IL DESTINO DEGLI UOMINI (L. Tiberi): gli eroi di cui un paese ha bisogno

di Gaspare Battistuzzo Cremonini

Il tempo della prosa, l’Evo Contemporaneo, ha scacciato come un intruso il povero epos che per secoli ha scaldato i cuori degli esseri umani. Come l’etica borghese, del denaro, della bottega ha sostituito quella eroica della ‘bella morte’, così l’introspezione nichilista ha sbaragliato la concorrenza dell’epica in letteratura e in cinematografia.
Quando Tolkien diede alle stampe Il Signore degli Anelli, prima che il libro divenisse un cult per un’intera generazione, la critica reagì, non per caso, con un certo sospetto verso un insegnante di antico Anglo-Sassone (ma ci si fanno i soldi, con le lingue morte?) che raccontava di titaniche battaglie tra Bene e Male mentre il resto del mondo culturale si baloccava con la noia del vivere e la sistematica frantumazione di ogni certezza precedente.
Sulla scorta di quel tale, tanto caro a certa cultura, che disse di come gli eroi non solo siano inutili ma addirittura dannosi nell’epoca contemporanea, la cultura europea ha pesantemente investito sullo smantellamento quasi scientifico della mitologia fondante (salvo non sia quella di qualcun altro, vedasi le apprezzatissime discettazioni su miti africani e indiani à la Roberto Calasso), relegando gli eroi, anche quelli che tali furono per davvero, in un oblio ammantato di ridicolo.


Leonardo Tiberi risale invece la corrente del fiume, pur con fatica, e confeziona un film non in tono con il sentire comune della critica ma forse, lo speriamo, in contatto con il sentire delle persone.
Andando a riprendere le vicende di vita di un eroe pulito, compromesso certo col Fascismo ma capace di riscattarsi proprio in virtù della resistenza – si badi bene, ad erre minuscola, – tutta sua, personale, che oppone ai carcerieri del Terzo Reich dopo che essi lo prelevano, lo arrestano e cominciano ad interrogarlo, Tiberi propone ai giovani di oggi una figura di esempio in grado di smarcarsi sia dalla retorica nazifascista che da quella del facile antifascismo modaiolo del dopoguerra.


Fatti salvi gli allievi delle scuole militari che, dato il ristrettissimo numero, più che una élite potrebbero essere una specie protetta dal WWF, rimane il dubbio che i giovani studenti italiani abbiano una pur vaga idea di chi fu Luigi Rizzo, conte di Grado e Premuda, e di quale fu il suo ruolo nella complessiva vittoria navale italiana durante la Grande Guerra. E’ qui che il film di Tiberi manifesta tutta la sua quotidiana utilità, nell’andare a colmare un vuoto tipico del nostro Paese: le nostre città sono piene di strade e piazze intitolate ai Rizzo, ai Toti, ai Sauro ma di rado qualcuno saprebbe dire chi essi fossero.
Muovendo da questa amnesia collettiva, Tiberi mette insieme un film volutamente indebitato al documentario, valendosi di nuovissime tecnologie capaci di colorare e animare i filmati d’epoca che vengono inseriti in pellicola in una soluzione di continuità non solo piacevole ma assai efficace.


Il resto lo fa ovviamente Andrea Sartoretti restituendoci un Rizzo forte e vibrante, pieno di quel siculo ardore che gli permette di urlare in faccia all’ufficiale delle SS che lo interroga, come di corteggiare con dolcezza la paziente moglie Giuseppina, sin dal matrimonio sotto le bombe abituata a temere (per) questo marito temerario. Davvero notevole la sua prova, intensa e piena di pathos, così vissuta dall’attore che quando sullo schermo appare il vero Luigi Rizzo facciamo fatica ad accorgerci della differenza.
Qualche imprecisione c’è, bisogna ammetterlo, però sfugge e scorre via nel fluire appassionante del film. Una su tutte, l’incontro tra l’Ammiraglio Thaon di Revel (Pietro Genuardi) e Luigi Rizzo, nel quale il primo propone al secondo di prendere il comando di una flottiglia di MAS: in pellicola lo vediamo ospitato nei fastosi ambienti di Palazzo Marina, a Roma, anche se verosimilmente la sede della Marina Militare, pur voluta nel 1912, non vide l’inaugurazione che nel 1928, a Grande Guerra già finita.


Epperò proprio in quel colloquio si racchiude la magia e l’utilità di questo lungometraggio. In un’epoca in cui le navi da crociera stazzano sei volte il Titanic è ancor più sorprendente pensare che un uomo come Luigi Rizzo abbia accettato, portandola a termine con successo, l’impresa di affondare delle corazzate tra le più potenti di allora usando dei semplici motoscafi siluranti: ecco dove sta la grandezza dell’uomo, dove sta l’epos, e dove l’italianità tutta del film, nel non sottrarsi allo scontro anche se sembra impossibile vincere.

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