Giurisprudenza – da regina delle facoltà a oggetto misterioso

Qualche spunto per una riforma al passo con i tempi

di Manuel Massimiliano La Placa

Secondo i dati forniti dall’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca), nel periodo compreso tra il 2006 ed il 2018 gli iscritti alla facoltà di Giurisprudenza in tutta Italia sono drasticamente calati, passando dalle 29.000 unità alle attuali 18.000.

Riscontri preoccupanti che traggono origine da molteplici fattori che si annidano tanto all’interno dei vari Dipartimenti universitari, quanto al di fuori degli stessi e fomentano ogni giorno di più proposte tra le più disparate in sede di trasformazione di un percorso universitario che assume man mano le sembianze di un vecchio saggio, da trattare certamente con rispetto ma ormai troppo lontano dalla realtà per poterlo impiegare in una qualche mansione salvo rare eccezioni. Ecco che questo anziano, questo vetusto arnese vivente, finisce per diventare troppo ingombrante, quasi un fardello del quale sarebbe meglio liberarsi in qualche modo.

I primi a capirlo, peraltro, sono gli stessi studenti i quali – come messo nero su bianco impietosamente dai dati statistici – quasi in preda ad una crisi di coscienza da ‘’vorrei ma non posso’’ se ne allontanano progressivamente dubbiosi, perplessi e sicuramente scoraggiati da un mercato del lavoro che li lascia disorientati sul da farsi e sul famoso post lauream.

Infatti, è proprio l’attuale meccanismo degli sbocchi lavorativi il primo scoglio che i neo-diplomati si trovano ad affrontare al momento dell’iscrizione all’Università: può ancora oggi il percorso di Giurisprudenza, per come attualmente concepito e strutturato, fornire ad un neo-laureato i requisiti necessari a trovare in breve tempo un impiego o costruirsi una professione solida e remunerativa?

Il sistema-lavoro odierno, laddove possibile ed al di fuori del classico trio avvocatura-magistratura-notariato (sul quale tornerò a breve), predilige candidati d’area giuridica che abbiano una forma mentis aperta anche in ambito economico, fiscale ed imprenditoriale, che sappiano padroneggiare ad alti livelli gli strumenti informatici in maniera professionale, le lingue straniere in chiave giuridica, oltreché la capacità di redigere consulenze scritte, contratti, testi normativi, bilanci e contabilità, il tutto connesso ad un costante aggiornamento sulle novità normative di settore.

Orbene, è proprio in questi requisiti che l’attuale formazione giuridica universitaria sembra zoppicare, proponendo in larga parte una impostazione dogmatica, basata su un apprendimento mnemonico di manuali e testi poco propensa se non a rinnovarsi, almeno a riequilibrarsi con il mondo pratico e professionale, perciò ancora lontana dalla formazione di giuristi capaci non soltanto di esporre oralmente dei concetti chiave – elemento di rilevanza nevralgica, si badi bene – ma anche di porli correttamente, in maniera pertinente per iscritto e, in seconda battuta, farli confluire negli strumenti informatici oggi fondamentali per poter accedere al mondo del lavoro, comprese le professioni di avvocato – basti pensare all’avvento del Processo Telematico – notaio e magistrato.

Nondimeno, anche la spinta per una formazione a vocazione internazionale dei futuri giuristi in campo linguistico non sempre appare adeguata a ciò che il mercato del lavoro oggi richiede e, talvolta, pretende al fine di poter ambire a determinate posizioni professionali in campo imprenditoriale e bancario.

Dunque una riforma netta del percorso di studi, che possa potenziare ed adeguare le competenze dei propri iscritti appare quantomeno necessaria per poter ridare centralità ad una formazione giuridica che, se messa nelle condizioni idonee, potrebbe sbloccare ancora parecchie porte viste le conoscenze che ne sono oggetto ma che, allo stato attuale, non sembra invece più in grado di competere con le altre ‘’concorrenti’’.

Una nuova veste e una completa rivisitazione – pur salvaguardando le materie fondamentali che sono il fulcro della formazione giuridica – consentirebbero infatti, una buona volta, di superare quel collegamento ormai scontato nel pensiero dell’italiano medio per il quale i neolaureati in Giurisprudenza, a meno di non riuscire a diventare – prima o poi, in un modo o nell’altro – avvocati, notai o magistrati sono sostanzialmente spacciati o inservibili.

Ma non finisce qui, perché se l’ambiente universitario riuscisse a forgiare un programma di studi più focalizzato, volto ad un maggior taglio pratico e linguistico sarebbe in grado di preparare meglio gli studenti anche ad affrontare le tre professioni appena menzionate, per le quali notoriamente gli aspiranti magistrati, avvocati o notai non sono generalmente pronti al momento di intraprendere il proprio praticantato o le scuole di specializzazione propedeutiche agli esami di settore, con la conseguenza che il periodo stesso di tirocinio, tra mille difficoltà, spesso e volentieri non è sufficiente a formare futuri professionisti che siano capaci di tutelare adeguatamente i propri clienti o di entrare a far parte del complesso sistema della giustizia.

Proprio in questo scenario si sente spesso proporre una facoltà di Giurisprudenza a numero chiuso, in modo da drenare almeno per qualche anno nuovi ingressi in settori ormai saturi come l’avvocatura oppure, ancora, in maniera tale da consentire di frequentare le lezioni soltanto ai ‘’bravi’’ – che diverrebbero tali per aver superato un test di ammissione – e quindi ai ‘’meritevoli’’. Visto il già drastico, progressivo e fisiologico calo di iscritti al percorso di studi, non soltanto l’imposizione di un numero chiuso costituirebbe una inutile ridondanza, ma anzi metterebbe la parola fine ad ogni appetibilità e, di conseguenza, a qualsiasi speranza di rinascita sul mercato per una facoltà che rimane di primo piano.

La vera sfida si insinua, più realisticamente, nel riformulare il quinquennio di studi che conduce alla laurea in Giurisprudenza. Un primo triennio finalizzato ad una laurea in scienze giuridiche con alla base una solida preparazione nelle materie cardine evitando inutili aggiunte di materie poco appetibili ai fini professionali, una prima formazione linguistica ed informatica potrebbe non soltanto consentire l’ingresso nel mondo del lavoro di neolaureati già sufficientemente formati, ma dare anche origine, a scelta, finalmente ad un biennio ulteriore di vera e propria specializzazione nel settore di volta in volta selezionato dallo studente secondo le proprie inclinazioni, magari vincolandone l’accesso – in questo caso sì – alla media dei voti registrata nel primo triennio.

Gli ultimi due anni di preparazione, pertanto, anziché trasformarsi in un confuso minestrone di esami a scelta da incastrare l’uno sopra l’altro per evitare di finire fuori corso o per laurearsi con il minore ritardo possibile, costituirebbero una seria occasione di formazione soggettiva, che potrebbe distinguersi in percorsi sostanziali e, soprattutto, pratici legati ad avvocatura, notariato e magistratura – rendendo meno traumatico l’impatto con tirocini e scuole di specializzazione – ovvero a vocazione internazionale, linguistica, imprenditoriale o, ancora, accademica per intraprendere la carriera di ricercatore universitario ed insegnante, diversificando così in modo fruttuoso l’ampio ventaglio delle materie offerte dalla facoltà e valorizzando maggiormente, inoltre, il ruolo dei docenti.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *