Brasillach. L’intellettuale criminale

di Manuel Berardinucci.

Il controverso caso di Robert Brassilach, merita una menzione per la drasticità che lo caratterizzò e il dibattito che fece scaturire. Il giornalista francese, nato a Perpignano nel 1909, dopo essersi distinto come critico letterario e cinematografico, nel 1931 approdò negli uffici del giornale “Je suis partout”, di cui divenne caporedattore nel 1937. “Je suis partout”  era un settimanale fondato da Arthéme Fayard, volto ad occuparsi della politica nazionale ed internazionale, inizialmente trasversale dal punto ideologico, ma che in breve tempo diverrà vicino a posizioni di destra ed estrema destra, esprimendo ammirazione per Benito Mussolini e i vari partiti fascisti che si apprestavano a sorgere in Europa sulla scia di quello italiano. Fu proprio durante la direzione di Brasillach che il periodico assunse posizioni come quelle prima descritte. Egli, dopo nove anni trascorsi occupandosi di attività intellettuali e giornalistiche, nel 1940 venne chiamato alle armi dalla Patria e la rivista sospese le pubblicazioni. Robert Brasillach cadde prigioniero dei tedeschi e fu rinchiuso in un campo di concentramento. Fu proprio nel corso di questa esperienza che egli maturò, con maggiore convinzione, posizioni sempre più prossime al Fascismo italiano e al Nazionalsocialismo tedesco, esprimendo il proprio appoggio alla Repubblica collaborazionista di Vichy ed ammirazione per il Maresciallo Pétain. Riprese le pubblicazioni, Basillach collaborò con “Je suis partout” persino dalla prigionia, inviando lettere ed articoli. Egli si fece portavoce di una intera classe intellettuale che sosteneva la necessità di un partito fascista francese e che si ritrovò unita nella redazione del giornale da lui diretto, il quale nel periodo collaborazionista conobbe una gran fortuna. Per quasi l’intero corso della sua carriera, Robert Brasillach non fece altro che esprimere idee, pensieri, posizioni. Idee che possono essere oggetto di condivisione, valutazione o analisi o ancora di deprecazione, di dissenso, di sdegno o indignazione, ma idee. Egli non collaborò mai militarmente e attivamente col nazionalsocialismo, non ricoprì incarichi pubblici nel corso della Repubblica di Vichy, eppure, ciò non fu sufficiente ad evitargli processo e condanna. Infatti, dopo lo sbarco degli Alleati in Normandia, egli si rifiutò di fuggire e rimase a Parigi, nascosto in uno dei quartieri della capitale francese e si costituì alla Prefettura, per salvare l’anziana madre accusata ingiustamente di collaborazionismo. De Gaulle, alla guida del nuovo governo di Francia, fece di tutto per epurare ogni esponente e sostenitore della Repubblica di Vichy, utilizzando ogni pensabile cavillo normativo. Brasillach fu infatti accusato di “intelligenza col nemico” per via dell’attività delatoria e di sostegno intellettuale da parte di “Je suis partout”. Venne imprigionato e nel corso dell’attesa del processo egli preparò la propria autodifesa in un Memorandum, pur convinto di non aver possibilità di vittoria, e si dedicò alla scrittura di testi poetici, tra i quali una raccolta dedicata ad André Chénier, scrittore francese ghigliottinato durante la Rivoluzione Francese . Il giorno del processo, il 19 gennaio 1945, il giornalista mostrò un’abile capacità oratoria, sostenendo le sue posizioni orgogliosamente e la difesa ingaggiata pose l’accento sul patriottismo di Brasillach e di come egli avesse soltanto seguito le proprie inclinazioni ideologiche, senza eseguire alcun ordine da parte dell’occupante tedesco e di non poter dunque essere accusato di collaborazionismo. La decisione presa dalla giuria fu quella di una condanna a morte, contro cui si schierarono intellettuali e giornalisti, tra i quali persino ex resistenti anti-nazisti, come François Mauriac, Paul Valéry, Albert Camus, accademici e studenti parigini, che firmarono una petizione per implorare la Grazia del Presidente DeGaulle, il quale  si mostrò invece implacabile e non concesse quanto richiesto. Secondo le testimonianze, quando fu pronunciata la sentenza, si levò una voce dal pubblico, che berciò:”E’ una vergogna!”. Con implacabile calma, si voltò Brasillach e rispose: “E’ un onore!”.

Concludo questo, inevitabilmente, controverso scritto, con un quesito per il lettore: si può condannare un intellettuale, avendo come “corpo del reato”, esclusivamente le sue idee e le pagine da egli coperte d’inchiostro?

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