diversi tipi

Distinguiamo tre forme di terrorismo: quello di matrice etnica o nazionalista, quello di tipo ideologico e, infine, quello religioso. Nell’ambito del terrorismo religioso, un riferimento particolare va fatto a quello di matrice islamica, legato a due principali fattori: il primo riguarda l’universalità della religione araba, la quale, a differenza di quella cristiana, si propone come guida non solo spirituale, ma anche politica; il secondo, invece, è direttamente collegato all’influenza occidentale in Medio Oriente. Il terrorismo religioso è, inoltre, strettamente collegato al fondamentalismo, portato avanti da gruppi integralisti, fedeli a religioni monoteiste, che hanno influenzato il campo politico e sociale, ripudiando ogni interpretazione evolutiva dei rispettivi principi originari, che applicano in maniera rigorosa e categorica.

Tutto questo spiega perché gruppi come Al-Qāʿida e l’Isis abbiano voluto e continuino a volere la creazione di uno Stato arabo-islamico sunnita/salafita a forte impronta religiosa ed integralista e perché siano pronti a tutto per ottenere ciò. I terroristi affermano che l’Islam sia una religione universale, in grado di occuparsi di ogni aspetto della vita quotidiana; per questo, il loro obiettivo è la creazione di uno “Stato Islamico”. Questa visione politica, che fa parte del concetto di Umma – la comunità dei fedeli – ed è governata dalla Sharìa – la legge divina – è molto diversa dalla nostra. Già nel Seicento a stabilire le principali differenze tra Chiesa e Stato fu John Locke, che definì la prima come un’associazione volontaria avente per finalità la salvezza dell’anima, e il secondo come un’associazione necessaria per il buon governo, garante di pace, sicurezza e tutela del libero cittadino.

Il terrorismo dagli inizi del Novecento ad oggi


Il terrorismo odierno pianta le sue radici nella fine del colonialismo europeo e nel conseguente Trattato di Sykes-Picot del 1916 tra Francia ed Inghilterra, in seguito al quale sono state sancite le loro rispettive zone d’influenza in Medio Oriente, creando sulla carta una spartizione dei territori appartenuti all’ormai disciolto Impero Ottomano – Egitto, Grecia, Penisola Anatolica e Medio Oriente.

Con la vittoria della Triplice Intesa, l’Impero Ottomano fu costretto a cedere alle mire indipendentiste del nazionalista turco Mustafa Kemal Atatürk, padre fondatore dell’odierna Turchia, che depose il sultanato di Maometto VI, portando ad una veloce e progressiva dissoluzione dell’Impero centrale in Stati nazionali. Molti tra i Paesi formatisi dopo il 1920 iniziarono a rivendicare la propria indipendenza senza avere una classe dirigente in grado di poter far fronte alle esigenze burocratiche, amministrative ed economiche necessarie al funzionamento di uno Stato moderno.

La Francia e l’Inghilterra, al fine di consolidare le rispettive conquiste, cercarono fortemente di favorire l’occidentalismo, ritenuto migliore della cultura autoctona tradizionale, favorendo così le minoranze della popolazione vicine a quelle ideologie politiche e morali ritenute ‘’legittime’’ dai governi d’influenza, ma lontane da quelle locali. Le piccole realtà politiche venutesi a formare, rappresentanti la nuova élite governativa, volevano affermarsi sulla scena mondiale come veri e propri Stati, ma la maggioranza della popolazione, tenuta unita dai rapporti fra tribù, non sentendosi parte di uno Stato nazionale, iniziò a fronteggiare in maniera violenta ed ostinata i governi considerati leciti dagli occidentali. Si affermarono, dunque, varie figure carismatiche pronte ad opporsi ad ogni dominazione straniera. Tra queste, quella di Osama bin Laden, inizialmente ritenuto dagli americani una pedina fondamentale contro i russi in Afghanistan: secondo alcune fonti, smentite più volte dalla CIA, bin Laden fu impiegato dal governo Reagan come reclutatore di fondi destinati alla guerra sul fronte afghano, intrapresa dai Mujaheddin ostili alle mire espansionistiche dell’URSS. Successivamente, i rapporti con gli americani divennero sempre più freddi, finché nel 1988 si arrivò ad Al-Qāʿida, l’organizzazione terroristica paramilitare fondata dal sopraccitato Bin Laden con il sostegno dell’egiziano Al-Zawahiri e ispirata ai principi del fondamentalismo islamico sunnita. Nel 1991, con l’invasione americana in Iraq, sostenuta dall’Arabia Saudita, bin Laden dichiarò guerra agli Stati Uniti, accusati di aver dato ai sauditi la loro approvazione in cambio di petrolio, nonché agli infedeli sauditi stessi, colpevoli di aver sostenuto gli USA durante la guerra del Golfo.

