È tempo di svegliare i Re nella Montagna

Di Manuel Berardinucci

Antichi castelli, fortezze impenetrabili, eroi ardimentosi, saggi sovrani, corti festanti. Un mondo fatato che appare irreale a noi figli delle moderne liberaldemocrazie. Ma quel mondo esistette, quel mondo forgiò l’Europa, la sua anima più profonda e diede vita a miti e leggende che, a distanza di secoli, sopravvivono allo scorrere dei tempi. Uno dei più interessanti è quello che concerne i Re nelle Montagne. Il mito narra, solitamente, di un Re o di un Imperatore legato indissolubilmente ad un importante vicenda storica e militare della Nazione in questione che, in verità, non sarebbe mai morto. Secondo quanto riportato dalla credenza popolare, dalle favole e fiabe locali, il Monarca riposerebbe nella grotta di una montagna o ai piedi delle radici di un grande albero, in attesa di essere ridestato nel momento di più disperato bisogno da parte del suo popolo. Leggende del genere possono essere individuate in più Nazioni d’Europa e una delle più note, ripresa persino dai Fratelli Grimm nelle “Saghe Germaniche”, è quella sull’Imperatore Federico Barbarossa. Egli dormirebbe, circondato dai suoi più fedeli cavalieri, ai piedi di alcune montagne della Turingia. Nella versione narrata dai Grimm, il Re è seduto, dormiente, ad un tavolo, intorno al quale la sua mitica barba di color rosso ha già effettuato due giri e solo quando sarà compiuto anche il terzo, egli si ridesterà e combatterà una grandiosa battaglia per difendere la propria Patria. In una versione differente, volano da secoli, in cima al suo rifugio, dei corvi o delle aquile. Federico Barbarossa manda periodicamente un fanciullo a lui rimasto leale, fuori dal rifugio, per verificare che i volatili siano sempre lì. Il giorno in cui non dovessero più sovrastare in volo la sua dimora, significherebbe che è giunto il tempo di uscire e compiere il proprio dovere. In alcuni testi è un pastore, casualmente capitato nei pressi del luogo in cui il Re riposa, ad essere interrogato dallo stesso e a riferirgli della scomparsa degli uccelli. Altre leggende di questo tipo sono legate a Carlo Magno, altre ancora a Federico II che riposerebbe in Sicilia e il mitico Re Artù per l’Inghilterra. Protettori eterni ed ancestrali, simboli di una Storia che non muore, ma che sopravvive attraverso le invisibili ma forti catene della Tradizione. Le Nazioni per salvarsi necessitano di principi astorici, fuori dal tempo, presenti nella loro assenza, che le rassicurano, le pongono al riparo dalle intemperie, sempre pronti ad accoglierle nuovamente, dopo tradimenti e viltà. Come il vagabondo erra per il mondo in cerca della libertà, ma si accorge, prima o dopo, di avere nostalgia del focolare, di una casa, di una famiglia, così le Nazioni, inseguono i miti del progresso ma, nel momento di maggiore difficoltà, si rifanno alla propria Anima più profonda, all’identità perduta e alla Tradizione trascurata. Per l’Europa, attaccata e vessata da ogni fronte, da nemici esterni, traditori interni e sradicamento collettivo, è giunto il tempo di svegliare i Re nella Montagna. Artù sembra essersi ridestato dal suo sonno, ma lotta contro forze inaspettatamente subdole e potenti. E gli altri?

LEuropa si è ridotta a portare le sue chiese senza Dio, i suoi palazzi senza re come gioielli scintillanti sul seno sfatto” Pierre Drieu La Rochelle

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