Quando l’uomo approdò sul Mito

Di Manuel Berardinucci

Il 20 luglio 1969, alle 20:17, Neil Armstrong mise piede sulla Luna. Fu seguito dal collega Aldrin, mentre il terzo astronauta, Collins, rimase in orbita lunare. Fu la prima volta nella storia dell’umanità. Gli Stati Uniti d’America ebbero l’onore di essere stati i primi a poggiar piede sul satellite e a piantarvi la bandiera della propria Nazione. La Luna, fino ad allora terra misteriosa, migliore amica degli innamorati e dei romantici, unica fonte visibile di magia sulla terra, sorella dei lupi e abitante della mitologia, accolse nel suo seno la realtà. L’uomo, con tutto ciò che egli rappresenta, approdò sul mito. E quella notte non fu la Luna ad essere umanizzata, ma l’uomo ad elevarsi, per un momento, oltre ciò che è, unendo il Sogno e la Scienza. Che cos’era la luna? Che cos’è? Molte cose, a seconda delle epoche, delle culture, dei modi di pensare e di vivere. Musa di artisti, scrittori e cantanti. Frequenti le allusioni ad essa come meta d’avanguardia, guardiana di notti d’amore e fonte più alta di desiderio, tanto che l’espressione “volere la Luna” è entrata nel gergo comune per indicare una pretenziosità particolarmente elevata. I contadini per secoli furono convinti, e con loro i pescatori, che la fortuna delle loro attività dipendesse anche e soprattutto dalle fasi cicliche di quel disco luminoso. Diverse divinità furono associate alla Luna, una su tutte la dea greca Artemide, andando poi spesso a creare il dualismo Sole/Luna. Non a caso Artemide era considerata sorella gemella di Apollo, Dio del Sole. In altre culture la divinità associata alla Luna è maschile, come Nanna nella mitologia babilonese, protettore del ciclo lunare, o Thot, dio venerato dagli antichi Egizi. Vi furono e vi sono gli Esbat, celebrazioni festanti sulle orme delle fasi della Luna o la leggenda del Lupo mannaro, condannato, dalla nascita o da una maledizione, a trasformarsi in bestia ad ogni plenilunio.

Trasferendoci dal divino al letterario, sicuramente balzerà nella memoria di tutti i lettori e conoscitori dell’ ”Orlando furioso”, Astolfo, che sulla luna recupera tutto ciò che era perduto in terra, incluso il buon senso di Orlando. Si potrebbe citare il maestro Tolkien, che nel magico mondo di Arda, immagina una Luna del tutto simile alla nostra, ma più antica del Sole e ad essa associa la memoria e l’onore della prima popolazione, quella degli Elfi. Troviamo la luna nei pittori romantici, nei cantanti contemporanei, nelle religioni, nelle opere degli scrittori e voglio invitare a riflettere sul fatto che vi abbiamo messo piede senza scalfire, minimamente l’immaginario che di essa si ha, ma accrescendolo se possibile. A dimostrazione che il destino dell’uomo non è distruggere il Mito, la Storia, lo Spirito, ma convivervi e trovare la propria grandezza in coerenza con essi, come seppe fare quel 20 luglio 1969. L’uomo non è grande se piega la natura, lo Spirito, l’ambiente, la Tradizione, la Società e persino la biologia, ai propri sogni, desideri e talvolta capricci. In questo modo, nell’illusione di autodeterminarsi, si distrugge, perché perde ciò che è, in funzione di ciò che vorrebbe essere o fare. Un errore fatale che gli sta costando un pianeta che si ribella, un identità sempre più latente, una visione ideale imbarazzata e nascosta. E’ grandioso distruggere boschi e foreste, inquinare mari e fiumi, in nome dello sviluppo? E’ grandioso fare dell’ingegneria antropologica per sottomettere il creato ai propri impulsi? E’ grandioso rinunciare alla propria Storia in nome di un futuro svuotato dai retaggi del passato e, per forza di cose, privo di visioni per il futuro? No. E’ grandioso sbarcare, con riverenza, su di un satellite, senza causare danni fisici e culturali.

Auguri per il cinquantenario di quello che fu  “ un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità”. Lunga vita alla Luna e ai sogni.

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