Il sacrificio di un eroe, la strage di Via d’Amelio.

di Luca Palmegiani

Il 19 Luglio di ogni anno l’Italia intera si ferma, anche solo per un minuto, a ricordare la scomparsa di uno dei suoi più grandi eroi.


È il 19 Luglio 1992, quando una Fiat 126 con 100 kg di tritolò esplode in via D’Amelio a Palermo , muore il giudice Paolo Borsellino, la sua scorta e con loro tutta una parte d’Italia che aveva trovato in pochi uomini d’onore la speranza di un paese nuovo, di un paese che finalmente potesse rialzare la testa dopo tanti anni avvolti da oscurità e intrighi. 
Quello che da 27 anni a questa parte fa sicuramente male è che ancora non sia emersa la verità, che ancora oggi rimangano numerosi dubbi, perplessità e domande irrisolte.
Il giudice Borsellino, dopo la morte dell’amico Falcone, sapeva che presto sarebbe toccato a lui. Pochi giorni prima di essere ucciso, in una intervista televisiva rilasciata a Lamberto Sposini, Borsellino aveva parlato della sua condizione di “condannato a morte“.  A qualcuno arrivò persino a dire:“Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”.
Ma precisamente, cosa si sarebbe dovuto sbrigare a fare il giudice Paolo Borsellino ? Per scoprirlo basta guardare alle testimonianze raccolte nei vari processi fatti alla così detta “trattativa Stato-Mafia” e che hanno raccontato cosa successe nelle settimane immediatamente precedenti alla strage. Emerse infatti che Falcone, durante l’incontro con il colonello Mori e varie entità governative di quel tempo, fece comprendere d’essere a conoscenza degli accordi, intrighi e trattative fatte da alcune parti deviate dello Stato con i vertici di Cosa Nostra.
Ovviamente tutto ciò girava intorno a vari esponenti politici siciliani, alcuni componenti del governo e membri dell’arma dei carabinieri.
Un uomo rimasto quindi solo dopo la scomparsa del collega a Capaci, con le ore contate che però cercò fino all’ultimo di far emergere la verità, solo contro tutti. Salvatore Riina, conscio del pericolo rappresentato dal magistrato, fece sospendere la preparazione dell’attentato contro l’onorevole Calogero Mannino ed insistette particolarmente per accelerare l’uccisione di Borsellino ed eseguirla con modalità eclatanti.

Il giudice era a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per essere utilizzati contro di lui; aveva chiesto alla Questura, già venti giorni prima dell’attentato, di disporre la rimozione dei veicoli nella zona antistante l’abitazione della madre. Ma la domanda era rimasta inevasa. 
L’ultimo baluardo della giustizia venne quindi eliminato con il tacito consenso di tutto un sistema che poco dopo sarebbe collassato insieme alla caduta della prima repubblica ( o almeno in parte, dato che lo stesso Silvio Berlusconi, il volto nuovo da cui ripartì la politica italiana negli anni successivi, venne iscritto nel registro degli indagati poiché molto vicino a Marcello Dell’Utri, uomo chiave nella trattativa tra la politica italiana e Cosa Nostra).
Dopo la strage lo sconforto fu generale, l’Italia intera per un attimo credette di dover sottostare alle regole dettate da Cosa Nostra e di dover ancora per molto tener china la testa senza poter in alcun modo trovare conforto e sicurezza nelle istituzioni.


Invece, fu proprio dalle ceneri di Capaci e Via D’Amelio che invece una parte del paese seppe reagire e trovare la forza per combattere sempre più veementemente l’alleanza Stato-Mafia. Grazie al lavoro di magistrati e giudici, meno noti dei loro colleghi ma altrettanto determinati e professionali, il sistema fu in parte scardinato e alcuni dei responsabili della strage di Via D’Amelio vennero assicurati alla giustizia e soprattutto si ebbe l’introduzione del tanto richiesto “regime di carcere duro” ( Articolo 41-Bis ).
La sentenza emessa dopo anni e anni di indagini ha portato alla condanna ( nell’abito del processo Stato-mafia ) di boss, ex alti ufficiali del Ros, come Mario Mori, e politici come Marcello Dell’Utri uniti a tre poliziotti che sono tutt’ora a processo con l’accusa di essere i tasselli di una complessa strategia di depistaggio delle indagini.
Il mandante di questo attentato è stato individuato nella persona dell’ultimo grande boss corleonense rimasto in stato di latitanza, Matteo Messina Denaro. 
Rimangono ancora oggi però molti interrogativi, come l’incredibile sparizione ( documentata con foto dei giornalisti accorsi subito dopo la strage ) dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, in cui venivano annotate quotidianamente le sue intuizioni e riflessioni del giudice e che avrebbe contribuito nel proseguimento del suo lavoro. Nessuno riuscì a capire che fine fece.


Risulta davvero difficile spiegare ( soprattutto ai giovani ) come sia stato possibile che uno stato abbia partecipato all’eliminazione di due eroi come Falcone e Borsellino, come sia stato possibile che non si sia fatto nulla all’inizio per assicurare i responsabili alla giustizia, come è stato possibile abbassare la testa alle richieste della mafia, come non siano state ascoltate le richieste di aiuto e supporto del giudice Borsellino.
Una cosa è certa, spetta a tutti quanti ogni anno far in modo che tutto ciò non rimanga una semplice pagina di giornale o un semplice articolo web presente sui vari siti d’informazione.
L’eredità lasciata dalle vittime della Mafia deve essere quotidianamente presente, compresa, rispettata e tramandata affinchè il sacrificio di tutti questi eroi non sia stato vano.
Falcone, Borsellino e tanti come loro sono morti, ma le loro idee continuano a camminare con le nostre gambe.
Onore agli eroi della Repubblica. Onore all’Italia che ha scelto di alzare la testa e di non arrendersi. Mai.

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