Le guerre del XXI Secolo: strategie europee contro il terrorismo

di Pietro Fidei da Cicuta

“Il terrorismo è nato con le prime forme di aggregazione sociale, evolvendosi parallelamente al processo comunitario, e consiste nell’uso di violenza illegittima finalizzata ad incutere timore ad un gruppo di persone, affinché si arrivi alla destabilizzazione o alla costruzione di un nuovo ordine sociale” (Cicuta: La strategia del terrore).

Esso rimane, oggi, uno dei temi più discussi in materia di politica estera. Gran parte degli Stati nazionali da sempre lo contrasta in maniera ostinata per tutelare la libertà individuale, tentando di distruggere quella paura che ci vorrebbe schiavi di sistemi perversi e punitivi all’interno della democrazia.
Questo fenomeno, altamente pervasivo, ha bisogno di risposte rapide e decisive che non devono semplicemente contrastarlo, ma anche scavare a fondo, così da poter eliminare ogni residuo, per poi avviare delle policy volte al ripristino degli Stati che, ad oggi, vengono considerati iniziatori di forme di violenza e terrorismo.
Il terrorismo di matrice jihadista ha iniziato ad interessare l’Europa in tempi recenti, con l’attacco alla sede di Charlie Hebdo a Parigi, nel 2015. Mentre l’America iniziò la lotta al terrorismo religioso con J.W.Bush, nel 2001, emanando il Patriot act, l’Europa dovette infatti affrontare un terrorismo di matrice politica (ETA-Spagna ed IRA-Irlanda) durante gli anni ’70, ma mai uno di matrice religiosa, ben diverso nei metodi di attacco e, soprattutto, di reclutamento.

Le differenze tra le due situazioni sono ben evidenti sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo: basti pensare che dal 1970 al 2003 gli attacchi furono mirati a sedi rappresentative delle nazioni, mentre dal 2003 al 2014 hanno mostrato una concentrazione casuale. Tale problematica sarebbe dovuta essere affrontata dall’Unione Europea, che ha però perso la sua credibilità in materia di sicurezza estera con la mancata approvazione del piano Pleven e la conseguente mancata ratifica della CED (Comunità Europea di Difesa) nel 1954. L’Europa non ha mai affrontato in maniera seria l’instaurazione di un organo per la difesa comune, neanche dopo il Trattato di Maastricht del 1992, che ha suddiviso le politiche europee in tre pilastri, tra cui quello della Politica estera e sicurezza comune (PESC), passato in secondo piano rispetto agli interessi prettamente economici.

L’approccio europeo per l’abbattimento di questo problema, che ha portato ad una vera e propria crisi del vecchio continente, è di tipo tattico, differentemente da quello americano, di tipo strategico e legato all’elaborazione di iniziative di lungo periodo. L’Europa dispone di due think tank, organismi di analisi delle politiche pubbliche, Tactics e Impact Europe, che si occupano di sicurezza, i quali, promossi dalla Commissione Europea, spesso non hanno saputo interpretare al meglio alcune problematiche, sottovalutando potenziali terroristi che si sono rivelati enormi spine nel fianco dei governi europei. Tra questi, in particolar modo quelli legati al terrorismo islamico ci hanno sorpresi con forme nuove di violenza.

È accertato che un’efficace azione di contrasto al terrorismo internazionale si compia grazie ad una serie di predisposizioni di natura legislativa, tecnica ed operativa, da tempo presenti in paesi come l’Italia, da sempre in lotta contro la criminalità organizzata, dove l’azione anticrimine ha una propria avanzata struttura di interforze che ha sventato dal 2014 ad oggi più di cento attentati e che è stata in parte ridefinita con la riforma legislativa del 2007, la quale ha precisamente delineato il ruolo dei nostri servizi segreti e non solo. Oggi, le loro forze sono nettamente separate da quelle della polizia: infatti, solo con la separazione e la stabilizzazione dei ruoli si può arrivare ad una vera e propria struttura funzionale e indipendente. Le forze di polizia, in Italia, hanno già dovuto affrontare una serie di importanti fenomeni di criminalità organizzata, oltre al terrorismo di matrice politica, agli inizi degli anni ‘70.