L’11 settembre


L’attentato del 2001 alle Twins Towers ed il sospetto del coinvolgimento del leader islamico nell’attacco terroristico al World Trade Center nel 1993 hanno determinato l’intervento immediato del Pentagono, che grazie all’approvazione del USA PATRIOT Act ha dichiarato guerra aperta al terrorismo con lo slogan “Global War on Terrorism”, utilizzato dal presidente Bush pochi giorni dopo l’attacco. L’11 settembre l’America venne profondamente ferita, ed è per questo motivo che tale data rappresenta un punto di svolta per il continente oltreoceano. La creazione di un nuovo sistema di difesa ed un sostanziale rinnovamento dei reparti d’intelligence non sono stati nulla in confronto a quello che sarebbe accaduto circa due mesi dopo l’attentato. Nel novembre del 2001 ci fu l’invasione dell’Afghanistan da parte di USA e NATO; nel 2003 iniziò l’invasione dell’Iraq, con l’uccisione di Saddam Hussein nel 2006, ritenuto responsabile di favoreggiamento al terrorismo. L’obiettivo principale rimaneva, però, quello di uccidere il carnefice delle Torri Gemelle, e questo avvenne nel 2011, durante l’operazione Neptune Spear, grazie all’intervento congiunto dei Navy SEAL e degli agenti della C.I.A. Ma, seppure lo ‘’sceicco del terrore’’ era stato ucciso, le sue idee sono rimaste, così come il suo modus operandi.

Le ideologie e le strategie


La Primavera araba del 2011 ha dato una forte scossa ideologica e identitaria a tutta la Umma e, in particolare, alla sua componente araba, costituita da masse di giovani pronti a sposare iniziative anche estreme, a maggior ragione se sostenuti da progetti volti al ripristino degli antichi fasti del potere e della cultura musulmana. Gruppi estremisti e terroristici come l’Isis stessa hanno sfruttato questa condizione per lo sviluppo delle loro ideologie.
Le menti strategiche del califfato sanno, infatti, che la creazione di più focolai di crisi obbliga l’avversario a disperdere le proprie forze in più azioni atte a contenerlo.
In tal modo si creano solide strutture entro i confini, che oppongono resistenza alle forze internazionali, costrette a scendere a compromessi con esse piuttosto che combatterle. Le diverse realtà territoriali nate possono così fungere da cellule pronte a dar vita al califfato su più continenti. Sebbene questa perversa strategia sia stata usata in passato, con delle piccole differenze, anche da Al-Qāʿida, avente anch’essa come fine ultimo la creazione di uno Stato di matrice islamica salafita che vada di pari passo con la messa in fuori gioco degli Stati Uniti, ritenuti il più grande ostacolo all’utopia islamica, possiamo affermare con certezza che l’organizzazione comandata oggi da Al-Zawahiri presenta non poche differenze rispetto all’ Islamic State.

