The Hateful Eight, di Quentin Tarantino. Un cinema “tarantiniano” ai massimi livelli

di Gianmaria Busatta.

Un cristo in croce. Una diligenza che arranca nella bufera di neve. La gloriosa colonna sonora del Maestro Ennio Morricone. Probabilmente la sequenza cinematografica introduttiva più artistica degli ultimi anni.

Con il piano sequenza iniziale Tarantino invita fin da subito lo spettatore a mettersi comodo, a contemplare ogni singola inquadratura, ad assaporare la fotografia dei maestosi paesaggi e dei claustrofobici interni, ad essere sedotto dalla potente sceneggiatura per tutte le successive (quasi) tre ore della pellicola.

Sì, non è una metonimiaThe Hateful Eight è stato girato su pellicola Ultra Panavision 70mm, tecnica non più adottata dalla fine degli anni ’60; questa conferisce ampiezza e profondità ai paesaggi, rende i colori più grezzi negli ambienti interni e valorizza la recitazione corale dei personaggi.

Tarantino rinuncia all’abbondante retorica del linguaggio cinematografico delle sue opere precedenti; qui scarnifica il suo cinema, si concede di adottare una singola unità di spazio e di tempo: riunisce otto ceffi (apparentemente buoni, brutti e una cattiva) durante una tormenta in una baita isolata nell’aspro territorio del Wyoming, poco dopo la fine della guerra di secessione.

E all’interno di quest’emporio si sviluppa la vicenda: la vera identità e i rapporti dei personaggi vengono a poco a poco palesati, ogni dettaglio può essere smentito, gli inganni e le intuizioni sono il motore narrativo. Nessuno è lì per caso.

The Hateful Eight è l’ottavo film di Quentin Tarantino, il più politico di tutti. Gli otto personaggi rappresentano una visione critica degli Stati Uniti, ognuno è una sfaccettatura dell’America degli ultimi due secoli: c’è chi prova odio verso chi è nero, verso chi è nordista o sudista, verso lo straniero, verso la donna. I molteplici volti e le iconografie della storia americana si (ri)trovano all’interno della stessa baracca, sotto lo stesso tetto, e Tarantino spinge lo spettatore a parteggiare per uno o più personaggi durante l’evoluzione della trama, ma senza risparmiarsi colpi di scena e ribaltamenti di prospettiva, giocando continuamente sull’asimmetria informativa: qualcuno sa sempre qualcosa in più rispetto all’altro, ciascuno ha qualcosa da mostrare e altro da nascondere; solo le parole sono le prove dei fatti e della propria identità.

Tutti saranno sottoposti alla veemente giustizia di Ezechiele 25,17, perché tutti sono antieroi e condividono diffidenza e odio reciproco, vendetta e cinismo.

Nella sua ultima fatica cinematografica Tarantino fa cinema tarantiniano ai massimi livelli, senza, tuttavia, spaziare in orizzonti alternativi o sperimentare un nuovo linguaggio; qui non c’è il Tarantino sfrontato del film Le Iene o l’impudente di Pulp fiction. In The Hateful Eight Tarantino è (solamente) un abile e scaltro narratore, che sa rapire, sorprendere, divertire e ingannare il pubblico, servendosi di un cast straordinario per dare maggiore spessore ai suoi personaggi, sia con i suoi attori-feticcio (Tim Roth, Kurt Russell, James Parks e Samuel L. Jackson, il migliore fra tutti) sia altri: una magnifica Jennifer Jason Leigh, Demián Bichir, Walton Goggins e Bruce Dern.

Tarantino compie così un atto di cinefilia puro, una massimizzazione del proprio cinema, dove la sceneggiatura è funzionale alla storia e ai personaggi, otto antieroi, che possiamo chiamare anche iene o bastardi.

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