L’Ora di Bengasi

di Leonardo Rivalenti

Nelle ultime settimane, sia il ritrovamento di missili Francesi (secondo Parigi non funzionanti), nelle mani dei ribelli Libici di Khalifa Haftar, sia il sostegno sempre più presente degli Emirati Arabi Uniti a Bengasi, hanno dimostrato sempre più quanto da noi sostenuto in precedenza: che in nella nostra Quarta Sponda è in atto una vera e propria competizione tra potenze straniere per il dominio su di essa. Competizione che riguarda anche l’Italia molto da vicino. Se l’Italia è quindi un attore importante nel conflitto, quale principale sostenitore del legittimo governo del Presidente Fayez Al-Sarraj, il suo coinvolgimento deve essere maggiore, se vuole poter vincere sull’eterogenea coalizione formatasi contro al suo alleato.

Gli interessi dell’Italia nella sua Quarta Sponda variano dall’ambito economico fino a quello strategico e militare. In primo luogo, sul piano economico la Libia è il quarto esportatore di petrolio verso l’Italia, con 4.6 miliardi di metri cubi di petrolio all’anno, essendo inoltre il petrolio libico di eccellente qualità. Si tratta quindi di una nazione ricca di petrolio, localizzata solo a poche miglia marittime dalle nostre coste e sulla quale l’Italia, vuoi per imperativi geopolitici, questioni di sicurezza e storia, esercita naturalmente una forte influenza e vede i suoi destini legati ad essa.
Solo per questa ragione, il nostro paese che sul piano degli idrocarburi dipende quasi completamente dalle importazioni, avrebbe già un ovvio interesse nell’assicurare che a Tripoli sieda un governo filo-Italiano e che la maggior parte della produzione petrolifera del paese si trovi sotto il controllo dell’ENI, quindi dell’Italia.


Sul piano della sicurezza e della geostrategia Italiana, la Libia assume un’ulteriore rilevanza.
Ribadendo il concetto già espresso e in uso già durante il Ventennio, la Libia rappresenta infatti la Quarta Sponda d’Italia.
In primo luogo perché come dimostra l’attuale crisi migratoria, è proprio nelle coste libiche che si determina se le nostre frontiere meridionali, quindi marittime ed insulari, saranno violate o no. Vale a dire che la vera frontiera dell’Italia si trova nell’entroterra Libico e questa era una regola valida tanto nel 1943, quando al crollo dell’Africa Italiana seguì la rapida invasione della Sicilia, quanto nel 2019, quando l’anarchia nell’ex-colonia permette una massiva immigrazione clandestina verso il nostro paese. Allo stesso modo, se in Libia vi si dovesse stabilire un governo ostile all’Italia e allineato con una qualche potenza anch’essa in contrasto con l’Italia, questa guadagnerebbe una posizione altamente strategica dalla quale tenere in scacco il nostro paese, sia economicamente, che militarmente, che tramite tattiche di guerra ibrida, quali la pressione demografica.
D’altro canto, se l’Italia riuscisse invece ad imporre la propria influenza sul territorio Libica guadagnerebbe in primo luogo il controllo del Mediterraneo centrale, importante area di transito marittimo.

In secondo luogo, in questo modo l’Italia passerebbe ad avere pieno controllo del suo confine meridionale, potendo più facilmente gestire e fermare la pressione demografica proveniente da Sud. Inoltre una Libia filo-Italiana e possibilmente ospitante una presenza anche moderata delle
nostre forze di sicurezza gioverebbe alla nostra proiezione in Africa, che a quel punto potrebbe più facilmente allargarsi nel Continente Nero. Una simile evoluzione porterebbe l’Italia a diventare a sua
volta uno dei principali attori della politica Africana, cosa che potrebbe venire sfruttata anche dagli USA, i quali, nonostante l’esistenza dell’AFRICOM, mantengono una presenza molto limitata nella
regione.