In particolare, l’Isis, con il suo stratega e teorico Moussab al-Suri, si differenzia nettamente da Al-Qāʿida da un punto di vista logistico ed operativo. Al-Qāʿida propone la costituzione del califfato come ultimo passo di una guerra contro gli USA, guerra che deve essere provocata da attentati e attacchi indiscriminati tesi a portare il nemico alla rinuncia del territorio occupato. Tale organizzazione terroristica non si basa su un comando unificato, ma su un network auto-generato e posto a sostegno di una mobilitazione dei gruppi locali al momento più opportuno. Lo Stato Islamico, al contrario, opera e si espande in base a direttive e strategie chiaramente definite e attuate da un’unica direzione strutturata e verticistica.

Il potenziale di attacco


I foreign fighters rappresentano la componente più motivata dell’esercito dell’Isis: essi hanno, infatti, costruito un network di conoscenze che li rende il potenziale fulcro di azioni terroristiche e rappresentano il principale investimento fatto dallo Stato Islamico in campo militare. Tutti i loro compiti sono decisi dai piani alti del califfato, che vede in Abu Bakr al-Baghdadi la massima figura politica e religiosa a guida di due comandanti militari con funzione di viceré, che ricoprono un importante ruolo nelle strategie di azione dell’organizzazione.

Alla base di quest’ultimo sono posti il Consiglio della Shura, composto da sei membri, che ha il compito di far rispettare le decisioni del califfo, e il Consiglio della Sharia, composto anche esso da sei membri incaricati di nominare il califfo e di interpretare la legge islamica per una corretta amministrazione. Tornando a parlare delle differenze tra le due organizzazioni, di rilievo sono le modalità d’azione adottate negli attentati terroristici: mentre Al-Qāʿida continua ad incitare e a praticare attacchi in Occidente attraverso cellule auto-generatesi, l’Isis necessita della disponibilità di un territorio, soprattutto in Iraq e in Siria. Dunque, per Al-Qāʿida sono vitali la pianificazione e la conseguente attuazione di attacchi contro i massimi simboli del mondo occidentale, come le Torri Gemelle e il World Trade Center, mentre l’Isis è più incline a incitare all’azione terroristi formatisi in patria, ai quali si aggiungono i foreign fighters di ritorno dai teatri di guerra europei e il loro network jihadista costruito durante la permanenza e l’addestramento nei territori d’origine.

Negli attentati, l’arma favorita da questi guerriglieri è l’AK-47, fucile mitragliatore noto anche come Kalashnikov, indistruttibile
, resistente alle tempeste di sabbia e all’aria secca del deserto, leggero e facile da utilizzare, ottimo per chi impugna un’arma per la prima volta. Anche l’esplosivo è largamente impiegato e viene, infatti, spesso ritrovato nei covi dei guerriglieri. Parliamo, in particolare, del perossido di acetone (TATP), soprannominato “Madre di Satana” a causa della sua instabilità. Questo ordigno artigianale è di facile portata, in quanto composto da solventi per unghie o coloranti per capelli, perossido di idrogeno e acidi.

