L’inconsistenza dell’esserci: quando la propria presenza diventa un’illusione

di Vanessa Combattelli

Sono state molte le opere cinematografiche, letterarie e artistiche ad aver affrontato il tema della scomparsa di sé stessi, ma più in particolare il riferimento era sempre legato ad un’interiorità che aveva il bisogno di essere ascoltata, evitando di scontrarsi sempre con le masse confusionarie e deformi.


Tanto è vero, lo diceva anche Nietzsche, un uomo costantemente assorbito dagli interessi degli altri perde il proprio nome: diventa un tutt’uno con le grida e non riesce più a distinguersi, è un diktat dell’omologazione che ci riproduce in serie.
I ritmi sociali odierni seguono una velocità inimmaginabile in passato, colta e prevista però intelligentemente dai futuristi, ma oggi incapace di trovare controllo: il mondo contemporaneo viaggia a battiti sempre più frenetici, esattamente come un secolo prima facevano le opere di Balla, ma proprio come quelle opere oggi si ha difficoltà a riconoscersi nell’immediato.
Non si è altro che un insieme confuso di colori che scompaiono non appena vengono sostituiti da una nuova scena, così si perde se stessi, la facoltà di parlarsi e – quanto possibile, di capirsi.

La cultura popolare giapponese è fortemente caratterizzata dall’elemento dell’interiorità rapportato alla scomparsa di sé, non a caso sono numerosi gli elementi che trattano di rapporti quasi impossibili tra l’io e gli altri, riconducendoli soprattutto ad un problema di psiche umana inghiottita dalla necessità di riconoscersi.
Un famoso anime intitolato «Verso i boschi della luce delle lucciole» concentra il racconto proprio su questa difficoltà: i due principali protagonisti sono divisi da barriere fisiche e temporali che impediscono una regolare relazione tra i due, di natura umana ancor prima che amorosa.
Non possono toccarsi poiché basterebbe un veloce e flebile contatto a far sparire per sempre il Lui della storia, condannandolo all’oblio eterno.
Questo binomio contrapposto alla possibilità materiale di appartenersi è piuttosto frequente nella narrativa giapponese, un occhio più critico saprebbe trarre da una simile impostazione l’espressione fedele dell’uomo contemporaneo e – metaforicamente – la sua difficoltà continua nell’incontrare gli altri e “toccarli” per davvero.
L’impossibilità dei due protagonisti è una parabola interessante che riproduce fedelmente la continua lotta dell’interiorità umana nel sapersi svelare agli altri.


Invece oggi si preferisce di gran lunga rispettare le scadenze sociali prestabilite, rispondere ai doveri lavorativi e concedere pochissimo tempo al pensiero libero: è importante il denaro, l’apparenza, la voglia di realizzarsi e avere una grande carriera – perché solo attraverso questa c’è la possibilità di fare quello che si desidera.
Il mondo contemporaneo ha dimenticato che si può essere felici e vivere serenamente con sé anche inseguendo i propri sogni lavorativi, eppure è convinzione comune che tutto questo sia in realtà impossibile, condannando di fatto gli uomini di questo secolo alla scelta del binomio carriera-felicità.
Ma per quanto si possa andare lontano e produrre grandi capitali, non vi sarà alcuna vittoria se si dimentica di interpellare la propria interiorità: il continuo negarsi agli altri senza più permettere un contatto con chi davvero si desidera – e va ben oltre il voler piacere a tutti, non c’è alcun bisogno di questo, così come non c’è bisogno di attenzioni indesiderate -conduce in realtà alla più terribile delle sconfitte, quella con se stessi.

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