Storia, arte e politica: Charlotte Corday e Madame Roland

Di Manuel Berardinucci

Da sempre l’arte, sotto ogni sua forma, è stata legata agli eventi storici del proprio tempo. Attraverso questa, infatti, si può denunciare, glorificare, semplicemente descrivere, dannare e maledire o ricoprire di aurea celeste e consegnare all’eternità l’atto. Ovviamente, un periodo come quello immediatamente successivo alla turbolenta Rivoluzione Francese, ha confermato in pieno tale tesi. Trattiamo in questo breve scritto di due donne, diverse tra loro, entrambe inizialmente animate da spirito rivoluzionario, salvo poi rendersi conto, dopo aver contribuito allo scatenarsi del sentimento ribellista che, inevitabilmente poi sfociò nella violenza tirannica, di quanto male sia stato commesso in nome della Rivoluzione, pagandone infine loro stesse le tragiche conseguenze. Ripercorrere la storia attraverso l’arte è esercizio affascinante. Iniziamo dunque da uno dei dipinti su tela più celebri di Jacques-Louis David: “La morte di Marat”.Oggi conservato a Bruxelles, presso il Museo reale delle belle arti, fu realizzata nel 1793, in seguito alla morte del rivoluzionario. Jean-Paul Marat era tra i più estremisti e violenti sostenitori della Rivoluzione. David, profondamente amico del defunto e affascinato dai suoi valori, si fece carico, con piacere, del compito assegnatogli dalla Convenzione. Quest’ultima, infatti, chiese all’artista di realizzare un’opera in cui venisse glorificato e consegnato alla storia come martire, uno dei più sanguinari giacobini francesi. Egli infatti nel dipinto sorvola sugli aspetti più scabrosi e macabri che conferirebbero quel realismo che renderebbe meno evidente la volontà glorificatrice. Per lo stesso motivo non presta particolare attenzione ai dettagli del luogo in cui è avvenuto il delitto, poiché tutto ciò che esula da Marat stesso, deve avere significato simbolico ed esclusivamente decorativo. Il pittore immagina la scena immediatamente successiva all’omicidio e rappresenta il rivoluzionario immerso nella vasca da bagno riempita di acqua medicamentosa (il demagogo era affetto da una terribile malattia della pelle). Effettivamente Marat ricevette la sua assassina in quelle condizioni. Charlotte Corday, rivoluzionaria anch’essa, ma inorridita di fronte alle violenze perpetrate dall’ala giacobina, si fece coraggio e nel luglio 1793 arrivò a Parigi per giustiziare “l’amico del popolo”. Scoprì della sua condizione che gli impediva di abbandonare le mura domestiche e, caparbia, decise di farsi ricevere nella sua abitazione. Gli scrisse ben due biglietti, in cui lo supplicava di riceverla per conferire con egli di presunti attacchi alla Rivoluzione. Riuscì nel suo intento e, una volta nella stanza in cui Marat la ricevette, dopo una breve conversazione, gli piantò un pugnale sotto la clavicola destra, il 13 luglio. La donna verrà, ovviamente, poi ghigliottinata, ma come tutti i vinti troverà giustizia nell’arte e nella memoria dei posteri. André Chénier, poeta francese, anch’esso ghigliottinato, le dedicò un’ode che si conclude con questi versi:

“Il pugnale, l’unica speranza della Terra,

è la tua arma sacra, mentre il tuono

lascia che il crimine regni e ti vende alle sue leggi”

Inoltre in un’opera pittorica del 1860,  di Baudry, nel periodo del Secondo Impero, anch’essa raffigurante l’omicidio in questione, Charlotte Corday venne rappresentata come un’eroina che aveva liberato la Francia dal mostro rivoluzionario.

L’altra protagonista di questo articolo ha nobili origini ed è la Viscontessa Marie-Jeanne Roland, nota come “La Musa dei Girondini”, fu una donna di spiccata cultura e forte temperamento. La sua storia è eccezionalmente raccontata in diversi scritti tra cui le “Memoires de Madame Roland” e l’opera di Alphonse de Lamartine, “Histoire des Girondins”. La nobildonna, insieme al consorte, il Visconte Roland, appoggiò inizialmente le cause del Terzo Stato. Da posizioni girondine si batté affinché il Re avesse un equo e giusto processo e inorridì dinnanzi ai massacri di settembre ai danni di veri o presunti sostenitori del monarca. Tali opinioni, successivamente alla presa di potere dei sanculotti, le costarono l’arresto ed infine la condanna a morte in seguito ad un sommario processo. Rifiutò, più volte, di essere liberata attraverso rocambolesche fughe ed evasioni, come le fu proposto dal marito e dall’amante Buzot. L’8 novembre 1793, il giorno dell’esecuzione, salì al patibolo con consapevolezza, serietà e sobria fierezza, come descritto da un testimone dell’evento:   “Nessuna alterazione evidente in lei. I suoi occhi lanciavano lampi vivi, un sorriso pieno di fascino errava sulle sue labbra, tuttavia era seria e non giocava con la morte”. Incedendo con eleganza verso la ghigliottina che l’avrebbe uccisa di lì a poco, pronunciò la celebre frase: “O Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!”

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