I nostri reparti di Pubblica Sicurezza si sono così dotati di procedure tecniche investigative altamente consolidate, oltre che di una forte articolazione sul territorio, portando all’instaurazione di organi appositi: in materia di antiterrorismo, le indagini spettano ai reparti speciali (NOCS), i quali, grazie ad una fase preventiva ed una repressiva, con una capacità di risposta immediata e tempestiva riescono a veicolare con ottimo successo le operazioni intraprese fino ad ora. Ai servizi segreti spettano, invece, tutti i compiti di natura strategico-comparativa, grazie all’uso di modelli preventivi di riferimento che rendono possibile acquisire elementi conoscitivi utilizzati per limitare o neutralizzare le possibilità del nemico. Sono, inoltre, fondamentali anche i modelli decisionali associati a quelli operativi, i quali permettono di costruire una matrice dei rischi strategici per la sicurezza nazionale, che ha un compito prioritario nella repressione del fenomeno.

Per l’acquisizione dei dati necessari a fare ciò e per la loro elaborazione, l’intelligence si serve sempre di più delle nuove tecnologie, fondamentali in questa epoca in cui si parla tanto spesso di guerra cibernetica – o cyberwarfare – , l’insieme delle attività di preparazione e conduzione di operazioni di contrasto nello spazio cibernetico, il quinto dominio dopo terra, mare, cielo e spazio.

Sviluppatasi solo successivamente al secondo dopoguerra, essa ha portato alla formazione di tecnici informatici specializzati in attività di controllo automatico e uso delle telecomunicazioni. È evidente la crescente importanza del cyberspazio, del quale gli USA detengono il primato, nella decodificazione di file protetti, ad esempio, che può risultare determinante per sferrare o impedire un attacco, utilizzando delle armi tattiche diverse durante le operazioni ad alto rischio, delle armi in parte ignote, per via delle quali difficilmente si individuano i responsabili di un crimine. Per questo, le battaglie in tale campo sono di norma portate avanti dai servizi segreti, che in qualsiasi momento possono danneggiare i punti vitali di un sistema cambiando le sorti nazionali, continentali, mondiali. Mondiali: si tratta, infatti, di un fenomeno che riguarda tutti, indiscriminatamente, e che desta grande preoccupazione: secondo i dati raccolti dal Parlamento Europeo, il 77% dei cittadini UE non si sentono sicuri di fronte alle minacce del terrorismo, e vorrebbero che si facesse di più per contrastarlo. Ma affinché la lotta al terrorismo sia in massimo grado efficiente, è necessaria una magistratura specializzata e suddivisa in direzioni distrettuali che formino una struttura operativa volta al mantenimento di un reale controllo e di una resistenza efficace e basata su tre pilastri fondamentali: prevenzione, conoscenza e repressione. Su questi elementi l’Unione Europea dovrebbe organizzarsi, mettendo da parte le singole forze degli Stati nazionali e creando un’organizzazione non intergovernativa, ma sovranazionale. Per quanto riguarda la prevenzione del fenomeno, tenendo a mente che la maggior parte degli attentati in Europa è stata commessa da cittadini europei radicalizzatisi, si comprende l’importanza delle tecniche di de-radicalizzazione e della conoscenza di tutte le potenziali minacce.

I programmi più avanzati di de-radicalizzazione nei paesi occidentali si stanno attuando in Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Svezia, Norvegia, Canada e Germania e prevedono, per lo più, il recupero di ex radicalisti islamici e il contrasto, attraverso il web, della propaganda e dei viaggi dei combattenti volontari. A proposito di questo, l’Unione Europea prevede, a partire dal 2021, la creazione di un Sistema UE di informazione e autorizzazione ai viaggi per il controllo dei viaggiatori stranieri. In Italia, differentemente, la problematica del terrorismo religioso ha un’urgenza relativa e proprio per questo il processo di avvicinamento alla de-radicalizzazione si sta rivelando piuttosto lento, seppure in Parlamento siano state presentate delle proposte di prevenzione, come la creazione di un Centro Nazionale sulla Radicalizzazione. La conoscenza effettiva, invece, deve essere dettata dalla formazione di un database che dia informazioni precise sui foreign fighters, sulla base di ciò che avviene con il passenger name record (PNR), la raccolta dei dati personali forniti dai passeggeri – nomi, itinerari, metodi di pagamento –, conservati dalle compagnie aeree, utilizzati per prevenire, individuare, svolgere indagini e forniti alle nazioni.

La condivisione delle informazioni è fondamentale, soprattutto se si tiene conto che criminali e terroristi utilizzano diverse identità per eludere i controlli alle frontiere. Conoscere significa anche sviluppare modelli decisionali che ne sfruttino altri statistici, come ad esempio quelli EDA e dei data sets, diventando così il punto focale dell’attività dell’intelligence, che si occuperà di priorità operative, anche se spesso il problema dell’uso indiscriminato delle nuove tecnologie porta ad un eccesso d’informazione che, come sostiene l’Europol, rischia di ‘’far rumore che nasconde il suono’’, non solo impedendo di individuare i dati necessari a una risposta immediata al problema, ma anche influenzandoli negativamente. L’ultimo pilastro è quello della mitigazione e della repressione, che consiste in primis nell’analizzare le finalità dei combattenti affinché ci sia un controllo delle operazioni volte alla limitazione degli attacchi.

