Persia e Arabia: l’Incidente dello Stretto di Hormuz e Possibili Conseguenze


di Leonardo Rivalenti

Il 12 Giugno, un attacco a due navi petroliere, una Giapponese e una Norvegese nello stretto di Hormuz, tra Oman e Iran, ha contribuito a rinnovare il clima di allarmismo quanto alla geopolitica del Medio Oriente, rinnovando il timore di un conflitto armato tra la Repubblica Islamica dell’Iran e le Monarchie del Golfo o gli USA.

Se la politica del Golfo Persico si costituisce come un’intricata rete nella quale interessi di attori Statali e non si sovrappongono, l’attacco alle due navi, la cui responsabilità non è ancora chiara, ne espone alcune caratteristiche. Partendo quindi da questo incidente, si cercherà di analizzare gli interessi dei principali attori nella regione e partendo da ciò, di delineare una possibile evoluzione della situazione nel Golfo.

I presupposti

Per iniziare, occorre partire dall’analisi dei fatti del trascorso 12 Giugno. Il giorno dell’attacco i media sono stati velocemente inondati da una grande quantità di informazioni, le quali in principio hanno fatto pensare ad un incidente. Tale possibilità è stata rapidamente scartata e si è invece rapidamente affermata l’idea che si fosse trattato di un attacco condotto con siluri. Tuttavia, una posteriore indagine della Marina Militare Americana ha riportato che si trattasse non di siluri ma bensì di mine, probabilmente a trazione magnetica. Secondo l’armatore Giapponese invece, la nave sarebbe stata oggetto di un attacco aereo. Proprio il giorno dell’attacco, il Primo Ministro Giapponese, Abe Shinzo, si trovava in visita ufficiale a Teheran, per cercare di porsi come mediatore tra Iran e Stati Uniti, nell’ambito della disputa emersa sotto la Presidenza di Donald Trump tra i due paesi, e provocata dalle pretese Americane. Entro 48 ore dall’attacco gli USA, utilizzando come prova principale un video che mostrava dei marinai Iraniani rimuovere una mina inesplosa dallo scafo della nave Giapponese, hanno immediatamente accusato l’Iran di aver condotto l’attacco.

Quest’ultima, a sua volta, ha invece puntato il dito contro le Monarchie del Golfo, alleate degli USA. Intanto, l’escalation che ne è risultata ha portato al fallimento del negoziato tra Rohani e Abe, mentre le tensioni tra gli attori nella regione continua a salire, così come anche il prezzo del petrolio durante gli ultimi giorni, anche se meno di quanto avrebbe potuto.
Trascorsi pochi giorni dall’attacco rimane senza risposta l’interrogativo su chi avrebbe potuto lanciare questo attacco e su chi avrebbe potuto avere interesse in condurre un simile attacco.

Innanzitutto, occorre analizzare la situazione del primo paese a venire messo sotto accusa da parte degli USA: l’Iran. Infatti, subito dopo l’attacco, le autorità Iraniane sembrano avere concluso bruscamente l’incontro bilaterale tra Rohani e Abe, informando il secondo che la Repubblica Islamica non aveva intenzione di riprendere il dialogo con gli USA. Ma sarebbe stato nell’interesse Iraniano condurre un simile attacco? Sicuramente no, almeno non in quello del Presidente della Repubblica Islamica, attualmente retto proprio dalla fazione moderata di Rohani, che vedrebbe di buon occhio un ri-avvicinamento all’Occidente. Si consideri inoltre che a dimostrare la fragilità della posizione Iraniana, l’alleanza tra Mosca e Teheran è qualcosa di relativamente precario, come anche dimostrato dall’avvicinamento della Russia alla Turchia e ad Israele, fatto che genera, a Teheran, il timore di perdere anche il principale alleato. A ciò si aggiunga che la politica Americana sotto la Presidenza di Trump ha già portato ad un notevole isolamento dell’Iran, sia sotto una prospettiva economica che diplomatica, fatto che sta già generando non poche difficoltà all’economia e alla società Iraniana.

Alleanze messe in crisi

Anche sotto una prospettiva strategica, lanciare una simile provocazione senza poi poter seguire con un potere militare sufficiente per sconfiggere le forze delle Monarchie Sunnite e la Quinta Flotta, sembrerebbe semplicemente assurdo. Non sarebbe tuttavia da escludere un’azione autonoma dei Pasdaran, o Guardie Rivoluzionarie (IRGC), i quali costituiscono un’importante lobby conservatrice dentro allo Stato Iraniano, avendo essi il controllo di diversi luoghi di culto ed in particolare delle frontiere (quindi del mercato nero). I- Pasdaran, così come altri settori conservatori, traggono beneficio dall’attuale stato di tensione e dall’isolamento del paese, situazione che permette loro di mobilitare la popolazione e di ergersi a difensori della nazione.

Non rimarrebbe quindi da escludere un’azione delle Guardie Rivoluzionarie sul modello dell’Incidente di Mukden del 1931, provocato autonomamente dall’Armata del Kwantung a danno della Cina, a dispetto dell’opposizione del Governo Nipponico.
Avendo ora considerato la pista iraniana, occorre analizzare l’altra pista, quella che condurrebbe alle Monarchie Sunnite ed in particolar modo all’Arabia Saudita.

Sia dal punto di vista Saudita, che dal punto di vista degli Emirati Arabi Uniti, le due monarchie più potenti, vi sarebbe, l’interesse nel provocare un incidente simile. Infatti, tale incidente, oltre ad avere provocato il precipitare delle già incrinate relazioni tra Iran e USA, ha anche portato al fallimento della missione Giapponese a Teheran, della quale si è parlato in precedenza. Un fattore importante da non ignorare, in questo contesto, sono le relazioni tra l’Iran e il Qatar, relazioni che proprio tre giorni prima dell’incidente erano state rinsaldate da una visita di Stato Iraniana nell’Emirato, che dal 2017 è stato messo sotto embargo ed isolato dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Arabia Saudita e dalle altre monarchie Sunnite. Tuttavia, nelle circostanze attuali, la pista della false flag operation rimane una speculazione, che trova pochi indizi in suo sostegno. Sotto la prospettiva economica, ci sarebbe da dire che le monarchie (ma anche l’Iran), potrebbero beneficiare da un aumento dei prezzi del petrolio, anche se un atto come quello che è stato compiuto avrebbe effetti solo sul breve termine, mentre sul lungo termine, una destabilizzazione del Golfo, regione di per sé fragile, non converrebbe a nessuno degli attori nella regione. In questo modo, rimane almeno per il momento, impossibile determinare le la responsabilità dell’azione sia loro.

Altra pista che si potrebbe prendere in considerazione, sebbene anch’essa improbabile, sarebbe quella di un’azione condotta dagli USA o comunque dalle sue Forze Armate, rappresentate nella regione dalla 5a Flotta. Vi sono tuttavia veramente pochi fattori che facciano pensare ad un’azione Americana. Infatti, nonostante l’ostilità di Donald Trump verso l’Iran, va osservato che non vi sarebbe nessun interesse da parte sua nel portare il suo paese ad un conflitto armato, azione che per giunta avrebbe buone probabilità di rivelarsi una ripetizione dell’Afghanistan o dell’Iraq. Questo perché innanzitutto Trump si è mostrato, dall’inizio della sua campagna elettorale, molto critico verso le missioni USA all’estero e anche una volta eletto ha spesso dimostrato di preferire il ricorso a metodi di guerra ibrida a quelli tradizionali.

Portare quindi gli USA ad una guerra, che avrebbe sicuramente una dimensione maggiore rispetto all’Iraq e all’Afghanistan, a poca distanza dalle elezioni si rivelerebbe con ogni probabilità una mossa autolesiva.
In secondo luogo, vi è una questione economica: anche se ormai gli USA non importano più quantità determinanti di petrolio dal Medio Oriente, questa regione continua ad essere determinante per il prezzo del petrolio, il quale a sua volta influisce sull’economia Americana. Ne consegue che una destabilizzazione ed un eventuale conflitto armato nel Golfo in questo momento, provocando l’aumento del prezzo del petrolio, potrebbe generare difficoltà economiche anche agli USA, situazione che metterebbe in difficoltà il Presidente.

Deep State


Non si deve ignorare che ad ogni modo, questa sua posizione sembra non essere in sintonia con il deep state, vale a dire con il potente complesso burocratico-economico-militare che, immune alle oscillazioni della politica democratica, gode di una forte influenza sulla determinazione e la difesa degli interessi nazionali Americani. Vi sono infatti elementi di questa vaga e ampia categoria che, in aperto contrasto con il Presidente, sarebbero favorevoli ad intervenire in Iran. Non, sarebbe quindi illegittimo speculare anche, come si è fatto per l’Iran, su una possibile azione autonoma di settori dello Stato Profondo.

Tuttavia ciò non andrebbe oltre una vaga ed improbabile speculazione, dal momento in cui anche quando in aperto contrasto con la classe politica, non vi sono state (almeno che si sappia) azioni così indipendenti compiute dallo Stato Profondo in passato..
Mentre rimane, come dimostrato, impossibile determinare su chi ricadano le responsabilità per l’attacco alle navi, l’impatto dell’attacco, chiunque lo abbia commesso, inizia già a manifestarsi.
Come detto all’inizio dell’articolo, la prima conseguenza dell’attacco è stato il fallimento del negoziato tra Iran e Giappone. Come era stato detto, questo negoziato aveva la funzione di porre il Giappone, solido e fidato alleato degli USA in Estremo Oriente, da molti anche considerato come vassallo americano, come mediatore della crisi diplomatica sviluppatasi da i primi e la Repubblica Islamica. Oltre al tradizionale soft power che il Giappone ha acquisito dal Dopoguerra in poi, però il Sol Levante potrebbe avere anche un interesse strategico nello Stato Persiano. Infatti l’Iran si trova attualmente incluso nelle Nuove Vie della Seta, iniziativa cinese che, dietro ad una valenza prevalentemente economica nasconde l’ambizione geopolitica di dominare l’Eurasia. Alla strategia del Regno del Centro, il Giappone sta infatti contrapponendo una sua iniziativa, chiamata Free and Open Indo-Pacific (FOIP). Naturalmente, per quanto le posizioni poco concilianti degli USA rendano molto difficile scostare l’Iran dal blocco Eurasiatico, per il Giappone, anche solo il guadagnare una certa influenza sul paese e poter controbilanciare quella Cinese sarebbe già un successo non irrilevante. Tuttavia, avendo le trattative Nippo-Iraniane fallito, almeno per il momento ed avendo gli USA già iniziato a scatenare una tempesta diplomatica contro Teheran, non ci si potrà che aspettare la consolidazione dell’asse tra Pechino e Teheran.

Conclusioni

Per le ragioni esposte in precedenza, ritengo sia da escludere la possibilità che dal presente incidente si sviluppi un conflitto armato tra le potenze Sunnite, affiancate dagli USA e l’Iran, appoggiato da Russia e Cina. Infatti, anche per la più grande potenza militare mondiale, gli USA, invadere una nazione come l’Iran, dotata di un territorio esteso e accidentato, dove anche una volta sconfitte le forze regolari vi sarebbero buone probabilità di dovere affrontare un’interminabile e strenua guerriglia, si rivelerebbe un incubo. A ciò si aggiunga che l’opinione pubblica Americana tende a non sostenere guerre di aggressione che siano eccessivamente lunghe e che non portino a risultati concreti, come probabilmente si rivelerebbe un conflitto armato in Iran. In questo modo, l’apertura di un terzo fronte, mentre quelli di Afghanistan e Iraq sono ancora aperti da ormai più di un decennio senza avere portato a nessun risultato, potrebbe rivelarsi un suicidio politico. Per queste ragioni, un’escalation delle tensioni in un vero e proprio conflitto armato sono da considerarsi come altamente improbabili.


In conclusione, l’attacco alle petroliere nel Golfo ha avuto come principale funzione quella di portare a galla (e probabilmente tenere a galla per le prossime 2-3 settimane) la sovrapposizione di interessi nella regione. Emerge sicuramente come fattore di distacco la presenza di interessi Cinesi e Giapponesi nella regione, dove tradizionalmente, le potenze ad esserne maggiormente interessate sono state gli USA, le nazioni europee e la Russia (europea o no a seconda della prospettiva). Per quel che riguarda i possibili sviluppi dopo l’attacco invece, ciò che ci si potrebbe aspettare dall’attacco è un’ulteriore militarizzazione della regione da parte entrambi gli schieramenti. Probabilmente seguirà anche una soluzione diplomatica, che tuttavia farà poco oltre a mantenere lo status quo nello scacchiere regionale. Certo, questo è uno scenario, nelle circostanze attuali non sarebbe da escludere neanche una possibile rappresaglia Statunitense nei confronti dell’Iran, che pure senza portare ad una guerra, potrebbe aprire la via a nuovi scenari. In questo modo, pur avendo fornito un quadro generale della situazione e possibili sviluppi, le nuove tensioni nel Golfo rimane un interrogativo ancora aperto sia su chi le abbia provocate che su quali potranno essere le risposte all’incidente, che sicuramente testimonieremo nelle prossime settimane.

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