Opinioni impopolari: Contro le legalizzazione della prostituzione

Di Manuel Berardinucci

La tesi secondo cui sarebbe cosa buona e giusta legalizzare, e ovviamente tassare, la prostituzione, per combattere la tratta attualmente attiva, è particolarmente diffusa e sostenuta tanto da associazioni e organizzazioni, quanto da partiti politici, persino nell’area di destra. Sterili sproloqui femministi portano, sul versante opposto, a contrastare tale tesi, vedendo in essa  una vittoria della bigotta società patriarcale sull’emancipazione e la libertà del gentil sesso. Lasciate che esprima il mio più totale disappunto per entrambe le posizioni. Liquiderei velocemente l’opposizione femminista, ricordando loro che la volontà di legalizzare e tassare la prostituzione proviene, innanzitutto, da una concezione della società in cui i vizi (sempre esistiti in ogni epoca) debbono essere legittimati per legge, elevati a strutture, togliendo ai viziosi il brio della trasgressione e alla comunità, la sacrosanta distinzione tra Bene e Male senza la quale crolla la Civiltà. Un modello dunque, di cui le femministe moderne non solo sono compartecipi, ma addirittura fautrici. I sostenitori, invece, della prima tesi, i quali si annidano, ahimè, in particolare nell’ala destra dello spettro politico repubblicano, si distinguono in finto-umanitaristi (probabilmente molti in buona fede) e sinceri-cinici. I finto-umanitaristi sostengono che attraverso la legalizzazione si potrebbero risolvere due problemi legati al mondo della prostituzione: sconfitta della tratta e violenze nei confronti delle donne il cui corpo è in vendita. Potrei facilmente cavarmela rammentando che il tema del “togliamo merce alle organizzazioni criminali”, ricorda moltissimo le motivazioni che la sinistra paventa per sostenere la necessità di rendere legali le droghe! Invece voglio andare ancor più in profondità e ricordare come diverse associazioni, le quali hanno studiato il fenomeno, abbiano rendicontato che, alla fine, anche nei Paesi in cui vi sono le Case Chiuse una parte delle merci (perché a ciò viene ridotto l’essere umano quando è pagato per annullare la propria autodeterminazione sessuale) viene fornita dal traffico illegale. Inoltre il cliente, pagando i servizi a peso d’oro, poiché a quel punto si tratterebbe di un business entro il quale non vi è più solo il cosìdetto “pappone” a dover lucrare, ma persino lo Stato, pretenderà trattamenti adeguati al pagamento e oserà persino l’inosabile. Prima di giungere ai sinceri-cinici, categoria che preferisco poiché, quanto meno, non si riveste di falsa filantropia, vi sono quelli che: “è libertà d’iniziativa economica”. Di chi? Di chi lucra sulle disgrazie di queste donne? Perché io sono portato a dubitare del fatto che una donna libera e benestante possa scegliere la via della prostituzione. Se non lo fa perché obbligata da un terzo, può essere solo la povertà a costringerla. E’ dunque giusto conferire legittimazione statale ad un commercio che, nel peggiore dei casi si potrebbe basare sulla coercizione e nel migliore sulla disperazione? La mia etica mi suggerisce una risposta negativa. Se non bastasse l’etica, potrei citare, proprio io che non sono esattamente uno dei sostenitori della “Costituzione più bella del mondo!”, anzi, l’articolo 41 della stessa il quale sancisce che la libertà d’iniziativa economica non può “recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Una precisazione probabilmente frutto del cattocomunismo di cui tutta la carta costituzionale è impregnata, ma che in questo caso, davvero può essere usata a tutela di un’economia più etica e giusta. Giungiamo ora al termine, innanzi a coloro che giocano a carte scoperte: i sinceri-cinici. Per costoro i motivi per legalizzare la prostituzione sono essenzialmente due:

1)è un fenomeno che non verrà mai sconfitto, dunque tanto vale renderlo lecito;

2) Con la tassazione aumenterebbero le entrate statali.

Al primo punto è dovere di chiunque abbia buon senso, rispondere che il mondo è ricco di storture le quali sono apparentemente indistruttibili. E’ giusto che le Istituzioni si arrendano a tali storture, adattandosi ad esse traendone vantaggi economici (collegandoci alla seconda argomentazione)? No. Se c’è una stortura si combatte e se si dimostra forte e dura a morire, si usa una forza ancor maggiore, dispiegando tutti i mezzi necessari. Aggiungo, apprestandomi a concludere, che rifiuto una concezione imprenditoriale dello Stato, secondo cui in nome delle entrate si possono rinnegar etica e dignità umana.

Potrei inoltre, dal mio personale punto di vista, vedere in ciò l’ennesimo attacco alla stabilità della Famiglia, fondamentale nucleo su cui si fonda la nostra Civiltà? Posso sostenere che lo sdoganamento del peccato a modus vivendi mi disgusta? Una società sana si basa sull’individuazione di ciò che è male per lo spirito degli individui che la compongono e le sue comunità. Se si riuscisse a partire da tale presupposto, non sarebbero neanche necessarie tutte le motivazioni di ordine pratico, legislativo e pragmatico, che ho posto prima. Ben conscio della difficoltà di emersione di un ragionamento di questo tipo nell’area politica di destra, continuerò a sostenerlo con forza, poiché convinto che “è solo di un élite aristocratica combattere quando tutto sembra perduto, nella certezza di fare il proprio dovere”.

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