Vlad Dracula – Il campione di Cristo che sfidò la Mezzaluna

di Manuel Massimiliano La Placa

Esistono pagine della storia europea che trasudano eroismo e concezioni dell’esistenza umana che oggi definiremmo utopistiche.

In un presente in cui lo spirito di sacrificio, il senso di appartenenza sembrano non albergare più tra le fondamenta di questa Europa che preferisce passare i propri giorni a contare monete sonanti anziché preoccuparsi di tutto ciò che esplode dentro e fuori il proprio fragile recinto, non sembra peregrino ricordare, imprimere nuovamente come un marchio di fuoco nelle coscienze degli europei quelle gesta che ne hanno segnato, volenti o nolenti, il DNA.

Alcune di queste pagine, nel  XV secolo, le ha scritte Vlad Dracula, figlio del Drago e Principe di Valacchia, un piccolo Stato che oggi fa parte della Romania, dal 1456 al 1462.

Uomo d’arme e comandante militare di incredibili capacità, Dracula ricevette non soltanto una educazione militare, ma anche culturale, letteraria, diplomatica, geo-politica e soprattutto religiosa, con l’abbraccio fisiologico del Cristianesimo ortodosso sia nella natìa Sighisoara, sia alla corte dell’Impero Ottomano, presso il quale visse come ostaggio durante l’adolescenza per poi essere candidato al trono valacco a nemmeno vent’anni proprio per volere del Sultano, esperienza che tuttavia si rivelò fallimentare e dalla quale il Nostro riuscì a svincolarsi per riparare nell’Europa cristiana.

Relegato a vagare nella memoria storica e collettiva tra un’esagerata ed ingenerosa icona di pazzo sanguinario cucitagli addosso dagli avversari suoi contemporanei per motivi prettamente politici ed economici e la figura del romantico, cupo vampiro uscito dalla penna di Bram Stoker, le righe che seguiranno vogliono porre in evidenza un periodo specifico della vita del vero Dracula, probabilmente quello più tragico ma anche quello più importante.

L’anno 1462 segna infatti la fine del secondo e più longevo regno dell’Impalatore sul principato valacco.

Lo scenario dell’Europa orientale dell’epoca è impregnato da un costante senso di oppressione e di smarrimento, perché al di sopra dei possedimenti degli Stati dell’Europa cristiana incombe come un’ombra onnipresente l’Impero Ottomano, una mezzaluna pronta ad invadere e dilagare in tutto l’Occidente.

La Valacchia si trova esattamente a ridosso del Danubio che la lambisce da sud e da est nonché delle brame dei turchi e, a meno di pagare un esoso tributo annuale alla Porta e ridursi ad uno Stato vassallo a un tempo del Sultano e a un tempo alla Corona d’Ungheria, il suo destino è fisiologicamente quello di essere rasa al suolo senza pietà.

La consuetudine di inviare giovani da inserire nei reparti dei giannizzeri turchi e di pagare un conto salatissimo al Sultano è una pratica diffusa, per necessità e sopravvivenza, in tutti i reggenti della Valacchia ma non per Dracula il quale, dopo un atteggiamento ostile ma collaborativo durante i primi anni di regno, tra il 1459 ed il 1460 decide che il suo popolo non può più accettare di chinare la testa di fronte alle pretese degli Ottomani e smette di inviare denaro e uomini a Maometto II, il Gran Turco conquistatore di Costantinopoli, ritenendo giunto il momento di una risolutiva e compatta offensiva europea.

Risale infatti al 1459 la crociata formalmente indetta a Mantova e a partire da quel momento Dracula inizia a lavorare diplomaticamente affinché l’Ungheria vi aderisca apertamente e faccia della Valacchia l’avamposto della ripartenza cristiana, arrivando anche ad intrattenere un fitto carteggio con il Pontefice Pio II Enea Silvio Piccolomini ammaliato, si narra, dall’intransigenza e dal coraggio dimostrati dal principe valacco nel fronteggiare la minaccia ottomana.

Eppure, l’entusiasmo di Dracula si spegne ben presto, perché da parte del Re d’Ungheria Mattia Corvino il tanto atteso aiuto non arriva, tanto per la scarsa liquidità nelle casse dello Stato ungherese già martoriate da precedenti spedizioni militari, quanto per la estrema macchinosità e cripticità delle manovre politiche del Re, totalmente assorbito dall’intento di rivendicare e mantenere totalmente la Corona per sé.

Vlad si ritrova, così, completamente solo di fronte alle manovre dei turchi che già nella primavera del 1462 organizzano una campagna di conquista con alla testa il Sultano in persona, forte di un esercito mastodontico che va dai 60.000 agli 80.000 uomini, appoggiato da una flotta di 150 navi da trasporto e 25 triremi.

Dracula, dal canto suo, oltre al proprio esercito nazionale è costretto ad allargare le fila e richiama a sé tutti gli uomini validi a partire dai dodici anni dopo aver messo al riparo sulle alture donne e bambini, riuscendo ad aggregare una forza di circa 30.000 effettivi, in ogni caso nettamente insufficiente per reggere l’urto dei potentissimi mezzi ottomani.

Il divario tra le forze in campo è incolmabile e Dracula, per poter resistere, è costretto a sfruttare le tecniche della guerriglia servendosi delle foreste che conosce come le proprie tasche: compare e scompare tra il giorno e la notte, rimanendo nascosto anche per lunghi periodi, sbucando all’improvviso e seminando il terrore tra le schiere ottomane che non riescono a prevederne i movimenti.

L’irritazione di Maometto II sale: non soltanto Vlad riesce a colpire la mente dei suoi uomini generando panico e sgomento per le lunghe file di ottomani impalati che lascia dietro di sé e causando gravi perdite man mano che l’esercito turco si addentra in territorio valacco ma, soprattutto, sembra assolutamente introvabile, quasi fosse un fantasma o un demone in carne ed ossa.

Dal canto proprio, Dracula si rende conto che non gli è possibile fermare l’avanzata turca e perciò, man mano che articola la propria ritirata non esita a fare terra bruciata al proprio passaggio devastando campagne, avvelenando pozzi e decimando bestiame in modo da tagliare le linee di rifornimento degli invasori i quali, al contempo, si sciolgono letteralmente sotto il peso delle proprie armature nel cuore dell’estate. Forzato dagli eventi, l’Impalatore non ha altra scelta, per poter salvaguardare il proprio popolo e rimanere al comando, se non pianificare e portare a termine un’operazione risolutiva che potrebbe cambiare le sorti del mondo intero in caso di successo: eliminare il Sultano, tagliare la testa del corpo ottomano, un’impresa che nessuno all’epoca, tranne Dracula, prenderebbe mai in considerazione.

Vlad decide di attaccare nottetempo, a bruciapelo, l’accampamento principale degli ottomani per poi prendere di mira la tenda di Maometto II ed eliminarlo sul posto.

Un’operazione rischiosissima che Dracula in persona provvede ad organizzare nei dettagli premurandosi, secondo le cronache, di andare ad ispezionare il campo turco travestito da ottomano onde individuare con precisione il sito in cui si trova il Sultano, distinguibile per magnificenza e per il massiccio corpo di guardia a protezione dello stesso.

L’Impalatore sceglie diecimila uomini per questa operazione e, nella notte tra il 17 ed il 18 giugno del 1462 è pienamente consapevole di avviarsi verso la gloria eterna oppure la morte.

Nell’accampamento turco regna la quiete fino a tre ore dopo il tramonto, quando si scatena l’inferno in terra. Dracula ha predisposto due contingenti: quello centrale, guidato personalmente ed un secondo affidato ad un boiardo che ha il compito di attaccare dall’altra estremità del campo per poi ricongiungersi con le truppe dell’Impalatore onde creare un corridoio libero per l’assalto alla tenda del Sultano e la successiva fuga.

Dracula piomba sull’accampamento nemico come una folgore e si lancia sugli ottomani falciando e massacrando tutti i soldati che gli si parano davanti, i turchi sono sgomenti per una azione militare tanto ardita quanto inaspettata e tardano a riorganizzare le difese, subendo gravi perdite mentre la battaglia infuria in un clangore di spade, scintille di fuochi appena accesi e un turbinio crescente di urla di guerra e sofferenza: alla luce delle torce in testa ai suoi uomini c’è l’Impalatore che rotea la spada come un incubo che non si può scacciare, come uno spirito ultraterreno che prende forza e vigore dalla propria terra invasa e martoriata.

Il piano è stato progettato per essere fulmineo, il secondo distaccamento deve sopraggiungere al più presto per aprire la possibilità di lanciare l’assalto al tendone di Maometto II eppure niente accade: le cronache ritraggono il mancato intervento del boiardo a capo del contingente, paralizzato dalla paura oppure restìo a rischiare la vita per una operazione ritenuta suicida.

Resosi conto di quanto accaduto, Dracula è costretto a portare a termine l’operazione da solo con gli uomini rimastigli e si lancia verso il punto in cui presume trovarsi il Sultano, tuttavia sbagliando bersaglio e assaltando la guarnigione di un nobile che non è Maometto II, nel frattempo trinceratosi dietro una fitta guarnigione di guardie del corpo.

Il piano, passato alla storia come l’Attacco Notturno, è ufficialmente fallito e all’Impalatore non resta che ordinare la ritirata dei propri uomini, sfiorando un’impresa che sarebbe divenuta leggenda ma che, per compensazione, gli è sufficiente per guadagnarsi in tutta Europa l’epiteto di Atleta di Cristo.

L’epilogo di questa ardita impresa segna irrimediabilmente la fine di ogni resistenza valacca, Dracula non ha più assi nella manica e, da solo contro il più imponente esercito dell’epoca in una patria rasa al suolo dalla guerra, non può fare altro che proseguire nella propria ritirata sui monti, non prima di aver lasciato come monito al Sultano una foresta di impalati lunga tre chilometri alle porte della capitale Tirgoviste.

Vlad si rifugia nel suo nido dell’aquila presso il suo castello, l’attuale fortezza di Poenari, in cima a una montagna e a picco sul fiume Arges dalla quale tenta un’ultima, disperata difesa che tuttavia lo vede soccombere mentre le torri del castello vengono sbrecciate dalle armi da fuoco turche e le schiere ottomane, non senza fatica, iniziano la risalita per assediare la fortezza e fare capitolare definitivamente l’Impalatore.

Scortato dai propri uomini, Dracula riesce a fuggire e a scampare la morte per riparare a rotta di collo in Transilvania dove finalmente incontra il Re Mattia Corvino il quale, irritato dall’irrequietezza dell’Impalatore che pretende un aiuto effettivo per riprendere la lotta contro gli ottomani, anziché unirsi al Nostro per una riconquista della Valacchia, lo fa arrestare e condurre a Buda in catene per poi farlo prigioniero, seppure con un trattamento di favore, nella fortezza di Visegrad per lungo tempo prima di concedergli in moglie una propria cugina, una casa ove vivere con i figli e guadagnarsi una nuova chance per il trono valacco, che tuttavia sopraggiunge soltanto tredici anni dopo, tra il 1475 ed il 1476.

Si conclude così l’era di Vlad Dracula alla testa dell’Europa cristiana: il suo esempio rimane pressoché isolato e, in seguito, persino osteggiato da chi non riesce a comprendere quale convenienza possa trarre l’Impalatore da una guerra così serrata al Sultano in assenza di un tornaconto economico personale.

Eppure, Dracula ha perseguito un cammino di coerenza fino in fondo, pagandone il prezzo, portandosi dietro sofferenza, drammi anche personali, sacrifici ma, soprattutto, la consapevolezza di essere solo.

Non per questo desistette dall’essere uno degli ultimi grandi Crociati della storia d’Europa.

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