La sfida dell’Occidente si chiama Identità

di Manuel Massimiliano La Placa

Esistono sfide che possono essere vinte soltanto se condivise con gli altri, unicamente se capaci di mettere in moto un processo interiore abbastanza forte da incidere sulle coscienze e sulle intime considerazioni del singolo individuo in quanto tale ma, soprattutto, come portatore di valori entro una comunità.

Può ancora esistere, nel 2019, una dimensione ed una concezione di identità che anziché proiettarsi immediatamente al proprio esterno perdendosi in un magma standardizzante, sia capace di passare prima di tutto attraverso una pre-comprensione di sé, di elevarsi cioè al ‘’senso di sé stessa’’, per poi rapportarsi – soltanto in un secondo momento – con tutto ciò che può trovare al di fuori della propria dimensione valoriale e caratterizzante?

E’ questa una delle domande alle quali ha cercato di dare risposta il convegno svoltosi ieri in una Udine rovente – in tutti i sensi – intitolato proprio ‘’Identitas: uguali ma diversi’’ e capace di radunare un pubblico talmente ampio che gli stessi organizzatori non hanno potuto ospitare integralmente i presenti per incapienza della sala e norme di sicurezza.

Una soddisfazione intravista in primo luogo sul volto di Emanuele Franz, moderatore e vero e proprio punto di riferimento tanto per l’organizzazione dell’evento quanto per la buona riuscita dello stesso, il quale rimarca a più riprese come il fulcro della crescita personale in coscienza e spirito non possa che passare attraverso il confronto diretto, serrato, il contatto umano immediato, rimedio imprescindibile per far scaturire idee ed elevazione collettiva.

In apertura i saluti istituzionali del Presidente della Regione FVG Fedriga, dell’On.le Gardini e del Sindaco di Udine Fontanini il quale, al netto delle aspre critiche che hanno preceduto l’incontro, ha rimarcato la scelta del Comune di patrocinarne lo svolgimento nel rispetto del pluralismo ideologico e delle opinioni.

Eppure, come anticipato, i presupposti non erano affatto pacifici perché se hanno trovato sponda su Noam Chomsky gli attacchi frontali di PD ed ANPI il motivo principale è sempre stato, fondamentalmente, uno solo: la presenza di Aleksandr Dugin, seduto esattamente al centro del consesso dei relatori ed imperturbabile di fronte ad ogni provocazione derivante da alcune domande fatte da una parte del pubblico che non ne condivideva le opinioni, a testimonianza di come nella realtà al convegno tutte le posizioni ideologiche abbiano trovato spazio e libertà di espressione.

Filosofo ed esperto di geopolitica, ridotto e catalogato dall’opinione pubblica italiana ingenerosamente quale mero ‘’ideologo’’ di Putin, paragonato ad una sorta di Rasputin dei nostri tempi, in realtà le parole di Dugin rivelano molto di più rispetto all’aspetto riservato e leggermente austero con il quale si presenta.

Dugin ci tiene  infatti a precisare come nella propria cultura il concetto di ‘’pensiero’’ vada interpretato con un’accezione inclusiva anziché esclusiva, volta a sublimarsi in identità collettiva al fine di creare una netta scissione tra individuo e persona, ove quest’ultima collima con l’uomo capace di relazionarsi con gli altri, con tutti gli altri, in veste di identità culturale, spirituale, sociale.

Una concezione che non ha nulla a che vedere con quella, differente, del predetto individuo, laddove è elemento portante della dignità umana il partecipare attivamente al dialogo, al dibattito.

Eppure, la linea di fondo è integrata proprio dal fatto che soltanto nell’identità soggettiva, dalla quale deve trarre origine quella collettiva intesa come peculiarità, comunanza di valori e tradizioni esclusive nel senso più nobile del termine, è possibile vedere l’eterogeneità rispetto ad altre culture diventare terreno fertile per un dialogo fruttuoso, di ampio respiro, capace di prevenire ed eliminare conflitti ed incomprensioni.