Se dopo la morte di bin Laden non ci sono stati ulteriori attentati degni di nota riferibili ad Al-Qāʿida, l’Isis continua a vivere e ad essere una presenza costante nell’informazione quotidiana mondiale. Tuttavia, lo Stato Islamico è entrato in declino in seguito alla perdita di territori come quello di Kobane, paese curdo a pochi chilometri dalla Turchia: i raid aerei russi e occidentali hanno, infatti, supportato le truppe di terra curde nella perlustrazione e nel potenziale sgominio dei miliziani Daesh – i combattenti dell’Isis – rimasti nei bunker antiaerei. Anche in Libia l’esercito di al-Baghdadi, dopo essersi impadronito di Sirte e dopo averla persa nel 2016 con l’attacco delle milizie di misurata, ha deciso di optare definitivamente per linee d’azione volte a sopravvivere in attesa di migliori condizioni. Oggi la strategia di attacco dell’Isis sembra essere tornata alle origini, con il ricorso agli indirizzi operativi teorizzati da Osama bin Laden, come, ad esempio, la martellante campagna mediatica portata avanti fino al 2016 dal Ministro della Propaganda al-‘Adnani, che ha favorito la formazione di nuclei jihadisti in Occidente, pronti ad accendersi contro i “miscredenti”. Ciò crea non pochi problemi alle forze di sicurezza europee, le quali sono costrette a gestire non solo la difesa dei Paesi soggetti a rischio, ma anche l’opinione pubblica. L’obiettivo finale di al-Baghdadi – e quello di ogni terrorista – è, infatti, quello di generare paura e tensione in Occidente, portando ad un conseguente crollo della compattezza sociale e inducendo i governi a rinunciare alle operazioni in Medio Oriente, così da permettere che il califfato prosegua, senza ostacoli, la sua avanzata.

Secondo Harry Safo, cittadino tedesco giunto in Siria nel 2015 per combattere nelle fila dell’Isis, ed ora detenuto, quest’ultima ha a sua disposizione una struttura di intelligence articolata in varie sezioni: una per l’Asia, una per l’Europa, una per il mondo arabo. Esse sono costituite da agenti operativi, che svolgono il ruolo principale di ricerca e di attacchi programmati dallo Stato centrale, e da intermediari radicalizzati nel tessuto sociale europeo che svolgono un’azione di collegamento tra le periferie. Sebbene questa struttura non sia, effettivamente, “ufficiale”, lo scopo dello Stato Islamico resta quello di “frustrare ogni volontà occidentale di continuare ad interessarsi dei problemi del mondo islamico, cosicché sia possibile definire secondo gli attuali rapporti di forza interni una più coerente sistemazione antropologica, politica e religiosa del mondo musulmano”.

Analisi finale


La nascita del califfato e la sua espansione non sono di certo avvenute per caso: la regione mediorientale presenta da sempre questioni politiche, economiche, etniche e religiose irrisolte e la presenza del califfato non ha migliorato i seri problemi di questi territori – tra cui il revanscismo ottomano e l’indipendenza del popolo curdo, che conta circa venti milioni di individui privi di unità nazionale – ai quali si aggiungono gli interessi nazionali degli occidentali. L’abbattimento delle ultime roccaforti del califfato nella Siria Nord occidentale rappresenta un fondamentale oggetto di riflessione, dato il diretto coinvolgimento degli europei in tali questioni. Oggi l’esercito di al-Baghdadi è in rotta, ma il nazionalismo scatenato da lui e altri leader islamici – Osama bin Laden e Muhammad Ahmad, autoproclamatosi Mahdi – non è destinato a morire. Il califfato, la riunione del mondo musulmano sotto un’unica bandiera, rappresenta la rivincita di queste popolazioni nei confronti degli occidentali, che troppo a lungo hanno tirato la corda senza tenere a mente che avrebbe potuto spezzarsi. Il ‘mondo arabo’, che si estende dal Nordafrica al Medio Oriente, conta oggi circa 425 milioni di abitanti, i quali hanno sempre più consapevolezza delle proprie prospettive e potenzialità.

Tra queste, l’esigere di essere trattati come esseri umani e non come pedine sacrificabili di giochi di potere, né come premi territoriali o economici. Perciò è necessario e urgente dar vita a una cooperazione con la parte più illuminata e avanzata del mondo arabo, rispettandone la cultura e le tradizioni. Deve essere chiaro che il rispetto verrà dato a chi ne concederà altrettanto e, seppure il terrorismo non possa essere giustificato in alcun modo, è bene tenere a mente il fatto che rappresenti una risposta prevedibile ai soprusi per decenni perpetrati dagli occidentali nel mondo orientale.
È importante conoscere le cause per capire le conseguenze e non ripetere gli stessi errori.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *