Aborto-Riflessioni non conformi

Di Manuel Berardinucci

“Non esiste sconfitta nel cuore di chi lotta”. Aforisma terribilmente inflazionato e abusato, ma che ben si confà alla situazione dello scrivente e di tutta quella comunità umana, esistente ma messa a tacere, isolata e talvolta derisa, che è depositaria di una sensibilità differente da quella della vulgata comune, rispetto ad una tematica delicata come quella dell’aborto. Siam consci di aver perso, almeno per ora. Questo non ci impedisce però di continuare, forse un po’ da folli, a gridare al vento le nostre ragioni, perché sappiamo che quell’urlo, pur disperso nella bufera, raggiungerà un fratello, che si sentirà meno solo, nella desolazione che il mondo moderno gli pone innanzi. Non tergiversiamo oltre. Quando si parla di aborto, ci si trova, spesso, innanzi ad argomentazioni come: “E’ una questione che riguarda esclusivamente il corpo della donna e dunque la scelta ultima spetta sempre a lei. E prima di tre settimane non c’è vita”: E’ un modo apparentemente nobile di condurre la causa abortista, ma nasconde un’impurità di fondo e cioè ignora, in malafede o per convinzione ideologica, la presenza di un soggetto altro rispetto al corpo al femminile, che è la vita in esso depositata. Risponderanno i fedeli del’unica religione riconosciuta nell’Occidente odierno, quella nella scienza, che prima di un congruo numero di settimane non si può parlare di essere vivente. Senza considerare che le opinioni, sia a livello di dibattito scientifico che comune sono discordanti su questo, ricordo sommessamente ai lettori che, possiamo pur tentare di nasconderci dietro un dito, ma eliminando l’embrione, si stronca la possibilità che esso si trasformi in vita. Dunque l’atto si aggrava rispetto all’omicidio. Non ci si limita a decretare chi può vivere e chi no, ma addirittura ci si eleva ad uno stadio quasi divino, dall’altezza del quale è possibile scegliere quali vite potranno sorgere e quali invece, non avranno la grazia di esser parte di questo mondo, ma solo di quella schiera celeste di mai nati. Dati alla mano, ciò che sappiamo con certezza è che la prima e fondamentale identità genetica dell’individuo si forma nel momento della fusione di due gameti. Ciò che rende unico ogni individuo, ha origine in quel preciso momento. Voler convintamente sostenere che è da considerarsi vita solo ciò che ad essa noi associamo per abitudine e cioè una forma umana, è rispettabile ma non tiene conto dell’unicità del destino individuale, che ha origine proprio con la formazione della sua identità genetica. Possiamo dunque, non considerare vita, ma un mero “ammasso di cellule”, qualcosa che ha già un destino genetico? Domanda che pongo e alla quale spero di trovare risposta. Vi è poi da affrontare il tema dell’aborto in caso di stupro. Una fattispecie delicata e assolutamente complessa da trattare. Senza alcun dubbio, ognuno di noi comprende quanto possa essere difficile portare avanti una gravidanza non voluta e praticamente imposta dalla prevaricazione di una bestia. Certo però il dubbio, spontaneo e penso innocuo, di molti è: perché mai, per via delle colpe di un immondo personaggio che, spesso e volentieri non paga sufficientemente per le sue responsabilità, deve subire ripercussioni la vita, in potenza o reale, a seconda dei punti di vista, tenuta in grembo? Capisco perfettamente la posizione di chi sostiene che il dolore provato dalla donna nel portare avanti una gravidanza di questo tipo, sia inaccettabile. Continuo però a domandarmi come si possa, con leggerezza, perorare tale posizione, senza neanche considerare che vi è un secondo individuo coinvolto nella vicenda. Si parte allora dalla convinzione che chi ha la possibilità di esprimere il proprio dissenso o le proprie necessità, abbia diritto ad una maggiore tutela di chi non può farlo? O ancor peggio, si cela il disegno in cui il consumatore prevale su chi, per ovvi motivi, non può essere ancora coinvolto nella società dei consumi? Sottolineo, inoltre che, il movente dello stupro, sbandierato dagli abortisti, non è in realtà così diffuso come essi vorrebbero far credere. Diversi studi dimostrano infatti che le motivazioni femminili dietro la, pur sofferta, scelta abortista sono legate all’educazione, al lavoro e in generale alla propria autodeterminazione. Negli Stati Uniti d’America, ad esempio, nel 2004 uno studio ha preso 1.209 campioni ed ha rilevato che il 74% sceglie di interrompere la gravidanza perché un figlio avrebbe creato problematiche nella gestione della propria carriera o dei doveri nei confronti di persone verso cui già si ha una responsabilità. Risultati, in linea di massima, confermati da uno studio norvegese dello stesso anno. Una volta che si è soffiato sul castello di carte, arriva l’ultima argomentazione: “L’aborto esisterà sempre, anche se lo Stato dovesse scegliere di vietarlo nuovamente”. E qui entra in gioco la concezione stessa che si ha dello Stato. Esso deve combattere le storture o arrendersi ad esse se si mostrano tenaci ed apparentemente indistruttibili? Analisi, etica, valori e scienza in questo pezzo che, son certo, verrà accusato di essere pregno di mistificazione ideologiche, ignorando le verità oggettive in esso contenute. Ringrazio, al termine, Francesco Di Ciano ed Andriy Galtieri per il contributo fornito alla stesura di questo articolo, in termini di fonti attendibili da cui attingere dati, spunti di riflessione e sostegno. Anch’essi hanno gridato al vento prima citato, facendomi sentire meno solo.

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