L’attacco alla cultura globalista di ispirazione liberale non tarda ad arrivare laddove ne viene messo in luce l’elemento di maggiore criticità: essa, nella foga di garantire libertà idealizzate, dai contorni sempre più vaghi, sfocati, indistinti e sempre più omologanti, finisce per stritolare l’unico rimedio al conflitto sociale, vale a dire la scintilla delle singole identità territoriali, culturali, spirituali portando per l’effetto gli equilibri mondiali verso un livellamento al ribasso del pensiero e del bagaglio valoriale di ogni collettività umana.

Ecco perché Dugin ritiene fondamentale un cambio di passo nel mondo occidentale che sia capace di riportare al centro della scena una riaffermazione della persona in quanto identità, una ribellione ad una cieca omologazione fuori dal tempo, incapace di leggere le autentiche radici di questo vecchio mondo che sono eterogenee, autonome, dotate ciascuna di vita propria.

A fugare ogni dubbio, Dugin precisa come tale affermazione ideologica, incarnata nei movimenti sovranisti o populisti non possa e non debba sfociare, pena il fallimento dei propri obiettivi, in un cieco nazionalismo xenofobo.

Una contemporaneità che, dunque, assume anche secondo il saggista Diego Fusaro l’aspetto della notte del mondo, intesa come una vera e propria sparizione di Dio, laddove questo rappresenta valori ideologici, spirituali e culturali di un modello europeo ed occidentale braccato, snervato, oppresso e snaturato da pulsioni prettamente materialistiche che propagandano sempre più il capitale come monolite ineluttabile, come valore fine a sé stesso, anziché come strumento per una progressiva valorizzazione della vita umana.

Ecco che, di fronte a cotanta oscurità occorre, secondo Fusaro, una ripartenza capace di scardinarne le fondamenta e ricostruire un nuovo modello sociale ed economico idoneo e sufficientemente robusto per rimpinguare quella fonte che è l’esistenza umana, da troppo tempo prosciugata dagli alfieri del pensiero unico che propagandano la sottomissione come prezzo della sanità mentale.

Di rilievo ed accorato anche l’intervento di Edoardo Sylos Labini che, nel lanciare la sua nuova ‘’creatura’’ editoriale chiamata Cultura Identità, rimarca a sua volta quanta importanza rivesta e debba continuare a ricoprire in tutto il mondo il patrimonio storico, culturale ed ideologico italiano, facendo l’esempio peculiare delle composizioni e del genio di D’Annunzio, recentemente osteggiate inspiegabilmente nella vicina città di Trieste.

Dopo gli interventi, tra i tanti, di Massimo Fini, Giulietto Chiesa e di Guglielmo Cevolin (Presidente del gruppo studi storici e sociali Historia), la chiusura di un evento del genere non poteva che essere affidata a Paolo Paron.

Scrittore, fondatore della Società Tolkieniana Italiana e dell’Antica Quercia, ideatore del fumetto ‘’Il benandante’’ in doppia lingua (friulano ed italiano) Paron, pacato ma inesorabile come lo scorrere di un fiume in piena nel proprio intervento, incarna il vero e proprio custode della potenza antica della tradizione, dell’identità europea e, ovviamente, friulana: la necessaria consapevolezza del substrato umano, delle origini, della discendenza.

Non a caso, Paron rimarca che, nell’approcciarsi ai tanti anziani che ha avuto modo di interrogare durante tutta la propria vita passata a recuperare, custodire gelosamente e poi tramandare le tradizioni locali friulane, la prima domanda che gli è sempre stata posta non è mai stata quella legata al proprio nome e cognome, bensì quella di elencare come tratto di riconoscimento la relativa discendenza familiare dei genitori, nonni, bisnonni ed avi, unico criterio attraverso il quale è sempre riuscito a farsi identificare.

Un vanto che Paron non nasconde ma, anzi, amplifica con orgoglio e con tenacia.

Cala così il sipario e la riflessione che rimane impressa, letteralmente appiccicata addosso uscendo dal magnifico e suggestivo salone del Parlamento del Castello di Udine è non soltanto che una identità occidentale, europea può ancora esistere, ma anche che, tutto sommato visto l’andamento della serata, i toni ed il modo attraverso i quali gli ospiti si sono posti anche rispetto a chi li ha contestati, non si comprende che cosa ci sarebbe stato da temere nel partecipare ad un evento simile.

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