Questo significa che bisogna valutare le azioni terroristiche mediante un’analisi costi-benefici, poiché i protagonisti del terrorismo operano come agenti razionali massimizzando i guadagni e cercando di minimizzare i costi. Questa prospettiva dovrebbe essere inserita all’interno di modelli decisionali e strategici i quali possano valutare in materia tempestiva i potenziali attacchi. C’è bisogno di comportamenti non prevedibili, ma proattivi da parte delle forze di difesa e, perché no, anche da parte dei cittadini comuni.


CONCLUSIONI


Tali osservazioni fanno ben capire che la minaccia terroristica non è riconducibile ad un’entità statale definitiva e questa problematica territoriale causa non pochi ostacoli alle forze di contrasto, che non riescono ad individuare un nemico con confini ben definiti. Infatti, non solo vanno combattuti i guerriglieri, utilizzando dei metodi decisionali proattivi volti all’abbattimento del fenomeno, ma è fondamentale sconfiggere, politicamente e ideologicamente, tutti gli Stati che finanziano il terrorismo, come l’Arabia Saudita e il Qatar – focolaio di crisi che ha finanziato indirettamente le espressioni di terrorismo jihadista – , soprattutto nelle zone di massima diffusione della religione musulmana. Quest’ultima, associata al pensiero wahhabita per quanto riguarda l’aspetto dell’integralismo islamico salafita, getta le basi ideologiche per il terrorismo di matrice islamista: ricordiamo che sulle linee di pensiero del wahhabismo arabo si sono formati personaggi come Osama bin Laden. Tuttavia, l’interesse italiano dovrebbe ruotare maggiormente attorno all’area rappresentata dai Paesi MENA dell’Africa centro-settentrionale, nella quale si trova più del 6% della popolazione mondiale, dato che, dopo la caduta del Muro di Berlino e la conseguente dissoluzione dell’URSS, la scena della politica estera si è interamente spostata in mano americana, escludendo il nostro Paese dalle geo-strategie e dalle relazioni storiche che ha sempre intrattenuto con i Paesi del Nord Africa. L’Italia deve prendere un’iniziativa politica nelle sue aree di interesse: è necessario che ritrovi quella centralità di difesa strategica iniziando a collaborare, grazie a patti multilaterali, sempre nel rispetto degli accordi internazionali sottoscritti, con tutti quei governi accusati di non saper badare alla sicurezza della propria nazione e di lasciare campo libero a tutte le fazioni ribelli che addestrano guerrieri per uccidere nel nome di Allah. L’Europa, allo stesso tempo, non deve tirarsi indietro nell’investire in nuove tecnologie, nell’aumentare le risorse umane impegnate nelle attività di contrasto e, soprattutto, deve fare in modo che ogni Stato dia il proprio contributo in politiche di difesa volte al consolidamento di un ordine indispensabile al mantenimento della libertà individuale. Ricordiamo che il terrorismo opera su scala globale: questo rende opportuna una maggiore collaborazione tra gli Stati, dettata innanzitutto dal rafforzamento della cooperazione giudiziaria ed investigativa, da controlli più scrupolosi alle frontiere, che tengano traccia degli spostamenti dei cittadini non europei all’interno dell’area Schengen, dalla lotta alla criminalità organizzata, dal taglio ai finanziamenti del terrorismo tramite direttive antiriciclaggio che rendano più trasparenti gli utilizzi di valute virtuali e carte prepagate anonime, dall’impedire ai civili l’accesso alle armi più pericolose. Misure in parte prese grazie alla nuova legislazione europea sul terrorismo, che ha criminalizzato ogni azione, addestramento o spostamento volto a scopi terroristici e prevede una sinergia tra i controlli alle frontiere – entro il 2021 si dovrebbe raggiungere un corpo di diecimila unità per proteggere i 13.000 km di confini terrestri e i 66.000 km marini – e una specifica legislazione che regoli l’aspetto normativo di espulsioni e rimpatri. Tuttavia, oltre agli aspetti più strettamente politici, è necessaria una riforma ideologica e culturale, che favorisca una più intima integrazione tra culture differenti e ponga motivo di cessare ad ogni rancore, ad ogni odio.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *