Luciano De Crescenzo, l’innamorato di Socrate che ideò la Filosofia-Pop.

di Pasquale Ferraro

Luciano De Crescenzo ha rappresentato e continuerà a rappresentare – anche ora, a seguito della sua scomparsa – la testimonianza sul significato di avere un’autentica vocazione filosofica. In un’epoca come la nostra in cui la filosofia è rinchiusa nelle aule e nei simposi, ovunque marginalizzata e ghettizzata dal pensiero tecnico-scientifico, De Crescenzo è stato il “socratico”: infatti, sincero interprete del suo maestro, ha cercato di diffondere attraverso le sue opere, non solo letterarie, ma anche televisive e teatrali, la bellezza del pensiero filosofico. Le pagine del suo Socrate, o di Socrate e Compagnia bella, rimarranno pagine indelebili e straordinarie. Inoltre, nella sua Storia della Filosofia, la conoscenza della storia del pensiero occidentale, si è coniugata perfettamente con quell’ironia partenopea donando al racconto una musicalità unica e sublime.


Non era un filosofo di professione, né un accademico, ma un divulgatore, un “innamorato di Socrate”, che socraticamente invitava le persone ad interrogarsi e ad avvicinarsi non solo alla bellezza della filosofia, ma anche a quella del mondo antico con i suoi miti e le sue Tragedie, da cui molto spunto trasse la filosofia antica.
Raccontare le scappatelle di Zeus, l’ira di Era, le marachellate di Marte e Afrodite, le faide fra Apollo e Ade, con il suo stile partenopeo rendono al grande pubblico la bellezza di un mondo difficile da comprendere con gli occhi di oggi, ma nel quale ci si può immergere, provando anche uno spontaneo senso di nostalgia: vorremmo anche noi, difatti, essere a spasso con Socrate ad Atene, o appollaiati dietro una quercia ad osservare le dee e le ninfe immergersi nelle acque; vorremmo esserci noi, insieme agli eroi omerici dinanzi o sulle mura di Ilio.
Luciano De Crescenzo è stato un campione nel riuscire a trasmettere con ironia il pathos, la bellezza e la durezza di un mondo come quello antico, che non ha nulla da invidiare alle vette dell’epoca moderna.
Raccontare i miti, ascoltarli o leggerli semplicemente, vuol dire interrogarsi, aprirsi a delle inevitabili riflessioni, di cui l’uomo contemporaneo ha necessità e bisogno.
De Crescenzo è stato in grado di rinunciare a tutto, per dedicarsi alla sua vocazione filosofica, alla sua passione per la conoscenza, per il sapere, che solo “Chi sa di non sapere” può possedere.

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