Ciò tuttavia, richiede all’Italia l’abbandono del maldestro finto neutralismo tenuto fino ad ora e l’adozione di una politica interventista. Roma deve mettere in chiaro una volta per tutte che sostiene il governo legittimo della Libia, con sede a Tripoli e che qualsiasi dialogo con l’altra parte sarà fatto
partendo dal presupposto che si tratti di una fazione ribelle. Mantenere la linea attuale invece significa non essere un alleato sufficientemente affidabile per Tripoli, che sicuramente preferirà Ankara o forse
anche Teheran, alienandosi così qualsiasi possibile sostegno Americano e con ciò minando ulteriormente la nostra capacità di agire, ed essere un interlocutore secondario per Bengasi, già saldamente appoggiata da Parigi e dalle monarchie del Golfo. In breve, equivarrebbe a condannarsi a
giocare un ruolo secondario in una regione prioritaria per gli interessi nazionali.


Una politica interventista in Libia, implicherebbe che, oltre al sostegno diplomatico già in atto, Roma dovrebbe passare ad incrementare anche il suo sostegno militare. Attualmente, almeno nella misura in cui è di dominio pubblico, il sostegno militare italiano alla Libia è limitato all’assistenza ai feriti, alla manutenzione di un cacciatorpediniere e di alcune truppe di terra a Tripoli e all’addestramento degli ufficiali delle forze governative – che si spera non sia limitato ai corsi di “gender” del Ministro Trenta. Tuttavia, quando si parla di un maggiore coinvolgimento, si parla necessariamente di un coinvolgimento diretto, che dovrebbe comprendere la protezione di obiettivi strategici (come potrebbero essere le installazioni ENI), maggiore assistenza alle forze governative (ad esempio mediante l’invio di consiglieri militari), raid aerei ed altre eventuali misure che potrebbero servire a sostenere in maniera sostanziale le forze alleate dell’Italia.
Sul piano giuridico internazionale, vi sono due modi mediante i quali una nazione può intervenire militarmente entro i confini di un’altra: con un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, oppure su richiesta del governo della nazione in questione. Si potrebbe ancora cercare di costruire un argomento sulla base della pre-emptive defence, sostenendo che la situazione di guerra civile in Libia minaccia la sicurezza nazionale Italiana, ma si rischierebbe di entrare in un dominiomolto meno sicuro.


Sempre restando nell’ambito giuridico, un’ulteriore obiezione che si potrebbe fare sarebbe quella basata sull’Articolo 6 della Costituzione, che sancisce chiaramente il ripudio dell’Italia verso la guerra. Tale argomento è sempre un importante appiglio per quella purtroppo ampia lobby pacifista
che in Italia si oppone sempre a qualsiasi difesa dell’interesse nazionale. Peccato per loro che un nostro intervento in Libia non costituirebbe una violazione del detto articolo. Sarebbe invece un intervento militare concordato con il legittimo Governo Libico – e si spera sostenuta dai nostri alleati transatlantici – per porre fine ad una rivolta armata fomentata da potenze straniere e stabilizzare una nazione dilaniata da ormai otto anni da una guerra civile.

Non vi sarebbe quindi alcuna violazione
della nostra Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra quale strumento di oppressione o di risoluzione di contese internazionali, entrambe le circostanze non applicabili al caso della Libia, dove
è in atto una guerra civile.
Superato questo cavillo resterebbe da definire il tipo di intervento militare da portare a capo.
Certo, il rifornimento di armi e altri beni necessari allo Stato Libico per continuare il conflitto, insieme ad altre forme di assistenza, metterebbero il nostro paese nelle stesse condizioni di Turchia e
Qatar, che sono al momento i principali provveditori per Tripoli di questa parte. Tuttavia, se si optasse per un coinvolgimento più diretto delle nostre forze sarebbe necessario considerare anche tutti i limiti
delle nostre forze.

Un blocco navale su Bengasi o il provvedimento di supporto aereo a Tripoli
sicuramente sarebbero soluzioni più economiche ed auspicabili, una volta che non vedrebbero truppe coinvolte in operazioni di terra e che comunque porterebbero un aiuto sostanziale alle forze filo-Italiane. Rimarrebbe comunque impossibile a quel punto non inviare truppe di terra, come detto in precedenza, a proteggere almeno alcuni obiettivi strategici. Rimarrebbe eccessivamente rischioso e difficilmente proponibile anche un coinvolgimento Italiano in operazioni d’attacco, che sicuramente
richiederebbero allo Stato un sacrificio superiore a quanto non possa fare nelle condizioni attuali e che rischierebbe di impelagare l’Italia in un conflitto in teatri di guerriglia urbana e nel deserto, con
conseguenze potenzialmente disastrose.
Prima di proseguire, essendosi menzionato il supporto aereo, occorre stabilire anche la differenza tra supporto aereo e lo stabilimento di una no-fly zone, come si era fatto nel 2011 con
Gheddafi.
Nel secondo caso si tratterebbe infatti di interdire il transito aereo – civile e militare – nello spazio aereo libico. Questa soluzione sarebbe tuttavia insufficiente a sostenere sostanzialmente le
forze di Serraj, una volta che anche se impedito di colpire con le forze aeree, Haftar rimarrebbe avvantaggiato, dal momento in cui le sue forze di terra si trovano alle porte di Tripoli, anche se sarebbe sicuramente una soluzione preferibile all’attuale totale assenza di sostegno militare.
Vi è infine un ultimo rischio da tenere in considerazione per l’eventualità di un simile cambio di linea del nostro paese in Libia: quello delle rappresaglie di Bengasi contro gli stabilimenti dell’ENI. Si tratta di un rischio non indifferente, che genererebbe difficoltà ingenti non soltanto per
l’ENI che dovrebbe fare fronte a perdite economiche notevoli, ma anche all’Italia stessa, che come si era detto in precedenza, importa 4.6 miliardi di metri cubi di petrolio proprio dalla Libia, che è per
questo il 4° importatore verso il nostro paese.

In primis, bisogna qui ribadire quanto affermato in precedenza: vale a dire l’importanza di proteggere le strutture strategiche italiane nell’ex-colonia. Si tratta, come è già stato detto, di qualcosa di fondamentale se si vuole avere una maggiore presenza in Libia e già qualcosa che di per sé aumenterebbe la voce in capitolo di Roma nel Paese.
Quindi occorre anche comparare i benefici e i rischi di una politica interventista nel breve e nel lungo termine. Sicuramente, osservando il detto rischio nel breve termine verrebbe immediatamente da sostenere che sia preferibile non rischiare e mantenere lo status quo. Tuttavia nel
lungo termine tale status quo vedrebbe un’Italia indebolita nel suo immediato vicinato e ciò potrebbe portare a conseguenze ben peggiori. D’altra parte correre un rischio maggiore nell’immediato, ma
condurre una bene organizzata operazione che porti a risultati concreti significherebbe che nel lungo termine l’Italia, potendo contare con una Libia leale a Roma, ne trarrebbe benefici sia di natura economica, che politica e geostrategica, come precedentemente menzionato.
La Quarta Sponda d’Italia chiama Roma. Roma deve rispondere. Deve rispondere non solamente per la responsabilità storica che essa ha verso la Libia, ma anche e sopratutto perché nell’altra sponda del Mediterraneo c’è in ballo la sua stessa sicurezza e sovranità. All’Italia, per poter
giocare un ruolo determinante nel Mediterraneo, ruolo che le spetta per missione storica e imperativi geopolitici, serve Tripoli e i ribelli di Bengasi, con la loro pericolosa sfida a Tripoli, mettono quindi in
rischio questo stesso ruolo che spetta all’Italia.

Per questo motivo, possiamo dire che sia giunta l’ora di Bengasi. Roma non può tenere gli occhi chiusi ancora per molto. Per concludere, vale riportare una strofa della Canzone d’Oltremare, una delle poesie con le quali nel 1912, il Vate Gabriele d’Annunzio salutava la nostra vittoria in Libia:
“Italia, alla riscossa, alla riscossa!
Ricanta la canzone d’oltremare
come tu sai, con tutta la tua possa”

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